Rivista il mulino

BIDEN
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Redazione, 23 February 2021

Venerdì 26 febbraio alle ore 18:30, in collaborazione con «Pandora Rivista», si terrà la presentazione della sezione «Gli Usa dopo Trump» del n. 6/2020

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Tiziano Bonazzi, 27 January 2021

Più si legge il discorso inaugurale di Joe Biden del 20 gennaio scorso più si sente il soffio di Abraham Lincoln. Molti commentatori hanno scritto che Biden ha pronunciato un discorso senza retorica, quasi sommesso, senza grandi aperture. Vero. Biden non ha l’abilità di Lincoln nel sollevare passioni e per di più, per tradizione e carattere, ama tenere un profilo basso; ma l’assorto, pensoso meditare sulla nazione, quell’espressione dolorosa e realista, «la democrazia è fragile», che egli ha usato, il richiamo all’errore drammatico dell’inimicizia che regna nel Paese per cui ogni avversario è un nemico, tutto ci riporta a Lincoln, il presidente che aveva una visione quasi mistica  dell’unità della nazione e che dovette combattere la più tremenda delle guerre civili per difenderla.

Esattamente come Lincoln Biden trova nelle istituzioni, nei documenti fondativi, la Dichiarazione di indipendenza e la Costituzione, la pietra su cui rifondare l’unità e da quei documenti trae il centro attorno a cui tutto ruota, We, the people of the United States – Noi, il popolo. Un noi ripetuto più volte che significa unità e Biden cita Sant’Agostino per dirci cos'è il popolo, «una moltitudine definita dai comuni oggetti del loro amore». Tuttavia, l’unità è «la cosa più elusiva» in una democrazia, un compito mai terminato: «c’è molto da riparare, da risanare, da costruire», un compito duro. Ed è ancora Lincoln a mostrare la strada. Lincoln, ricorda il neopresidente, mentre combatteva per difendere l’unità contro i secessionisti del Sud firmava il 1o gennaio 1863 l’Emancipation proclamation con cui liberava gli schiavi aprendo la strada a un allargarsi del noi. Sono i better angels, gli angeli migliori che sono in noi, un’altra citazione da Lincoln, che in quella come in tante altre occasioni hanno salvato gli americani. Il parallelo non è retorica, ma ossatura, struttura di un’unità mai garantita, al pari della democrazia, perché, dice Biden, «la nostra storia è stata una continua lotta fra l’ideale americano per cui siamo tutti nati uguali e la realtà violenta del razzismo, del nativismo, della paura, della demonizzazione che ci ha smembrato». E questa lotta non può per lui che avere un nome, quello di Martin Luther King, che proprio a Washington parlò del suo «sogno», e una speranza «il giuramento della prima donna eletta a un ufficio nazionale, Kamala Harris».

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Piero Merola, 21 January 2021

Il processo democratico di formazione della nuova amministrazione ha mosso i suoi primi passi già alla vigilia dell’inaugurazione presidenziale del 20 gennaio, che verrà ricordata per le duecentomila bandiere sistemate al posto del pubblico e per il messaggio di forte unità

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La presidenza Biden dovrà fare i conti con un Senato spaccato a metà
Filippo Tronconi, 20 January 2021

Il tempestoso crepuscolo della presidenza Trump, culminato con l’assalto al Congresso a opera dei suoi sostenitori il 6 gennaio, ha oscurato un altro evento, che invece avrebbe meritato attenzione.

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Tiziano Bonazzi, 11 January 2021

Che bei tempi i miei tempi! Si, lo dico come ogni vecchio che rivanga i tempi della giovinezza. Quelli erano gli anni meravigliosi della piena Guerra fredda e l’America era una, un diamante infrangibile, una come la ferrea Statua della libertà. O eri pro o eri contro, non c’era da avere patemi d’animo. Da giovanissimo comunista lessi un giorno sull’Unità che in America furoreggiava una musica che stava distruggendo la mente dei giovani americani, si chiamava rock and roll. Mi fissai bene in testa il nome di quel frutto perverso dell’ideologia imperialista; ma ero un po’ confuso, lo ammetto. Nella guerra di Corea ero per gli americani, forse perché nordcoreani e cinesi mi ricordavano i musi gialli, i jap che crollavano a mucchi nei tanti film di guerra al cinema Roma o al Cristallo all’aperto. Però nei film di Peppone e Don Camillo ero tutto per Peppone capopopolo e non per Don Camillo, che vinceva perché aveva il soccorso degli alieni. Ero confuso. Smettere di esser comunista non mi aiutò affatto; ma era un problema mio, l’America era una allora.

Sono quasi vent’anni che dico e scrivo che l’America è divisa, addirittura  frantumata e lo dico non perché ho cambiato idea o sono bravo, ma perché leggiucchio robe d’oltreatlantico che mi parlano della delegittimazione reciproca fra le due principali tribù politiche, della distanza siderale creata fra gli americani dalle echo chambers dei social media in cui ci si barrica fra simili escludendo i dissimili, della cancel culture professionista della damnatio memoriae, delle enormi e crescenti diseguaglianze sociali e chi più ne ha più ne mettaOggi, dopo l’assalto al Campidoglio di Washington, leggo che: «Esperti cinesi dicono che questo fatto senza precedenti segna la fine del "faro della democrazia" [...] Osservatori cinesi dicono che questa è la "Waterloo dell’immagine internazionale degli Stati Uniti" e che gli Stati Uniti hanno perso ogni titolo e legittimità per interferire negli affari interni degli altri paesi con la scusa della democrazia». È il «Global Times», il giornale in inglese di Pechino, del 7 gennaio, che continua sparando a palle incatenate sulla pretesa americana di interferire negli affari interni della Cina a Hong Kong nel nome della democrazia e aggiunge che il Professor Shen Yi dell’Università Fudan di Shanghai afferma che quanto è avvenuto «buca la grande bolla dei valori universali costruita dagli Stati Uniti» e scrive anche che «la retorica bella della "Città sulla collina" sta per morire».

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