Rivista il mulino

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Londra, 14/6/2017
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  • lettere internazionali

Il Regno Unito dopo il voto dell’8 giugno. Vittoriosa oltre ogni speranza in maggio, nelle elezioni locali, un mese dopo Theresa May si trova umiliata e ripudiata da gran parte di quei settori del suo partito e della stampa che l’avevano osannata solo pochi giorni prima. Jeremy Corbyn, ridicolizzato in maggio dagli stessi commentatori e da tanti altri ancora, risorge e minaccia di chiedere un altro giro elettorale. Intanto a Edimburgo Nicola Sturgeon, con il pieno controllo del suo partito (il Partito nazionale scozzese, Snp), dopo avere conquistato nelle elezioni generali del 2015 56 dei 59 seggi scozzesi a Westminster, ora ne perde un terzo, e vede così svanire il suo sogno di un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia. Mentre un piccolo partito dell’oltranzismo protestante nord-irlandese, la minoranza silenziosa che teneva in vita il governo May fino alle elezioni dell'8 giugno, ora si trova a determinare la sorte del governo e di molto altro ancora.

Ma è in Scozia che si sono viste le sorprese più eclatanti. In soli due anni il colossale vantaggio dei nazionalisti è stato sostanzialmente gettato alle ortiche; sono tornati con forza i conservatori – che disponevano di un solo seggio scozzese dal 2005 in poi e ora possono contarne 13 – e persino i laburisti sono ricomparsi sulla scena con 6 seggi, con un guadagno di 5 (contavano su 41 seggi nel 2010).  Il leader storico del Partito nazionale scozzese – Alex Salmond – ha perso il suo seggio a Westminster. Stessa fine ha fatto il capogruppo nazionalista a Londra.

Come è potuto accadere? Tutti i commentatori danno grande importanza al carisma della leader conservatrice, Ruth Davidson: giovane, dinamica, disponibile con chiunque, Tory ma senza l’arroganza e la rigidità ideologica della versione londinese. La Davidson ha saputo trasformare l’insistenza monotona dei nazionalisti sull’indipendenza come soluzione a ogni problema in un boomerang: ha ben compreso che gran parte dell’elettorato era sempre più stanca della questione, e – senza esplicitare le sue posizioni su molti temi controversi – ha costretto Nicola Sturgeon a ripiegarsi sulla difensiva, obbligandola a spiegare perché l’economia scozzese è sempre più debole del Regno Unito e perché tanti aspetti della vita quotidiana di competenza di Edimburgo – scuole, ospedali, polizia – sono al palo da dieci anni almeno.

Ovunque in Gran Bretagna si affermano leadership politiche femminili. Fuori Londra si presentano tre donne scozzesi – Sturgeon nazionalista, Davidson conservatrice, Dugdale laburista – e poi Leanne Wood, alla testa degli indipendentisti gallesi, e Arlene Foster, la leader degli unionisti nord-irlandesi. Foster è il personaggio chiave nel negoziato di questi giorni per formare un nuovo governo a Westminster. È lei che si presenta al confronto politico con il bagaglio più pesante di storia, ideologia e legami controversi.

Considerata da molti come la più conservatrice di tutte le formazioni politiche sullo scenario britannico, il Democratic Unionist Party (Dup) comprende tra i suoi esponenti chi nega il cambiamento climatico, chi ha avuto il sostegno dei gruppi protestanti paramilitari e chi – quasi tutti i suoi membri, in realtà – si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso e alla liberalizzazione dell’aborto. Erede dell’ala più intransigente e militarizzata del protestantesimo nord-irlandese, negli ultimi anni il partito si è «normalizzato», secondo gli osservatori di Belfast. Riconosce l’accordo prodotto nel 1998 dal lungo e soffertissimo processo di pace (il Good Friday Agreement), ha partecipato pienamente e senza controversie ai lavori di Westminster (a differenza dei Sinn Fein, gli ultra cattolici, che non hanno mai voluto sedersi nella Camera dei Comuni) e non ha fatto rumore, a differenza del Partito nazionalista scozzese. Ma in questi giorni il compito della signora Foster – e quello della signora May – è complicato dal fatto che, a differenza di Cardiff e Edimburgo, Belfast non ha un governo. Nel gennaio 2017 l’accordo bipartisan che teneva in piedi l’esecutivo è saltato per un’accusa di malgoverno da parte di Sinn Fein verso il suo partner nel Dup.

Successive elezioni non hanno sbloccato l’impasse, e la morte del leader cattolico McGuiness ha reso ancora più difficile la situazione. Qualche giornale di Belfast si chiede se il Dup vorrà ripristinare uno dei famosi cortei storici che tanto hanno fatto in passato per provocare e infiammare la comunità cattolica. Di sicuro la richiesta di Sinn Fein per un referendum sull’unità dell’Irlanda sarà liquidata senza tante cerimonie, così come è stata ridicolizzata la pretesa di Nicola Sturgeon di un comitato di tutte le «nazioni» britanniche per sorvegliare i negoziati per Brexit. Mentre la Davidson viene da una nazione dove due terzi hanno votato per rimanere nell’Ue – e lei si è dovuta adeguare – la Foster rappresenta un’istanza fortemente pro-Brexit, anche se il 56% dei nord-irlandesi hanno votato per rimanere nell’Unione.

La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che il Good Friday Agreement prevede che il governo di Londra sorvegli la situazione della provincia «con imparzialità», cioè senza favorire una parte o un’altra nella sua governance. Tenendo presente che in caso di assenza prolungata di un governo bi-partisan a Belfast Londra ha l’obbligo di riassumere il controllo diretto, come può – si chiedono tutti gli altri partiti di qua e di là del Mare dell’Irlanda – un governo la cui sopravvivenza dipende dal Dup garantire quell’imparzialità? L’ex primo ministro John Major, un protagonista del processo di pace venticinque anni fa, è stato molto esplicito in queste ore: quel processo rimane molto fragile e gli «uomini duri» – quelli sempre armati – da un momento all’altro possono saltare fuori di nuovo. Sinn Fein sta ipotizzando di presentarsi a Westminster per sedersi, per la prima volta, nella Camera dei Comuni, dove avrebbe diritto a sette seggi.

Nel frattempo si avvicina la data dell’inizio del negoziato con Bruxelles su Brexit. Ma il risultato delle elezioni ha cambiato i termini della questione in modo sostanziale. Anche se certi elementi nel Partito conservatore insistono che 80% degli elettori – compreso chi ha optato per Corbyn – ha indicato di volere la versione più radicale possibile di Brexit – fuori dal mercato unico, da tutte le istituzioni dell’Unione, controllo totale dell’immigrazione – numerose voci si sono levate in queste ore sottolinenando che gli elettori hanno espresso anche ben altre priorità. Se Brexit sarà, allora bisognerà dimostrare la più grande flessibilità possibile sui quattro capitoli chiave: il libero movimento di beni, servizi, capitali e persone. In particolare le lobby industriali, del commercio e dell’agricoltura si sono unite per far capire che, per loro, non solo un flusso regolare di immigrati dall’Europa è indispensabile per il funzionamento delle loro aziende, ma che dall’accesso senza limiti alla più grande zona commerciale del mondo dipende la propria sopravvivenza. Con l’annullamento dell’Ukip – fautori di una politica di immigrazione zero – e tanti altri indicatori della dipendenza di settori pubblici e privati dall’immigrazione, sembra inevitabile che Theresa May si trovi costretta ad abbandonare le sue idee inflessibili sull’immigrazione, quelle idee, fomentate dalla stampa popolare di destra, che avevano caratterizzato la sua permanenza al ministero degli Interni, per prestare invece molta più attenzione alle considerazioni economiche in gioco con Brexit. Ma tutte queste sono solo considerazioni teoriche. Il resto, almeno per ora, è ancora per aria.