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L'eredità economica, per Biden

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Nel suo ultimo Stato dell’Unione di fronte al Congresso, il 4 febbraio 2020, Trump descrisse la ripresa economica degli ultimi anni come una clamorosa inversione di tendenza rispetto agli otto anni dell’amministrazione Obama  ̶  il «grande ritorno dell’America». La sua narrazione, benché costruita su dati reali, è però profondamente tendenziosa.

È vero, per esempio, che nei primi tre anni della presidenza Trump l’economia statunitense sia cresciuta notevolmente. Un exploit del genere ha fatto molta impressione, soprattutto su chi guardava all’apparente contrasto tra la crescita del 2,4% del 2017, primo anno di Trump, e quella dell’1,6% dell’ultimo anno di Obama. Il tasso di disoccupazione, allo stesso tempo, cadeva a livelli mai raggiunti dal 1969, intorno al 3,5%. Eppure, benché Trump abbia sempre personalizzato questi risultati, la realtà è che essi sono la conclusione di un intero decennio di crescita per la gran parte sviluppatosi sotto Barack Obama.  

Due tabelle, preparate da agenzie federali indipendenti, riescono a raccontare molto più di tante parole.

La prima, relativa all’andamento del Pil statunitense dal 2008 al 2020, mostra che con Obama la crescita economica è stata spesso più vigorosa che sotto Trump, benché caratterizzata da maggiore variabilità.

La seconda, relativa al tasso di disoccupazione, è ancora più chiara: la discesa iniziò nel 2010 e non si è arrestata fino all’arrivo della pandemia. Se le menzogne sono evidenti, rimane però da spiegare la continuità. 

Le ricette economiche di Trump   ̶ la cosiddetta Trumponomics   ̶ hanno funzionato? Un’analisi settoriale della produzione industriale non sembra offrire chiavi interpretative interessanti: alcuni settori sono cresciuti più con Trump che con Obama, altri mostrano andamenti opposti. In ogni caso, le differenze sono relativamente piccole. Ciò che è certo è che il reddito medio disponibile è cresciuto, per due ragioni. La prima è che i salari minimi sono cresciuti di più del 50%. Ciò però è avvenuto non in virtù di una crescita del salario minimo federale, fermo dal 2009, ma perché diversi Stati o aree metropolitane hanno aumentato la parte del salario minimo di loro competenza. Trump, in queste politiche, non c’entra nulla. C’entra eccome, invece, con la seconda ragione, cioè la riforma fiscale del dicembre 2017.

Messa in campo in fretta e furia dopo che Trump si rese conto di non avere i voti per abrogare la riforma sanitaria di Obama, la riforma fiscale ha di fatto barattato il potere di acquisto di gran parte della popolazione nel lungo periodo con un piccolo stimolo fiscale di breve periodo e soprattutto con un gigantesco trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi.

La riforma fiscale, entrata in vigore poco più di due anni fa, è la più importante dalla riforma fiscale attuata da Ronald Reagan nel 1986. A differenza della riforma di Reagan, che fu discussa a lungo e votata anche da molti democratici, la riforma di Trump è stata discussa in sole quattro settimane e approvata senza un solo voto democratico. In breve, riduce le tasse alle imprese, limita molte detrazioni a vantaggio delle fasce più deboli e riforma profondamente gli scaglioni per l’imposta sulle persone fisiche.

Quattro cose sono chiare. In primo luogo, l’enfasi sui tagli ai redditi più alti è un ritorno in piena regola a quella credenza mistica (o cinica) della cosiddetta trickle-down economics, cioè l’idea che una minore tassazione dei redditi alti significhi maggiori consumi e investimenti e dunque un beneficio per tutti gli strati della popolazione, anche i più poveri. In realtà, i fatti non confermano la teoria e come ha scritto Branko Milanovic, «c’è un limite al numero di Dom Pérignon che possiamo bere». L’effetto netto è semmai una maggiore disponibilità di risorse per investimenti speculativi, con un conseguente aumento dei margini di rischio e un’accresciuta instabilità sistemica del settore finanziario.

In secondo luogo, la riforma è enormemente regressiva. Secondo un’elaborazione del Tax Policy Center, il 60% più povero della popolazione beneficerà di piccoli tagli fino al 2025, dopodiché vedrà le tasse salire. Il quintile più povero della popolazione, per esempio, ha beneficiato di una riduzione dell’1% nel 2018 e beneficerà di un’ulteriore riduzione dell’1,3% nel 2025, ma vedrà crescere le tasse del 4,6% nel 2027. Il quintile più ricco, al contrario, godrà di un taglio del 65% e non vedrà alcun incremento. Un altro aspetto lascia particolarmente sgomenti, cioè che, se la riforma fiscale per le imprese è permanente, quella per le persone fisiche è solo temporanea. Non deve sorprendere: perché lasciare aperta una voragine fiscale che secondo il Congressional Budget Office porterà il debito americano al 180% del Pil entro il 2050? A quel punto il trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi avrà raggiunto il suo scopo. In ultima analisi, sempre secondo il Congressional Budget Office, la riforma costerà circa 60 miliardi di dollari ai redditi tra i 10.000 e i 75.000 dollari, e farà risparmiare 20 miliardi ai redditi superiori ai 75.000 dollari.

Il terzo punto è che la riforma non si pagherà da sola. La retorica dei suoi sostenitori, come già detto, è che meno tasse significhino più consumi, più investimenti, redditi in crescita e benessere per tutti. I calcoli del Congresso dicono invece che la differenza tra entrate e uscite, per il governo americano, salirà dal 3 al 5% all’anno. Come ha scritto il «New York Times» alla vigilia della riforma, «i Repubblicani non stanno semplicemente cercando di trasferire soldi dalla classe media e dai poveri di oggi ai ricchi e alle imprese, ma di trasferirli dalla classe media e dai poveri del futuro ai ricchi e alle imprese».

In quarto luogo, la riforma è molto più di una semplice riforma fiscale, perché limita le autorità dei singoli Stati e delle città nella loro capacità di raccogliere risorse con cui finanziare la spesa per istruzione, salute, trasporti e servizi sociali, che ricevono una gran parte dei fondi da tasse locali e non federali. Stati con sistemi fiscali più progressivi come California e New York, non a caso saldamente democratici, faranno più fatica a sostenere i servizi pubblici e quelli per i più deboli.

Infine, la riforma elimina le sanzioni per chi non rispetta l’obbligo di indicare la propria copertura sanitaria sulla dichiarazione dei redditi. Queste sanzioni avevano lo scopo di scoraggiare la scelta di fare a meno di una copertura sanitaria da parte di famiglie a basso reddito, una scelta che permette di risparmiare nel breve periodo, ma pericolosa per salute (e finanze) nel lungo periodo. Molti esperti concordano sul fatto che, a causa di questa piccola modifica, circa 13 milioni di persone perderanno la copertura sanitaria. Meno risorse a livello locale, insieme all’eliminazione delle sanzioni in caso di mancata dichiarazione di una copertura sanitaria, hanno di fatto trasformato la riforma fiscale in una riforma sanitaria mascherata.

Questa l'eredità che Biden si trova tra le mani, che ha conseguenze dirette sulle dinamiche della disuguaglianza negli Stati Uniti. Tra i Paesi Ocse, il livello di disuguaglianza interno agli Stati Uniti è superato solo da Turchia, Messico e Cile. La disuguaglianza, inoltre, si sviluppa su diversi piani che si rafforzano a vicenda: crescente disuguaglianza economica produce ed è a sua volta generata da crescente disuguaglianza nei livelli di istruzione e salute, di genere e razza, nonché di benessere e accesso alla giustizia, ai servizi sociali, e a lavori ben remunerati. La mobilità sociale, per secoli la faccia positiva della medaglia, quasi la controparte ideologica di un’alta disuguaglianza in base al principio che il successo è alla portata di chiunque voglia impegnarsi per raggiungerlo, si è bloccata. Oggi il sogno americano non funziona più, e ha funzionato sempre meno negli ultimi cinquant’anni.

La pandemia ha amplificato enormemente queste fratture sociali, offrendocene una misura   ̶ quella dei morti per Covid-19   ̶ di sconcertante brutalità. La città di Chicago, per fare un solo esempio, ha il 30% di popolazione nera. Gli afroamericani, però, sono il 70% dei casi di Coronavirus e il 50% delle morti. La disuguaglianza razziale, in altre parole, si combina con quella economica e incide sulla disuguaglianza nell’accesso al sistema sanitario nonché, in ultima analisi, sulle percentuali di chi soccombe e chi sopravvive. Ma ciò significa che un discorso sulle crescenti disuguaglianze deve anche affrontare il problema ideologico del razzismo e del suprematismo bianco. L’agenda che Joe Biden si trova ad affrontare è molto difficile. C’è da sperare che la vicepresidente Kamala Harris, espressione di una sensibilità molto attenta alle minoranze e alle fratture che segmentano la società americana, abbia un ruolo molto più centrale di tanti suoi predecessori.