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Mestieranti napoletani sulle strade d'Europa
Storie di magliari
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È raro che sin dalla copertina al lettore siano dati gli elementi essenziali per cogliere l’essenza di un libro. Nel volume pubblicato da Donzelli con le Storie di magliari raccolte nel corso di dieci anni di lavoro da Marcello Anselmo e Pietro Marcello succede. Basta uno sguardo attento, infatti, per cogliere bene i fili che tengono insieme i contenuti del libro. L’immagine in bianco e nero, una fotografia molto bella risalente al 1940, raffigura un gruppo di uomini. Ma il fuoco è sul giocatore, un signore elegantissimo, nell’abito e nel portamento, dotato di uno straordinario paio di baffoni arricciati. C’e poi un sottotitolo («Mestieranti napoletani sulle strade d’Europa») e uno strillo («L’arte del commercio e il genio dell’imbroglio»), che pure avrebbe funzionato all’inverso, fosse stato «l’arte dell’imbroglio e il genio del commercio». Venditori provenienti dal sottoproletariato che proprio grazie a un’arte applicata a un mestiere hanno saputo imporsi per decenni a partire dai primi anni Cinquanta con la loro merce, spesso di qualità scadente ma fatta apposta per apparire tale solo dopo un lavaggio o due. Finta lana, finta pelle. Ma presentata in una simile maniera da diventare irresistibile a chi si trovava davanti il magliaro di turno. Qualcuno, tra i magliari, si fa prendere la mano e rovina la piazza, però. A loro, addirittura, c’è chi addebita la cattiva fama dei «napoletani», inaffidabili e imbroglioni.

Certo, a leggere questi racconti in prima persona, escono uomini leggendari. Commercianti che non si tirano indietro di fronte a difficoltà notevoli, in particolare nei primi anni, ma che poi in certi casi riescono ad accumulare ricchezza e a tornarsene a casa con «la fortuna». Molte, infatti, sono storie di emigrazione: in Germania, in Belgio, in Inghilterra. Storie di emigrazione e di miseria che, lette ora, fanno pensare alle situazioni in cui devono trovarsi molti migranti nella nostra Europa. Nella Germania degli anni Cinquanta, dove gli italiani «o erano Verräter (traditori) o Gastarbeiter (operai), gente che doveva già ringraziare di esser stata accolta», si giungeva fuggendo via dal paese, perché (oggi come allora) «non c’era lavoro e tutti noi volevamo riscattarci di quegli anni di miseria». Ma essere italiani era poco conveniente, un po’ come oggi essere migranti dall’Africa. Solo che allora si poteva mentire, il colore della pelle poteva ancora ingannare e ci si poteva presentare come francesi o americani. Tutto fuorché italiani.

La partenza dall’Italia con qualche soldo racimolato per il viaggio, l’arrivo e la prima sistemazione di fortuna, tra compaesani, e infine l’avventura in un settore dove senza faccia tosta e molto coraggio non si andava da nessuna parte.

I soldi andavano cercati in Italia, e spesso si veniva aiutati dai famigliari: «per venire in Germania chiesi a mia madre una centomila lire […] “vado in Germania e torno”». Ma una volta arrivati la situazione si presentava disperata e quasi senza prospettive. Così, ad esempio, tal «Merdazzella» ricorda il suo arrivo a Dortmund nell’inverno del 1959: «era il 3 gennaio e c’era la neve alta. Con me avevo mille marchi ma li volevo conservare. C’era una baracca dove dormivano tutti i napoletani e papà era ancora vivo. Lui mi vide e disse “che cosa ci fa tu qui?”, io gli risposi che ero venuto per lavorare. Lui mi chiese una sigaretta e io capii che nella baracca erano messi molto male […] vista la situazione chiesi se si mangiava, papà mi guardò e rispose “è nera guagliò”, e mi domandò se avevo soldi in tasca».

Sono un pezzo importante di un quadro antropologico della società di quegli anni, i racconti di quella piccola epopea, di magliari avventurosi e senza nulla da perdere che poco alla volta cercavano di conquistarsi la fiducia delle famiglie tedesche, salvo rischiare di perderla per colpa di qualcuno che nella truffa osava un po’ troppo; sicché finiva che la cosa andava sui giornali e alla radio («Diffidate degli italiani che vogliono vendere merce equivoca […] avvertire la Polizei che interviene subito sul posto»).

Leggere oggi le parole dei protagonisti di quella vicenda, che per certi versi può pure far sorridere, ci aiuta sia a capire molte cose di un dopoguerra segnato per molti da condizioni di estrema povertà sia ad afferrare almeno un po’, se siamo disposti a farlo, la situazione di disagio estremo e di grande precarietà in cui in questi anni Duemila si trova a vivere chi viene in Italia, in Europa, alla ricerca di una vita almeno un poco dignitosa. Peraltro, leggendo una ricerca corale come questa, non si può non pensare a quanto tornerebbe utile un lavoro che applicasse il medesimo metodo di indagine per ricostruire la strategie, la diversificazione dei percorsi e le esperienze anche della nuova emigrazione italiana all’estero.

 

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