Rivista il mulino

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L’Unione europea e l’«esperimento» ungherese
Migranti in ostaggio
rubrica

Il 2 ottobre 2016 il governo ungherese ha invitato i cittadini a rispondere a un referendum che consisteva in un unico, semplice quesito: «Vuoi che l’Unione europea sia abilitata a dare mandato di accoglienza ai cittadini non-ungheresi in Ungheria senza il consenso del Parlamento?». Il vero e il falso di questa domanda si combinavano in una tale ambiguità di senso che il cittadino si trova di fronte a una scelta difficile. Il modo in cui il quesito è stato proposto decontestualizza il problema, poiché in realtà non si tratta di un immaginario cittadino «non-ungherese», ma di persone concrete, detentrici di diritti in quanto profughi e richiedenti asilo.

Le istituzioni europee sono legittimate a richiedere di condividere l’accoglienza tra gli Stati membri assegnatari delle quote di migranti, in quanto tali stati aderiscono esplicitamente alle Carte dei diritti fondamentali sia delle Nazioni Unite sia dell’Unione stessa. Dopo il referendum, György Schöpflin, l’europarlamentare ungherese e membro dell’Unione civica ungherese (Fidesz), il partito al potere per il secondo mandato dal 2010, ha sciolto l’ambiguità per coloro che non l’avevano ancora capito, spiegando che il referendum si incentrava «sul rafforzamento della legittimità del governo ungherese nel suo disaccordo con la Commissione europea». Schöpflin è noto per la sua proposta di una «installazione artistica» particolare – teste di maiale impalate lungo il confine meridionale con la Serbia e la Croazia.

Alla vigilia del referendum, a settembre 2016, il primo ministro Viktor Orbán ha confermato davanti al Parlamento la sua politica «rifugiati zero», richiamando la minaccia di perdere gradualmente i valori europei e la propria identità «come una rana che si lascia cuocere lentamente in un pentolone fino alla morte». La propaganda anti-migrazione presenta gli immigrati in generale come «un veleno», come invasori criminali e potenziali terroristi, distruttori della civiltà occidentale intenzionati a seppellire la cristianità. La «guerra ungherese contro i rifugiati», ha il suo principale sostenitore proprio nella figura di Orbán. Fidesz, che governa da quasi sette anni in coalizione con il più piccolo Partito popolare democristiano Kdnp, si misura fin dall’inizio con due istanze principali: da una parte il partito di estrema destra (Jobbke), dall’altra le istituzioni dell’Unione e in particolare la Commissione. Nel corso del primo mandato 2010-2014 la coalizione ha dominato incontrastata il Parlamento controllando due terzi dei seggi; in quel periodo, il 1o gennaio 2012, Orbán è riuscito a far votare la nuova Costituzione, cambiata radicalmente per la prima volta dal 1949. Le svolte autoritarie e populiste del governo però hanno fatto crescere le proteste e il peso delle opposizioni finché, dal febbraio 2015, il governo ha perso la maggioranza parlamentare necessaria per agire incontrastato. Durante l’inverno 2014-2015 le manifestazioni antigovernative che denunciavano i partiti al governo di corruzione, politiche inefficienti, e di uno stile politico autoritario e legato al potere personale hanno acquisito molta visibilità.

La crisi dei rifugiati che proprio in quei mesi si stava esacerbando ha creato per il governo un doppio terreno di azione politica: la propaganda e le decisioni politiche anti-migrazione hanno permesso a Orbán di posizionarsi più a destra del concorrente Jobbke, e di mostrare i muscoli nazionalisti ai «burocrati europei» nella negoziazione continua sugli spazi di sovranità.

Nel giugno del 2015 ha avuto inizio la costruzione del primo recinto di filo spinato sul confine meridionale con l'intento di fermare i flussi della «rotta balcanica», mentre aumentavano gli episodi di violenza sistemica contro i migranti, denunciati da Unhcr, Amnesty International e altre agenzie non governative. A dicembre 2015, l’Ungheria insieme alla Slovacchia sporge denuncia alla Corte europea di giustizia contro la decisione dell’Ue di un sistema di quote; la Commissione europea risponde contro-denunciando i due Stati per l’infrazione delle normative comunitarie. Nello stesso mese Viktor Orbán si rivolge ai membri del partito durante il Congresso, sostenendo che la tolleranza e il progresso proclamati dall’Unione sono cose «carine», ma che per gli ungheresi contano prima di tutto «il senso comune, i valori militari, l’onore nazionale». L’agenda politica a quel punto si muove sempre più nella direzione di una grande sfida contro le istituzioni europee, indebolite da una crisi pluriforme.

Qual era il clima politico in cui il governo ungherese convocava il referendum sulle quote dei migranti? La dissuasione politica militarizzata dei migranti perché non scegliessero il confine ungherese per raggiungere il territorio dell’Ue insieme alle decisioni prese a livello comunitario e concordate con le forze di polizia dei paesi direttamente interessati a febbraio 2016, ha avuto come effetto la chiusura temporanea della «rotta balcanica». Cruciale in questo intreccio di decisioni è stato il contraddittorio accordo tra l’Ue e la Turchia a metà marzo 2016, mirante a contenere nuove partenze verso la Grecia e il Mediterraneo. I conflitti produttori di migrazioni forzate non si stavano risolvendo, al contrario aumentavano di complessità con l’entrata in gioco delle grandi potenze e con un effettivo aumento delle popolazioni in fuga.

A fine giugno 2016 l’esito del referendum sulla Brexit ha sorpreso tutti, compresi i partiti britannici sostenitori dell’uscita dall’Ue. Gli accordi con la Turchia stavano saltando, sotto il peso della svolta politica di Erdoğan. Diverse città europee erano di nuovo colpite da attacchi terroristici di impronta fondamentalista islamica, portando il discorso pubblico e politico europeo sempre di più sul versante di securitizzazione e militarizzazione della «questione dei migranti».

Il 98,3%, cioè la stragrande maggioranza dei cittadini che hanno partecipato al referendum ha risposto che «no», non voleva questo tipo di violazione della sovranità nazionale del Paese. Ma vi sono alcuni «però» rilevanti a mettere in discussione questo risultato. Quello più importante riguarda la campagna di boicottaggio del referendum organizzata dai partiti di opposizione e dagli attori della società civile: non più di 44% degli aventi diritto sono andati a votare, il che ha reso il risultato insufficiente a vincolare il cambiamento costituzionale voluto da Orbán. Nello stesso tempo, l’esito ha permesso al primo ministro e ai membri del suo partito di rafforzare la politica anti-migrazione, ormai in vista delle elezioni politiche dell'aprile 2018 che vedono ancora Fidesz come favorito per un terzo mandato.

A febbraio 2017 è cominciata la costruzione di una seconda barriera «intelligente» al confine con Serbia e Croazia, costruita dai carcerati e dotata di camere e sensori capaci di cogliere i movimenti delle persone. Già nell'autunno dell’anno precedente, dopo il referendum, è stata aperta «la caccia» al migrante, con il reclutamento di 2000 border hunter action, pensate come una forza di sostegno ai militari e alle forze di polizia impiegate a «mirare» ai rifugiati lungo il confine. Armare i civili e creare unità paramilitari di dubbia ingerenza è un pericoloso precedente. Il passo successivo – l’approvazione parlamentare del 7 marzo 2017 di un nuovo modo di detenzione dei profughi e dei richiedenti asilo, impiegando container provvisori situati lungo il confine – risulta pienamente coerente con le politiche governative del Fidesz (e del Kdnp) negli ultimi tre anni.

In tutta questa storia mancano, in effetti, i protagonisti – i migranti – di cui la stragrande maggioranza aveva attraversato il confine ungherese nel 2015, circa 400.000 persone, prima della chiusura delle frontiere. Di questi migranti, 177.135 ha richiesto asilo in Ungheria, un numero che si qualifica come superiore al 60% sul totale dei richiedenti del periodo 2000-2015. Tuttavia, solo 146 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato, e altre 356 la protezione sussidiaria nel 2015: è un numero di richieste approvate che rimane costante nel quinquennio. La netta diminuzione dei flussi nel 2016 – meno di 30.000 richiedenti – evidentemente non ha soddisfatto le forze governative, e le nuove misure di detenzione lungo il confine sono solo la continuazione di una politica anti-migrazione e anti-europeista coerente.

Ciò che colpisce, e non poco, è piuttosto la mancata azione politica e civica, giusta ed effettiva, delle istituzioni dell’Unione europea nella «crisi dei rifugiati». Un’Europa al bivio, secondo la filosofa ungherese Ágnes Heller, incapace di risolvere quella contraddizione tra diritti umani fondamentali e diritti di cittadinanza radicati nello stato nazionale. L’esperimento ungherese ci offre lo spettacolo di un’Europa dai confini di filo spinato, un’Europa di paura e di ostilità, di cui i migranti sono ostaggi.