Ennahdha: la trasformazione di un partito di massa. Con la grandiosa apertura del suo X congresso, Ennahdha ha inscenato, davanti a invitati di spicco da tutto il mondo, la propria legittimazione democratica e il superamento della conventio ad excludendum di cui era l’oggetto. Ha altresì confermato – con gli scroscianti applausi riservati al presidente della Repubblica Béji Caid Essebsi – la tenuta del compromesso storico tra il partito islamico Ennahdha e il partito anti-islamico Nidaa Tounès, di cui Essebsi è fondatore.

Nei due giorni di lavoro a porte chiuse, a provocare accese discussioni e sedute prolungate fino all’alba non sono state le mozioni dedicate al programma politico (riformista e modernista) ed economico (liberale e solidale), approvate con maggioranze bulgare (rispettivamente del 93,5% e dell’89,3%), grazie a un paziente e capillare processo di discussione nelle articolazioni di base e intermedie. È stato invece il nuovo assetto del partito: delle sette mozioni approvate quella dedicata alla struttura della macchina è stata adottata con la percentuale di voti più bassa (71,9%).

Il nuovo statuto (che conta 136 articoli rispetto ai 40 di quello precedente) semplifica l’adesione, eliminando i precedenti filtri all’accesso e requisiti di condotta, con l’obiettivo di reclutare «nuovi profili» soprattutto tra i giovani, ma resta ancorato al vecchio modello centralistico per quanto riguarda la formazione dell’ufficio politico. Tra quanti lo volevano eletto direttamente dalla majlis ashura (comitato centrale) e quanti volevano mantenere il potere di nomina del presidente del partito (con approvazione della shura) hanno prevalso infine questi ultimi, con una maggioranza ristretta (il 58%) e solo dopo che il presidente uscente e poi riconfermato, il carismatico leader Rached Ghannushi, aveva messo tutto il peso della sua autorevolezza sulla bilancia. Monia Brahim, membro della commissione preparatoria delle tesi congressuali, lega il conflitto sull’esecutivo a quello sulla valutazione di errori che nel passato hanno favorito le ondate repressive. Sarebbe stato al fine di evitare il ripetersi di simili errori che una parte dei delegati chiedeva maggiore equilibrio tra gli organi decisionali (presidente, ufficio politico, consiglio della shura). È probabile che essi guardassero alla sorte dei Fratelli Musulmani in Egitto, mentre i fautori della governabilità, ovvero dell’accentramento dei poteri nelle mani del presidente e di un esecutivo a lui omogeneo, si preoccupavano piuttosto di non fare la fine di Nidaa Tounès, la cui recente scissione ha fatto nuovamente di Ennahdha il primo partito nell’assemblea parlamentare.

Si può dire che dopo questo congresso Ennahdha, a lungo considerato incompatibile con un sistema democratico, sia diventato «un partito come gli altri»? Se qualcuno si aspettava l’abbandono di ogni riferimento all’islam è stato deluso: Ennahdha oggi si definisce «partito democratico a referenza islamica» teso a coniugare islam e modernità, dichiara l’ex ministro degli Esteri Rafik Abdassalem. E neppure troviamo – in nessun documento o dichiarazione – la formula mediatica della «separazione tra il politico e il religioso». Si parla invece di un partito che «si specializza nell’attività politica» e si «alleggerisce» di una serie di altre attività – «non solo in campo religioso ma anche sociale, culturale, sportivo…» – demandate ad organizzazioni indipendenti della società civile. Interrogati sui modelli che li hanno ispirati, i leader per anni dispersi in ben cinquantadue paesi guardano decisamente ad Ovest, Germania in testa, come Fethi Ayadi (presidente della majliss as-shura) che in Germania ha vissuto vent’anni, parla il tedesco meglio del francese, e cita la Cdu prima dell’Akp.

Resta da vedere come si tradurranno nella pratica queste opzioni strategiche. L’organizzazione che nasce nel 1976 come associazione culturale, religiosa e sociale a carattere revivalista, si trasforma nel 1981 in partito politico e passa poi dalla clandestinità al governo era, secondo Mehrezia Labidi (già vicepresidente dell’assemblea costituente), una scatola «nella quale c’era di tutto», anche le moschee «perché non avevamo nessun altro posto», anche il culto «perché nessuno lo faceva». Cose di cui oggi il partito non ha più bisogno né vuole farsi carico.

In questa scatola però vi erano attrezzi che hanno contribuito non poco alla coesione del partito, permettendo ai militanti e alle loro famiglie di reggere a prove durissime: una formazione approfondita, un ancoramento ai valori dell’islam, un’attenzione a tutte le dimensioni dell’esistenza. Un reclutamento più aperto farà venire meno l’omogeneità ideologica e culturale che ha fatto la forza del partito il quale tuttavia, facendo la scelta di «esternalizzare» formazione e predicazione, cultura e carità, si attende una diffusione dei suoi valori nell’ambito della società, scrollandosi di dosso al contempo l’accusa di pretendere alla rappresentanza esclusiva dei «buoni musulmani».

Che Ennahdha diventi un partito «laico»​ però ce lo possiamo scordare. «Non lo è mai stato e non lo sarà mai» taglia corto Mehrezia Labidi. Peraltro la «laicità», come viene intesa nel discorso pubblico in Tunisia, è rifiutata dalla maggioranza della popolazione, pro e anti Nahdha in egual misura, ed è qualcosa che esiste solo in Francia. Ennahdha preferisce di gran lunga altre esperienze. Anch’esse occidentali.