Ahmadinejad e il labirinto persiano. Se le elezioni libanesi sembrano essere passate inosservate per la comunità internazionale, quelle iraniane tenutesi pochi giorni dopo, il 12 giugno scorso, e vinte con un ampio ancorché sospetto 63% di consensi da parte del candidato iperconservatore Mahomud Ahmadinejad,

si stanno rivelando il catalizzatore di tensioni che da tempo andavano maturando in quel paese. Comprenderne la natura non è facile poiché implica il confrontarsi con le trasformazioni politiche, ma anche e soprattutto sociali, che in trent’anni hanno coinvolto la Repubblica islamica dell’Iran, un soggetto la cui identità non è di per sé chiara, essendo di fatto l’unica comunità nazionale in cui un movimento fondamentalista a matrice religiosa abbia vinto, nel 1979, quella che esso stesso definisce una «rivoluzione islamica».
Partiamo quindi dal dato della complessità come punto di riflessione. Vi è una complessità politica, che sta nell’intreccio competitivo tra poteri religiosi e poteri laici, una sorta di composita rete a più strati, dove la contrapposizione (che altre volte si fa però scambio e comunicazione) tra essi concorre a delimitare e riconfigurare costantemente gli spazi della legalità e della politica. Da questo punto di vista l’Iran dei giorni nostri, ovvero quello che drammaticamente appare nelle immagini televisive, è quanto di più si possa approssimare a quella idea di «stato nazionale in rivoluzione permanente» che fa da sponda all’azione del populista e ipernazionalista Ahmadinejad, il cui talento politico, sostenuto dalla «Guida suprema della rivoluzione» (e non dello Stato, si badi bene), l’ayatollah Ali Khamenei, si alimenta della visionarietà tipica dei moderni «rivoluzionari conservatori»: patria, nazione, potenza nucleare, ma anche rivalsa sociale e culturale, mobilitazione, «nazionalizzazione delle masse».
All’ombra del voto popolare si sta quindi consumando una tensione, che si fa profonda torsione, forse irricomponibile, tra gli stabilizzatori, che si raccolgono intorno al mullah milionario Hashemi Rafsanjani, sponsor del pallido candidato «riformista» Mir-Hossein Moussavi, assai più proclive ad assecondare i tradizionalisti (sul modello cinese, del riformismo economico che tutto dovrebbe accogliere e soddisfare, sedando anticipatamente altre tensioni) che non un vero fronte riformista, e l’ala dura degli «osulgarian» (i «principialisti», ossia quelli che si rifanno ai principi duri, puri e fondamentali dello sciismo politico), che si riconoscono intorno alla tetra ma carismatica immagine di Ahmadinejad. L’ex sindaco di Teheran, oramai al suo secondo mandato, è la figura di sfondamento ideale per coloro che intendano minare alla base lo strapotere di quell’«Iran parallelo» costruito, tra commerci di pistacchi e gas, dai bazarì e dai mullah, arricchitisi all’ombra della rivoluzione khomeinista. In questo caso la posta in gioco è determinata da chi deterrà il diritto di esercitare un veto di legalità sulle scelte altrui, nel già ricordato dedalo di poteri e contropoteri che accompagnano l’evoluzione dell’Iran contemporaneo, un intrico disordinato dal quale il paese non sa bene come uscire.
Vi è poi una complessità ideologica, che demanda agli spazi di legittimità del politico, ovvero alla sua costruzione e ricostruzione in termini di consenso, dinanzi agli effetti devastanti della crisi ingenerata dal trentennio liberista. La lotta è qui non meno aperta poiché si dispone su coordinate simboliche che, dinanzi alla involuzione della forma-stato nell’età della globalizzazione, ha coinvolto anche l’Iran post-rivoluzionario. La questione centrale a Teheran è quella di comprendere chi (e come) sarà chiamato a riannodare la rappresentanza sociale di milioni di esclusi dall’evoluzione economica alla rappresentazione di un potere politico, quello della Repubblica islamica, che vive una progressiva erosione di legittimità. La forza d’attrazione di Ahmadinejad sta nella continua capacità di sconfinare dai limiti imposti dai poteri tradizionali, non a caso identificati come «casta autoreferenziata», avvalendosi di una retorica che ancora una volta demanda a scenari al contempo universalistici e messianici. Il nucleare in questa ottica è dunque un elemento fondamentale della sua legittimità, al pari di una idea della politica intesa come costante «guerra di movimento» e non di stabilizzazione, così come invece è auspicata dai «riformisti». Ahmadinejad è infatti l’esponente più in vista di quelle classi sociali che peggio soffrono della crisi economica e morale che attanaglia il paese. Si potrebbe pensare di essere di fronte a un paradosso (i ceti subalterni che votano per colui che più si è impegnato in questi anni nel portare l’Iran verso una condizione di conclamata marginalità) ma è anzitutto una riprova della chiave del successo di quei movimenti populisti che sanno capitalizzare a proprio favore il disorientamento e la frammentazione di una società giovane (un terzo della popolazione iraniana è sotto i trent’anni), proletarizzata e priva di ragionevoli prospettive di sviluppo a breve come a medio termine. Siamo in Medio Oriente ma l’Europa non è, a ben pensarci, poi così lontana.