L’economia palestinese a due velocità. Il mutamento prodottosi negli ultimi dieci anni nei Territori palestinesi rischia di segnare una volta per sempre l’evoluzione di una collettività nazionale che sta concretamente misurando al suo interno differenze sempre più profonde. Mentre in Cisgiordania, governata da quel che resta dell’Autorità nazionale palestinese, il tasso di crescita del Pil nel 2009 è stato del 6% (quello del 2010 dovrebbe aggirarsi intorno al 7%), a Gaza i risultati di quattro anni di potere del movimento islamista Hamas e dal perdurante isolamento commerciale e mercantile, è tale da condannarne gli abitanti alla più completa marginalità economica.

Siamo di fronte a una Palestina a «due velocità», che rischia di produrre una frattura sociale difficilmente colmabile. Se il valore pro capite del Pil, per l’anno appena conclusosi, è arrivato a 1.812,5 dollari (era di 591,6 nel 1980 e di 1.682,1 nel 2000), la divaricazione con i paesi circostanti rimane netta: nel caso della Siria, infatti, si raggiunge la cifra di 4.543,4 dollari per abitante, in Giordania il valore è di 5.090 dollari, in Israele addirittura di 28.473 dollari (al trentaduesimo posto nell’economia mondiale). Non di meno, ancora più secca è la divaricazione all’interno, laddove a fronte di 2.000 e più dollari circa guadagnati da chi vive a Ramallah o a Betlemme, statisticamente chi sta a Gaza non supera i 500 dollari annui. Nel primo caso ci si trova dinanzi al quadro tipico ad una economia di una società in via di sviluppo. Nel secondo, invece, si ha a che fare con una condizione di drammatica indigenzza. Circa l’80% degli abitanti della striscia di Gaza vive sotto la soglia di povertà, con 1.100.000 persone che sopravvivono solo grazie agli aiuti provenienti dall’esterno. In Cisgiordania, malgrado il permanere di ostacoli alla libertà di circolazione di persone e merci, il quadro è quello di una economia in evoluzione. I dati più recenti, risalenti alla fine del 2008, segnalano un tasso di disoccupazione intorno al 18%. Si tratta di un fenomeno che colpisce soprattutto le donne, intensificatosi a partire dal 2000, con l’inizio della seconda intifada. Un esempio in tal senso è la perdita di posti in ambito impiegatizio, dove le donne sono passate da 55.000 a 16.000. A Gaza il tasso di disoccupazione è più che doppio, attorno al 40%, incrementato anche dagli effetti dell’«operazione piombo fuso», condotta da Israele nel gennaio del 2009, che ha causato danni per 2,45 miliardi di dollari e la chiusura di 3.900 imprese, perlopiù artigianali.

L’economia palestinese, laddove è viva e vitale, si rivolge prevalentemente al mercato israeliano. Dalla Cisgiordania il valore totale delle esportazioni è stato, per il 2008, di 513 milioni di dollari. Di esse una quantità di merci per un valore di 455 milioni è finita nello Stato ebraico, mentre la quasi totalità di quel che restava è andato nei mercati dei paesi arabi, a conferma della dipendenza strutturale dell’economia palestinese dal potente vicino. I settori industriali che hanno concorso all’incremento della ricchezza prodotta sono stati quelli dell’editoria e della stampa (con un +39%), del tessile (+13,35%) e dell’abbigliamento (+8,5%). Molte industrie palestinesi, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, operano come terziste o comunque in qualità di indotto di quelle israeliane, con un forte grado di integrazione nel processo produttivo di queste ultime. In realtà la risorsa più rilevante è il capitale umano, in una società dove quasi la metà della popolazione ha meno di 16 anni. Grande opportunità ma anche grande problema, quest’ultimo, poiché la domanda di lavoro è destinata ancora a crescere e senza i frutti di una pace, che mai come ora pare essere lontana, è difficile che essa possa trovare una adeguata risposta.