Un re per Israele. Dopo alcune settimane vissute "pericolosamente", Israele si approssima al voto. L’elezione dei centoventi parlamentari della Knesseth si terrà in un’unica giornata, il 22 gennaio prossimo. Grande favorita è la maggioranza uscente. Secondo recenti sondaggi, trentotto seggi dovrebbero andare alla coalizione di centrodestra che raccoglie il Likud e Israel Beitenu, altri tredici allo Shas (formazione politica degli ultraortodossi sefarditi), dodici alla coalizione di destra HaBayit HaYehoudi e sei al Partito unito della Torah (composto da ultraortodossi aschenaziti). La sinistra e il centro, in questa competizione, risultano fortemente in difficoltà. Ai laburisti sono attribuiti diciannove seggi, una decina al nuovo partito di Tzipi Livni mentre il Meretz, formazione storica della sinistra, e quel che resta dal partito centrista Kadima rischiano concretamente di rimanere fuori dal nuovo Parlamento.

L’asse politico israeliano negli ultimi dodici anni, dal fallimento definitivo dei tentativi di arrivare a un accordo-quadro con i palestinesi, si è nettamente spostato a destra. Peraltro hanno giocato a favore di ciò una serie di fattori tanto interni ai partiti quanto di cornice, ossia legati ai mutamenti strutturali che hanno coinvolto il Paese. L’area centrista non è stata capace di trovare un baricentro. Troppi galli nel pollaio hanno impedito che si arrivasse a un accordo in grado di contrapporre un gruppo di forze elettorali sufficientemente coeso a Benjamin Netanyahu, oggi la vera star del firmamento politico nazionale. Così la rediviva Tzipi Livni, Shelly Yacimovich del Labour, Shaul Mofaz di Kadima, Yair Lapid di Yesh Adit e Zehava Gal-On del Meretz si sono trovati d’accordo sulla necessità di ostacolare lo slittamento a destra del baricentro politico ma, alla resa dei conti, non sono stati capaci di andare oltre le dichiarazioni di principio. Anche l’ipotesi che Ehud Olmert, già primo ministro, potesse assumere il ruolo di candidato alternativo all’attuale premier è velocemente tramontata. Peraltro Netanyahu ha spinto abilmente l’acceleratore su quattro questioni, tutte legate al dossier della sicurezza: contro Hamas ha condotto una campagna militare, l’«operazione colonna di nuvole», iniziata il 12 novembre e condotta quasi esclusivamente per via aerea, che ha raccolto il sostanziale assenso degli israeliani; nei confronti della claudicante Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, che ha capitalizzato il voto dell’Assemblea delle Nazioni unite, dove ai Territori palestinesi, ricondotti alla Cisgiordania, è ora riconosciuta la condizione di «Stato osservatore non membro», ha risposto con l’accelerazione dei processi di colonizzazione immobiliare in atto con gli insediamenti ebraici; ad Hezbollah, tradizionale minaccia ai confini settentrionali, ha lasciato intendere che molto dipenderà dal destino della Siria, laddove Assad, insieme all’Iran, ne è uno dei massimi patrocinatori; a Teheran, infine, ha mandato a dire che, malgrado la nuova presidenza Obama, il dossier nucleare è ben lontano dall’essere chiuso. Benché gli avversari del primo ministro uscente gli abbiano ripetutamente contestato l’appoggio al candidato repubblicano, un cavallo che si è poi rivelato perdente, non si può dire che l’elettorato sia sulla medesima lunghezza d’onda.

Israele continua a godere di un periodo di robusta espansione economica, con un basso tasso di disoccupazione. La crescita della ricchezza nazionale, tuttavia, è avvenuta a scapito dei salari, la cui dinamica risulta, nel suo complesso, decrescente. La presenza di molti giovani working poors, manifestatasi con le ripetute proteste degli ultimi due anni, è un dato strutturale nella società locale. Anche in Israele la forbice tra "garantiti" e precari si è andata allargando. Scarsa, da questo punto di vista, è stata la discussione tra le forze politiche, mentre invece molto forte, a tratti quasi spasmodica, è l’attenzione per i mutamenti in corso nel Mediterraneo, a seguito dei tanti sommovimenti che hanno accompagnato la lunga primavera araba. Netanyahu risulta convincente agli occhi di molti, cosa che non capita ai suoi tanti avversari. Dà l’idea che con lui le priorità nazionali siano comunque affrontate con il giusto piglio. Per questo, in tutta probabilità, vincerà le elezioni, anche se poi governare in un Medioriente in veloce mutamento sarà cosa non semplice.