Il primo ottobre 2012 la procura di Stoccarda ha archiviato l’inchiesta su 17 ex militari tedeschi appartenenti alla 16^ Panzer Grenadier Division Reichsführer SS, imputati per la strage compiuta nell’estate del 1944 a Sant’Anna di Stazzema; nella quale furono massacrate, nel corso di una mattina, oltre 400 vittime inermi. L’inaspettata decisione presa dalla magistratura tedesca ha prodotto in Italia molteplici reazioni di sconcerto e indignazione, di cui si sono fatti interpreti prima il segretario generale della Farnesina, quindi l’autorevole voce del presidente Giorgio Napolitano. Fra gli indagati prosciolti per insufficienza di prove figurano, infatti, 9 ex militari già condannati in via definitiva in Italia, processati dal Tribunale militare di La Spezia nel 2005. La totale divergenza di giudizio espressa dalle due magistrature nazionali (italiana e tedesca), chiamate a pronunciarsi a partire dalle stesse prove documentarie relative agli stessi imputati accusati del medesimo capo d’imputazione, apre un drammatico squarcio sulla certezza del giudizio, che difficilmente potrà essere ricomposto. In particolare per le parti civili, ossia per quanti la strage rappresenta una tragedia privata.

Quest’ultimo atto giudiziario, che afferma l’impossibilità a oltre 68 anni dai fatti di individuare i colpevoli, riapre  una ferita antica e profonda. Riapre il trauma per l’incommensurabile violenza militare subita nel 1944 dagli abitanti di questo piccolo borgo montano arroccato sulle Alpi Apuane, ma riapre anche il dolore e l’indignazione per i lunghi anni di silenzio storico, giudiziario e politico che hanno accompagnato la memoria di questo feroce crimine di guerra. Il processo sulla strage di Sant’Anna dibattuto d’innanzi alla magistratura militare italiana in tempi recenti rappresenta, infatti, uno dei più rilevanti procedimenti della nuova stagione processuale italiana sulle stragi naziste, apertasi nel 1994 con il ritrovamento di un rilevante corpus di fascicoli d’inchiesta sui crimini nazifascisti, redatti da inquirenti anglo-americani nell’immediato dopoguerra e indebitamente sottratti al loro naturale iter processuale. Dopo aver scontato oltre un cinquantennio di silenzio giudiziario, un verdetto di archiviazione non può che essere accolto come un ennesimo e vergognoso oltraggio alla memoria delle vittime: silenzio che si sovrappone a silenzio. E questo è ancor più vero per la comunità martire di Sant’Anna, che già nel processo dibattuto davanti al Tribunale militare di Bologna nel 1951 contro il maggiore delle SS Walter Reder ha dovuto confrontarsi con un verdetto di assoluzione per mancanza di prove.

La sentenza de La Spezia del 2005 ha invece codificato la memoria della strage toscana, sancendo le responsabilità di un preciso reparto militare. E - cosa forse ancor più rilevante - è riuscita a ricostruire le modalità di esecuzione dell’eccidio all’interno di un più ampio panorama di ordini di guerra contro i civili emanati nel 1944 dal Comando supremo delle Forze Armate tedesche in Italia, mettendo a frutto le acquisizioni della storiografia italiana e tedesca degli ultimi vent’anni. Resta però da chiedersi se la sentenza di questo procedimento - come di altri processi analoghi dibattuti in Italia nell’ultimo decennio - non abbia in definitiva assolto un compito eccedente rispetto al semplice giudizio penale, accogliendo una funzione di supplenza politica e storica che, accanto alla definizione delle responsabilità dei singoli, amplifica la rilevanza della ricostruzione generale del crimine in sede giudiziaria; e di conseguenza l’interpretazione implicita che la sostanzia (Cfr. Silvia Buzzelli, Marco De Paolis e Andrea Speranzoni, La ricostruzione giudiziale dei crimini nazifascisti in Italia. Questioni preliminari, Giappichelli, 2012).  

Guardando anche la sentenza di Stoccarda da questa duplice angolatura, più che il giudizio sui singoli indiziati colpiscono le motivazioni addotte a giustificazione del provvedimento di assoluzione. La magistratura tedesca non solo sostiene di non avere prove sufficienti per dimostrare le responsabilità individuali degli imputati già condannati in Italia, ma mette in dubbio la stessa ricostruzione del crimine, negandone la natura premeditata all’interno di un preciso disegno di attacco alla popolazione civile italiana. Non sconfessa quindi solo una sentenza di condanna a singoli imputati, ma mette in dubbio la stessa inquadratura storica dei fatti alla base di quella condanna, disconoscendo l’insieme degli studi storici sulle politiche di guerra contro gli inermi adottate dalla Wehrmacht in Italia fra il 1943 e il 1945. Proprio questa doppiezza di significati, che inevitabilmente risponde a criteri di valutazione differenti e a volte addirittura divergenti, impone di interrogarsi su quali rischi comporti la delega all’ambito giudiziario di valutazioni storico-politiche dirette su fatti di rilevanza storica. A maggior ragione là dove esista, come in questo caso, un soggetto deputato a prendere posizione quale la Commissione storica italo-tedesca.

In merito a questo dualismo, fa inoltre riflettere che meno di 24 ore dopo siano state rese pubbliche le motivazioni della sentenza per i fatti delle scuole Diaz di Genova. Un altro esempio giudiziario nel quale definizione delle pene individuali e valutazione complessiva dei fatti appaiono quali piani di giudizio paralleli; in questo caso stridenti.