Rivista il mulino

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle

Il Biden progressista, dei primi cento giorni

rubrica
  • lettere internazionali

«È successo qualcosa di straordinario» dice la rivista liberale «American Prospect» di fronte alla partenza a spron battuto di Biden che contraddice la sua lunga biografia politica moderata e si pone invece nella scia di Roosevelt e del New Deal. Entrambi sono stati candidati presidenziali con profili nebulosi, radicalizzati poi dal contesto difficilissimo che si sono trovati ad affrontare: per Biden la pandemia sanitaria, la crisi economica e occupazionale, la crisi razziale. Nell’immediato indomani del voto, politici e osservatori si chiedevano cosa ne sarebbe stato del «trumpismo», ma nessuno parlava di «bidenismo». È invece un concetto che ora sta emergendo a designare la prima, intensissima «luna di miele» dei «cento giorni». Essa non solo contraddice l’eredità trumpiana, ma si discosta anche dal neocentrismo di Clinton e Obama a favore di uno «Stato redistributore» per sconfiggere la pandemia, ridurre la diseguaglianza, sostenere l’equità sociale e contrastare la gerarchia razziale.

La Camera ha approvato o sta esaminando norme di sostegno sindacale (Biden è intervenuto a sostegno della sindacalizzazione di Amazon), di facilitazione dell’esercizio del voto (contro le oltre 250 proposte repubblicane di leggi statali anti-minoranze di restrizione del voto anticipato e postale), di maggiori vincoli all’acquisto delle armi d’assalto (enfatizzati dalla recente strage nel supermercato in Colorado), di riforma antirazzista della polizia (resa urgente dalla tragica morte di George Floyd). Quindi non un vecchio presidente restauratore, ma un inatteso leader «trasformativo». Se il programma dovesse durare e avere successo, si tratterebbe di una svolta nell’approccio dei democratici ai problemi interni databile fin dalla «rivoluzione di Reagan» del 1981.

Appunto, se avesse successo: il destino di queste proposte è di incappare nell’ostruzionismo senatoriale, che, applicabile ormai a quasi tutti i progetti riformatori (il cosiddetto «ostruzionismo virtuale»), richiede per essere superato 60 voti, cioè, oltre ai 50 democratici, 10 repubblicani praticamente impossibili da conquistare nell’attuale polarizzazione partitica. Tuttavia, attraverso il cosiddetto reconciliation process che permette al Senato di passare con maggioranza semplice tre leggi finanziarie all’anno relative alla spesa pubblica, agli introiti statali e al debito federale, il presidente ha conseguito una grande vittoria legislativa con l’American Rescue Plan, la legge federale di lotta al Covid-19. Il suo enorme ammontare a 1,9 trilioni di dollari potenzialmente modifica l’intero rapporto tra Stato, economia e società. Dopo la disattenzione trumpiana alla pandemia, che forse gli è costata la rielezione, nella sua recentissima prima conferenza stampa Biden ha ancora ampliato il piano di vaccinazioni di massa di 200 milioni di dosi nei primi cento giorni di presidenza, sottolineando il netto primato dell’interesse generale rispetto alle convenienze delle grandi case farmaceutiche che affliggono la situazione europea.

Ma il presidente ha fatto leva sulla lotta alla pandemia per raggiungere antichi obiettivi della sinistra democratica. Il Covid-19 ha sconvolto la vita della classe media e ha gettato nella povertà milioni di persone. James E. Clyburn, il democratico n.3 alla Camera, ha detto: «questa pandemia è diversa da tutto quanto successo negli ultimi cent’anni. Se se ne vuole affrontare l’impatto, allora bisogna occuparsi delle disparità economiche di questo Paese».

Sostegno all’occupazione, ai redditi medi e bassi, lotta alla povertà e ampliamento dello Stato sociale sono gli obiettivi centrali dell’American Rescue Plan. Il 20% più povero delle famiglie americane dovrebbe vedere un incremento di reddito del 20%; una famiglia di quattro persone con un solo genitore occupato dovrebbe ricevere un assegno di circa 12.500 dollari, appena inferiore al salario minimo di 7,5 dollari di un lavoratore a tempo pieno, risultando quindi uno stimolo agli imprenditori ad alzare la paga per trovare buoni lavoratori. Le fasce occupate di reddito medio fino a 150.000 dollari l’anno, spesso appena sopra la soglia di povertà, riceveranno assegni diretti e crediti fiscali per gestione e cura dei figli, per affitti e spese di casa, per il rimborso dei debiti studenteschi, per comprare un’assicurazione sanitaria. Ancora più importante, la legge stabilisce un reddito base garantito, un’idea finora assente in America, per le famiglie con figli. L’attesa è di un sostegno al prodotto nazionale pari al 4%, con effetti di stimolo all’economia internazionale.

La politica economica a sua volta si indirizza non tanto al sostegno della competitività, ma al (quasi) pieno impiego con buoni salari, alla lotta alla povertà e all’espansione del Welfare: una politica monetaria molto espansiva con scarsa attenzione al passivo del bilancio pubblico e all’inflazione. Poi, sostegni alla piccola impresa e all’agricoltura (in particolare quattro miliardi compensativi agli agricoltori neri), attraverso una forte ulteriore espansione della spesa pubblica. A maggior ragione se dovesse realizzarsi con la procedura della riconciliazione il progetto di una nuova legge finanziaria pari a quasi tre trilioni di interventi infrastrutturali, accompagnata, a sostegno del bilancio pubblico, da un aumento delle tasse sui redditi superiori ai 400.000 dollari e sugli alti profitti delle imprese, una svolta rispetto alla politica di taglio fiscale prevalente fin dai primi anni Novanta e culminata dall’enorme riduzione trumpiana del 2017. L’approccio non è tanto una novità quanto la smentita di quarant’anni di politiche conservatrici e neoliberali.

La legge segue la richiesta della sinistra del partito, pur largamente esclusa dai posti governativi, di fare dell’equità sociale una causa democratica di primo piano, anche per conquistare nuovi voti. La legge è molto popolare, è sostenuta dai tre quarti della popolazione, compreso il 60% dei repubblicani, molti dei quali trumpiani. Giocando sulla sorpresa di Biden «presidente dei poveri», lui e la Harris vanno in giro per il Paese a «vendere» il programma alle comunità che ne beneficiano, a tentare di rendere definitive le misure di tutela, a cercare di disinnescare le vocazioni antidemocratiche del trumpismo repubblicano, a recuperare l’idea della statualità come risorsa e non come problema.

Come dice Chuck Schumer, capogruppo della maggioranza democratica al Senato, «non possiamo essere timidi (sottinteso: come era stato Obama) nel dire forte al popolo americano come questa legislazione storica direttamente lo sostiene».

L’obiettivo è rafforzare la contropartita elettorale sperata da questo mare di soldi pubblici. La legge modifica l’immagine del partito democratico da «partito dei diritti», prevalsa dagli anni Settanta insieme a forti concessioni al privatismo neocoservatore, a favore di un partito dell’espansione del pieno impiego e della tutela sociale pubblica. L’obiettivo è ripetere la vicenda degli anni Trenta, quando la politica del New Deal promosse una coalizione socio-politica maggioritaria che dominò la vita congressuale fino agli anni Settanta. Tutta la vita pubblica attuale guarda alle elezioni intermedie del 2022, che tradizionalmente puniscono il partito del presidente, rischiano di far perdere a Biden la striminzita maggioranza congressuale, e riducono a soli due anni, come è successo ai suoi predecessori, la finestra di tempo per realizzare il programma promesso.

È del tutto possibile che la vocazione riformatrice di Biden si esaurisca presto per sue preferenze personali e partitiche, e per insuccessi attuativi. I repubblicani promettono una guerra politica all’ultimo sangue se i democratici cercassero di cancellare con un voto a maggioranza l’ostruzionismo in Senato, pagando defezioni nei loro stessi ranghi. Semmai si parla di tornare alla più impegnativa versione «verbale», dove l’ostruzionismo è praticabile solo se effettivamente sostenuto da lunghi discorsi fiume. I repubblicani sembrano orientati a incrociare solo marginalmente le spade sui progetti di spesa molto popolari, ma invece a enfatizzare i temi culturali tradizionali di Dio, patria e famiglia, tutti rigorosamente bianchi. Oppure ad amplificare gli inciampi in cui incappi l’amministrazione, il primo dei quali è la controversia sui migranti. Sperando che Biden rilassi i vincoli all’ingresso, c’è un forte incremento degli aspiranti immigrati che si presentano al confine meridionale, diversi dei quali minori non accompagnati. Biden si è impegnato a non allargare i ranghi degli adulti ammessi, con l’eccezione dei minori soli, ma sui loro sovraffollati centri di raccolta, già duramente attaccati in tempi trumpiani, vi è molta polemica.

In campagna elettorale Biden ha promesso di «ricostruire la spina dorsale della nazione». Gli sviluppi futuri sono tutti da vedere ma certo «sleepy Joe», come lo chiamava Trump, ha avuto una partenza tutt’altro che «sonnacchiosa».