Rivista il mulino

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Ovvero sull’attuale crisi di governo (e non solo di governo)

Il «governo dei migliori»

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«Avverto pertanto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica. Conto quindi di conferire al più presto un incarico per formare un governo che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze non rinviabili che ho ricordato». Da manuale. Con queste parole il capo dello Stato ha rivolto, a mezzo stampa, un appello al Parlamento e alle forze politiche perché sostengano l’imminente tentativo di Mario Draghi di formare un nuovo governo.

In una prassi istituzionale che sta rinnovando i rituali parlamentari, occorre registrarne qualche altro. Le parole di Mattarella arrivano dopo l’ultimo tentativo di tenere insieme la sua seconda maggioranza. Dopo le dimissioni delle due ministre di un partito formatosi in Parlamento da una scissione dal Pd all’indomani della formazione del Conte bis, e proprio per capovolgere il Conte uno, ma insistendo a volere proprio Conte presidente, va in scena una tempestosa danza di incontri per cercare di non fare tracimare quel recinto. Certo, il leader del partito che ritira il sostegno al governo accusando il primo ministro di vulnus democratico non aiuta quel tentativo. Tuttavia passano le ore e la pregiudiziale democratica di Italia Viva sembra attenuarsi. Il vicesegretario del Pd arriverà a invocare, ma è solo una battuta naturalmente, una perizia per capire se il Renzi che ha additato di alto tradimento Conte è lo stesso Renzi che 24 ore dopo torna a sedersi sul medesimo tavolo con il medesimo presidente. Adrenalina del momento difficile. In effetti la delegazione renziana torna a discutere a Palazzo Chigi, forse informata che da quelle parti non ci sono sovversivi. Oppure no. Perché di fatto il voto di fiducia al Senato non è sufficiente a varare un esecutivo solido perché i senatori renziani si astengono e quei voti sommati all’opposizione (chissà perché) danno pari e patta tra i due schieramenti. Così Conte si dimette e le carte passano al Quirinale. E allora il presidente della Repubblica rispolvera l’istituto non codificato del «preincarico». Il mandato esplorativo è affidato alla terza carica dello Stato, che in quanto tale è o dovrebbe essere terza in tutti i sensi. Tuttavia, dopo le consultazioni con tutte le delegazioni parlamentari, come da dettato costituzionale, il presidente della Camera riunisce i cocci della seconda coalizione contiana per «costringerli» a tirare fuori un accordo su uomini e cose per continuare a sostenere Conte o in subordine, pare di capire, quella stessa formula politica. Lo spettacolo, esilarante o drammatico a seconda dei punti di vista, documenta lo sfaldamento definitivo di quell’impianto di governo. Manca lo streaming, né ci sono verbali autorizzati di quelle riunioni, alle quali appare e dalle quali scompare Fico, ma le trattative che vengono riportate da anonimi sms o dichiarazioni ufficiali non arretrano neppure di fronte al limite del grottesco, rispetto al quale un residuo di buonsenso suggerirebbe prudenza.

Veti incrociati su nomi, su misure passate e future, intorno a bozze di programmi condivisi, restituiscono al Paese, appeso, si fa per dire, alle maratone televisive, una rappresentazione desolante di una classe politica che implode in piena pandemia e dopo peraltro avere ottenuto dalla Ue un aiuto economico senza precedenti. E quindi l’esplorazione di Fico giunge al termine certificando che la maggioranza attorno a Conte non esiste più. E poiché altre geometrie politiche evidentemente non sono emerse dalle prime consultazioni, Mattarella, che vuole evitare le elezioni dato che le condizioni non lo consentirebbero – sul punto la nota quirinalizia è meticolosa: quei Paesi che le fanno vi sono costretti dal fatto che i mandati elettorali sono arrivati alla scadenza naturale e non fare nuove elezioni significherebbe sospendere la democrazia, più che giusto –, giunge a una conclusione, che esterna alla nazione.

E qui torniamo all’inizio. Con un filmato che rientrerà nei repertori, il presidente, scuro in volto, esce dallo studio ma soprattutto dalla sua consueta compostezza appellandosi, vista la gravità del momento, a tutte le forze parlamentari per sostenere un governo di alto profilo che non abbia alcuna formula politica. Sic! Non c’è nulla di più radicale come sconfessione di una classe politica e del suo fallimento. Eppure nulla risulterà più suadente di questo. E difatti c’è un coro pressoché unanime di apprezzamento. Che giunge alle salve di urrà quando si palesa ciò che tutti ormai pregustano come salvatore della patria. Mario Draghi. Ma quale sarà il programma del nascituro governo, se si scende dalle categorie dello spirito a questioni concrete? Problemi ne nasceranno. E non è un male, è la politica, che divide le scelte in campi e visioni diversi. Solo una grande e sospetta mistificazione inventa la tipologia dei governi tecnici, che in natura non esistono. Perfino sui più generici punti condivisi, basta passare al come, tra strategie diplomatiche e misure economiche, e le idee divergenti non mancheranno sulla scrivania del nuovo premier. A meno che il nuovo premier non conti proprio su questo, che manchino idee. Ancora adesso Salvini, che dovrebbe essere uno dei pilastri di questo governo di unità nazionale, è reticente sull’uso del vaccino. Cioè sulla misura cardine dell’emergenza su cui si sta costruendo il nuovo governo. Ma andiamo avanti, siamo fiduciosi che il nuovo governo di tutti o quasi tutti nascerà.

C’è difatti una questione ancora più preoccupante, e ci è fatto obbligo segnalarla a futura memoria. Il fatto che venga accreditato dai massimi livelli istituzionali la necessità di dar vita a un salvifico governo di tutti, per quanto venga giustificato da una situazione oggettivamente emergenziale, permette a un ceto politico squalificato di ricorrere irresponsabilmente all’idea attrattiva che le categorie di destra e sinistra sono obsolete e inadeguate, se non dannose. Ora nulla è più popolare della proclamazione della fine delle ideologie, ma Norberto Bobbio avvertiva che nulla è più ideologico di questo. Sappiamo che è esattamente su una tale base culturale, se non appunto ideologica, che gruppi politici acquisiscono il consenso rappresentandosi surrettiziamente come autentici interpreti dei reali interessi del popolo. Eliminata l’impalcatura ideologica, indicata come ostacolo e distorsione, una nuova classe politica si legittima identificandosi, nella narrativa propagandistica, con il popolo. I sondaggi che catapultano Draghi come leader redentore per il solo fatto di avere accettato l’incarico di formare un esecutivo dovrebbero allarmare la classe politica italiana. Eppure vediamo l’estasi delle segreterie. Il fatto che lo spread sia di colpo sceso spaventato da un tweet del Quirinale che ha cinguettato quel nome, ci dice quanta bassa sia la considerazione con cui i mercati guardano sempre a quella classe politica.

Mentre c’è una gara di panegirici sui principali giornali, che, lo si dica a difesa di Draghi, sta assumendo toni adulatori imbarazzanti, si è radicata la convinzione che il Parlamento non può rifiutare la proposta di Mattarella altrimenti si scatenerebbe la sommossa popolare. Mai una delegittimazione delle camere elettive aveva assunto toni così elevati e diffusi. Ovvero, i precedenti ci sono e dovrebbero inquietare. È difficile dire se si tratti di una geniale manovra diversiva, ma che i partiti stiano accogliendo quello di Draghi promuovendolo come il governo dei migliori è la autocertificazione che i peggiori sono loro, i partiti. Naturalmente siamo d’accordo, ma la democrazia è il governo dei rappresentati del popolo attraverso libere competizioni elettorali. Qualunque sia il risultato, se amiamo la democrazia, dobbiamo accettarlo. Semmai dobbiamo pretendere come cittadini ed elettori una selezione di ceto politico adeguato alle sfide delle nostre società complesse. Quando fu detto a Churchill, racconta l’aneddoto, «abbiamo perso le elezioni», dopo che aveva sconfitto Hitler in guerra, la sua risposta equivale a un compendio di apologia democratica: «in realtà abbiamo vinto». Accettò il verdetto delle urne, perché si era battuto affinché ci fossero delle urne in un Paese libero.

Adesso stiamo assistendo al più facile degli argomenti, che contrappongono un grillino qualunque con curriculum modesto allo standing impressionante dell’ex capo della Bce. Benissimo. Lo sapevamo già prima. Bastava evitare le elezioni, sprangare il Parlamento, e prendere direttamente Draghi. Perché è questa la cosa più grave che sta passando in queste ore: che competenza e democrazia sono due valori opposti. Siamo passati dall’odioso «uno vale uno» e «questo lo dice lei», a «uno vale tutti» e «questo lo dice lui». Un populismo più raffinato e strisciante, insidioso, sta conquistando tutti all’insegna del «nessuno tocchi Draghi», dietro il quale si sta affollando una classe politica fallimentare. Come se la competenza esclude la rappresentanza democratica e i migliori non possano essere selezionati mediante elezioni democratiche. Certo non è una novità. Ripetutamente nella storia è stato invocato il governo dei migliori, dei tecnici, dei professori o dei filosofi, al riguardo vi è una lunga e importante tradizione. Una tradizione antidemocratica, appunto.