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Perché il Regno Unito ha votato per Brexit

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Il voto con cui la maggioranza dei britannici ha deciso l'uscita dall’Unione europea è l’ultimo di una lunga lista di consultazioni popolari che, a partire dal 1972, ha avuto l’Ue come oggetto del contendere. Tuttavia, l’eccezionalità di questo evento consiste nel fatto che rappresenta il primo tentativo andato a buon fine da parte di uno Stato membro di uscirne. Non sorprende che la campagna referendaria abbia monopolizzato il dibattito politico sia inglese sia europeo e che l’esito del referendum abbia, da un lato, generato forte scompiglio nella politica interna del Regno Unito e, dall’altro, scioccato la comunità internazionale. Indubbiamente, ad oggi Brexit rappresenta la sfida più impegnativa al processo di integrazione europea.

Diversi studi hanno avuto quale oggetto Brexit, concentrandosi soprattutto sul crescente euroscetticismo che ha caratterizzato l’ultimo decennio della storia inglese e sugli attori che hanno condizionato la campagna referendaria. Il volume di Harold D. Clarke, Matthew Goodwin e Paul Whiteley, Brexit. Why Britain Voted to Leave the European Union (Cambridge University Press, 2017) costituisce però il primo studio condotto sinora che, utilizzando una vasta mole di dati a livello aggregato e soprattutto individuale, analizza in maniera sistematica ogni singolo passaggio che ha portato l’elettorato britannico a votare in maggioranza «leave». Studiare le determinanti di Brexit è estremamente rilevante per due motivi in particolare. Il primo è che ci permette di comprendere meglio quali dinamiche stanno alla base delle scelte di voto nei referendum. Dopotutto l’adesione all’Ue e le decisioni prese dalle sue istituzioni sono le tematiche su cui, nella storia, si è chiesto maggiormente l’intervento del voto popolare. Il secondo è che permette di investigare quali fattori influenzano l’euroscetticismo, focalizzandosi non su meri atteggiamenti e opinioni degli elettori, ma sul loro comportamento attraverso una concreta scelta elettorale.

Il volume presenta diversi punti di forza che lo rendono, a mio avviso, il lavoro più rilevante pubblicato sinora sulle cause e le conseguenze di Brexit. Innanzitutto gli autori – Harold D. Clarke, Matthew Goodwin e Paul Whiteley – sono tra i maggiori esperti di politica inglese e di comportamento elettorale. La loro statura si riflette in quello che è indubbiamente il maggior punto di forza del libro, cioè l’ampio utilizzo di dati provenienti da diverse inchieste campionarie e le rigorose e metodologicamente appropriate analisi empiriche condotte. Il lavoro è stato svolto su dati che colgono le opinioni e le scelte di voto attraverso indagini rappresentative dell’elettorato, condotte virtualmente ogni mese tra aprile 2004 e giugno 2016. L’indagine svolta nel mese di giugno 2016, inoltre, ha l’importante vantaggio di permettere di cogliere le opinioni degli elettori prima del referendum e le loro scelte di voto subito dopo di esso. Accanto a questa già di per sé impressionante mole di dati, gli autori hanno utilizzato anche un’inchiesta condotta su circa 15.000 membri dello Ukip e un’ulteriore indagine effettuata nel settembre 2016 al fine di valutare se, e in che modo, gli elettori inglesi avessero cambiato idea circa il loro voto nel referendum. Un altro punto di forza del volume consiste nel fatto che i risultati delle analisi statistiche vengono supportati da numerose indagini qualitative sulle opinioni di esperti e politici riportate in giornali, dibattiti pubblici, discorsi e interviste. Inoltre, la prospettiva adottata è di tipo storico e, quando possibile, è delineato un parallelo con il referendum sulla permanenza nella Comunità europea tenutosi nel 1975. 

L’analisi si apre esaminando il contesto in cui si è svolta la campagna elettorale, l’umore dell’opinione pubblica e i differenti argomenti proposti rispettivamente dagli attori a supporto del «remain» e del «leave». Una volta delineato il contesto che ha fatto da sfondo al referendum, il libro analizza prima l’evoluzione degli atteggiamenti dei cittadini nei confronti dell’Ue a partire dal 2004 e poi la crescita dei consensi a favore dello Ukip nelle elezioni europee del 2014 e nelle elezioni inglesi del 2015. Queste analisi mostrano quanto il supporto per l’Ue nel Regno Unito sia stato storicamente volatile e come l’ascesa dei consensi per lo Ukip abbia contribuito a portare tematiche quali l’Europa e l’immigrazione al centro del dibattito politico. La seconda parte del libro è, tuttavia, la più rilevante. Il capitolo 7 presenta una serie di rigorose analisi empiriche dei fattori che hanno influenzato la scelta di votare «leave», mostrando come quest’ultima possa essere spiegata da una combinazione di calcoli utilitaristici, orientamenti e identificazione partitica. Il capitolo successivo analizza invece le conseguenze politiche ed economiche di lungo periodo di Brexit, esaminando alcuni possibili scenari futuri. Secondo gli autori, i presunti effetti disastrosi di Brexit sono stati eccessivamente enfatizzati sia da parte dei media, sia da parte dei sostenitori del «remain». Il libro si conclude, infine, analizzando i dati di un’indagine condotta nel settembre 2016 che chiedeva agli elettori un giudizio retrospettivo circa la loro scelta di voto nel referendum.

Questo studio tuttavia non è privo di debolezze. Il limite principale è rappresentato sicuramente dalla mancanza di dati sulle opinioni dei cittadini nei confronti delle negoziazioni tra Regno Unito e Ue attualmente in corso e le future relazioni che il Regno Unito instaurerà sia con le istituzioni europee, sia con gli altri Stati membri. Considerando che l’uscita dall’Ue da parte di uno Stato membro è un evento che non ha precedenti, l’attivazione da parte di Theresa May dell’art. 50 del Trattato dell’Unione europea rappresenta letteralmente un salto nel buio. È pur vero però che, poco dopo l’esito del referendum, diversi studiosi e analisti hanno ipotizzato differenti scenari che sono stati riassunti nella vaga, ma comunque efficace, dicotomia tra «soft» e «hard» Brexit. Il libro avrebbe sicuramente beneficiato di un’analisi delle opinioni dei cittadini inglesi su questi possibili scenari. Inoltre, quello che è il maggior punto di forza di questo studio può anche rappresentare un suo limite. Se da un lato, infatti, il corposo utilizzo di analisi statistiche è lodevole dal punto di vista scientifico, dall’altro lato può rappresentare un limite nel momento in cui gli autori puntano a un’audience non prettamente accademica.

Nonostante ciò, questo rimane lo studio empirico più rilevante pubblicato sinora su un evento decisivo che condizionerà fortemente la politica inglese ed europea nei prossimi anni. Si tratta di un contributo importante agli studi sul comportamento elettorale e sul supporto all’Ue e costituirà sicuramente un punto di riferimento per le prossime ricerche sulle motivazioni che hanno portato gli elettori a votare l’uscita del Regno Unito dall’Europa.

 

[Questo articolo è stato pubblicato in inglese su EuVisions]

 

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