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A proposito del destino dei monumenti americani
Costruire, non distruggere
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Nel nostro immaginario la distruzione dei monumenti gode di pessima stampa. Un nuovo regime intollerante distrugge i simboli del suo predecessore altrettanto intollerante. Ci si immagina invece che gli ordini liberali non siano usi alla damnatio memoriae di un passato seppur ostile nei valori, col rischio di creare «martiri di bronzo», ancora più inquietanti di quando stavano in piedi. Ci sono molte eccezioni, soprattutto in caso di svolta radicale dalla dittatura alla democrazia. A fine Seconda guerra mondiale tutti i simboli nazisti furono distrutti per ordine delle autorità d’occupazione. Tuttavia condividiamo spesso l’opinione dell’architetto che ha creato a Budapest il Memento Park dei vecchi monumenti comunisti: «La democrazia è il solo regime disposto ad accettare che il nostro passato, pur con tutti i suoi errori, resti nostro».

Questo è stato finora il caso degli Stati Uniti, un Paese dove pensiamo che i monumenti si costruiscano e non si distruggano: la memoria del Paese ricorda apprezzabili governatori britannici, la controversa guerra in Vietnam con una lunga lista in marmo dei caduti eretta nel 1982 o un enorme memoriale, cimiteriale e militaresco, dedicato nel 2004 nello spazio «sacro» del National Mall di Washington alle truppe americane impegnate nei teatri della Seconda guerra mondiale.

E invece da diversi mesi si è diffusa nel Paese una campagna iconoclasta tra distruttori e difensori dei monumenti che abbraccia sia gruppi di attivisti etnici, politici e sociali, sia istanze istituzionali di governi e partiti cittadini, statali e federali. La controversia diviene eclatante (ma era cominciata ben prima) in occasione degli scontri di Charlottesville, Virginia, del 12 agosto scorso dove una dimostrazione di destra neoconfederata, suprematisti bianchi e neonazisti, si scontra a «difesa» del monumento al generale sudista Robert E. Lee con oppositori di sinistra bianchi e neri, compresi antifascisti e anarchici. Le circa 1500 simbologie pubbliche (di cui molte decine sono già state distrutte o trasferite) dedicate ai soldati e ai leader sudisti della «Nobile Causa Perduta» sono state la scintilla del conflitto. Esso si è poi è esteso ad altre figure storiche, soprattutto a Cristoforo Colombo, ipoteticamente schiavista e stragista di nativi, la cui contestazione, legata al risveglio delle minoranze indie nel Sud come nel Nord America, si era già coagulata in occasione delle celebrazioni del quinto centenario della scoperta dell’America nel 1992. La prima statua di Colombo abbattuta è stata a Caracas nel 2004. Diverse altre sono state trasferite o sfregiate negli Stati Uniti spesso da attivisti del movimento dei nativi americani, tra cui la più vecchia del Paese eretta a Baltimora oltre due secoli fa. In diverse sedi la tradizionale festa nazionale del Columbus Day, inaugurata da Roosevelt nel 1937 come omaggio alla comunità italo-americana attraverso la celebrazione dello scopritore dell’America individualista e audace, è stata sostituita da un Native American Day o da un Indigenous Peoples Day, con gran rabbia degli italo-americani stessi.

Gli argomenti dei difensori dei monumenti sono normalmente a base nazionale. «Non si può cancellare artificiosamente la nostra storia» hanno obiettato i critici meno radicali (tra cui lo stesso Trump), a differenza del suprematismo di estrema destra che vede lo scontro come la riscossa dell’America bianca. Oppure «se dovessimo tirare giù i monumenti di tutti gli schiavisti, partirebbero per primi Washington e Jefferson, i sacri Padri Fondatori». Peraltro, se il criterio fosse chi ammetteva il matrimonio misto bianco/nero, dovrebbero venir giù anche tutti quelli novecenteschi, compresi quelli di Roosevelt e Kennedy, fino a tutti gli anni Sessanta e oltre. Una rivisitazione degli eroi storici americani al filtro delle opinioni razziali sarebbe una vera ecatombe. I monumenti agli eroi confederati della Guerra Civile non sarebbero celebrativi dei razzisti ma dello sforzo eroico della società sudista in un frangente tragico della storia del Paese.

Gli argomenti dei demolitori sono a base prevalentemente etnico-razziale. I monumenti sudisti sono stati costruiti a ondate dopo gli anni Ottanta dell’Ottocento e poi ancora negli anni Venti, Cinquanta e Sessanta del Novecento. Non tendono – dicono i critici, tra cui Nancy Pelosi, leader democratica alla Camera – a celebrare quella riconciliazione nazionale che ha interpretato la Guerra civile come «errore» dovuto alle élite politiche estremiste delle due parti, dove l’abolizione della schiavitù in realtà non c’entrava (sarebbe sparita naturalmente sotto i colpi della modernità). A questa interpretazione, infondata ma molto radicata, simboleggiata dall’icona di Lee e di Ulysses Grant, il comandante nordista, che si stringono la mano, con eguale statura e dignità, al momento della resa sudista ad Appomattox, fanno riferimento molte voci di difensori. Invece la costruzione dei monumenti ha corrisposto a quel complesso di norme, comportamenti e violenze, che hanno segnato i culmini della riscossa bianca dopo la Guerra civile: la costruzione della segregazione nel Sud a fine Ottocento che ha restaurato uno pseudo-schiavismo non legale ma sociale, politico e civile, il culmine della violenza del Klu Klux Klan negli anni Venti, la reazione postbellica dei razzisti bianchi all’emergere del movimento dei diritti civili. E i monumenti non sono mai stati dedicati a quei molti sudisti antirazzisti, neri anzitutto ma non solo, che hanno solidarizzato con il Nord, ma solo a personaggi che, come Lee, anche dopo la fine della Guerra civile, non hanno fatto mistero del loro continuo favore per il razzismo e lo schiavismo.

La questione ha certo assunto nuove, recenti rilevanze. Dieci anni fa un nero che passava sotto un monumento a Jefferson Davis, presidente confederato, se ne sentiva offeso o lo aveva inserito in un «paesaggio della normalità», ritenendo invece che la controversia razziale passasse da ben altri temi? La radicalizzazione razzista a destra durante la prima presidenza di un nero e il carattere di rivincita bianca rappresentata dalla elezione di Trump nel contesto della complessiva polarizzazione della società e politica americana, che vede estremismi anche a sinistra, ad esempio in segmenti del nuovo antifascismo, è stata per contrasto significata dall’inginocchiarsi di molti giocatori, soprattutto neri, di football americano, rifiutando per protesta la posizione di attenti con cui si dovrebbe ascoltare l’inno nazionale all’inizio delle partite. E la controversia si focalizza allora sul dovere del patriottismo.

La posizione più ragionevole sembra in conclusione quella dei riformatori del panorama monumentale. L’ha ben espressa a nome di molti intellettuali nella rivista “The Nation” lo storico progressista Eric Foner, specializzato proprio negli anni della Guerra Civile: «…non è necessario buttare giù tutte quelle statue. Invece vorrei vedere erigere altre statue. Invece di distruggere Lee» – Foner propone – «mettiamogli vicino una statua al generale sudista James Longstreet, che, dopo la guerra, sostenne il diritto di voto nero e comandò la polizia di New Orleans contro l’attacco dei suprematisti bianchi nel 1874». «Quindi» – conclude Foner – «se vogliamo parlare di statue, dico che la statuaria sia pienamente rappresentativa della storia del Sud».

 

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