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Le sirene del neoborbonismo
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  • Memoria /memorie

Gian Luca Fruci e Carmine Pinto nell’articolo pubblicato su queste pagine hanno ribadito gli argomenti dei tanti autorevoli studiosi, tra cui loro, che hanno stigmatizzato le recriminazioni neoborboniche che da tempo fioriscono a Mezzogiorno, culminate in un voto quasi unanime del Consiglio regionale pugliese per l’istituzione di un giorno della memoria dedicato alle vittime meridionali del processo di unificazione. Sono impeccabili tanto il ragionamento di Fruci e Pinto quanto quello condotto dall’appello. Ma qualche considerazione aggiuntiva non è forse fuori luogo. Il neoborbonismo non corrisponde a una vacua mistificazione nostalgica. È strumento di un’insidiosa manovra politica, volta a sfruttare l’odierno disagio della società meridionale.

La prima considerazione riguarda il vittimismo meridionale che ciclicamente riaffiora. I piemontesi non furono generosi coi quadri dell’esercito borbonico, né risparmiarono violenze alle popolazioni civili che rifiutarono di accoglierli, e anzi si sollevarono. Sia ben chiaro tuttavia, pure a chi è andato a chiedere perdono per i morti (quanti non è definitivamente accertato) di Casalduni e Pontelandolfo, che da ambo le parti la guerra del brigantaggio fu condotta con terribile ferocia. 

Capita di rado che i vincitori si mostrino generosi. Solitamente si accaniscono sui vinti: basta ricordare i comportamenti degli italiani in occasione delle loro sciagurate e sanguinarie intraprese coloniali. I piemontesi seguirono quello schema. Ma non furono generosi neppure con chi aveva vinto davvero, cioè l’esercito garibaldino e lo stesso Garibaldi. La loro prima preoccupazione fu neutralizzare le energie democratiche da essi rappresentate e accordarsi con la classe dirigente meridionale, devota fino al giorno innanzi alla monarchia borbonica. È la storia raccontata da De Roberto e Tomasi di Lampedusa. Che ruolo avrebbero potuto giocare le energie democratiche allora represse? L’interrogativo non ha risposta. Ma quella mossa politica fu forse premessa di molte altre mosse con cui da allora si è fabbricato e mantenuto lo Stato nel Mezzogiorno.

Non dobbiamo sopravvalutare lo Stato. Lo Stato è un marchingegno di potere ben addobbato. Non spregiamo gli addobbi, gli assunti normativi consacrati nei testi costituzionali. Ma lo Stato e la sua legittimazione sono fatti pure dalle sue pratiche di governo. Orbene: i piemontesi fecero lo Stato nel Mezzogiorno e la sua legittimazione, alienandosi le forze democratiche e consegnando gran parte del governo dei ceti popolari alla mediazione delle classi dirigenti preesistenti. Confermata nei decenni successivi, fu l’alternativa low cost a investimenti ben più dispendiosi in burocrazia, istruzione pubblica, reti di comunicazioni: tutte cose che nel Mezzogiorno lo Stato nazionale ha sì portato, ma in forma depotenziata e mai all’altezza delle necessità. Così come si è fatto Stato tollerando (è un eufemismo) la presenza sul territorio di poteri militari autonomi quali la mafia e la camorra. Il libro di Franco Benigno (La mala setta: alle origini di mafia e camorra, 1859-1878, Einaudi, 2015) mostra bene l’entità di codesta tolleranza.

Sarebbe stato più fausto il destino del Mezzogiorno senza l’unificazione, come i vittimisti pretendono? Sarebbe stato più spedito il cammino del Mezzogiorno se avesse seguitato a governarlo la monarchia borbonica? Nulla consente di supporlo. Il divario tra Nord e Sud, fattosi evidente dalla fine del XIX secolo, circoscritto peraltro a un’area – il cosiddetto triangolo – piena di buchi, è avvenuto, ben più che a spese del Sud, per circostanze esterne favorevoli che le società locali hanno saputo sfruttare. In Europa lo sviluppo, almeno fino a tempi recentissimi, si è esteso prevalentemente per contiguità, perché le comunicazioni erano agevoli, o per la presenza di materie prime. Il Mezzogiorno è lontano e lunga era la strada da fare. Non c’è da prendersela né con l’oppressione settentrionale, né con l’ignavia meridionale: si può accusare semmai lo Stato nazionale di non aver attrezzato adeguatamente il Mezzogiorno di apparati amministrativi e infrastrutture in grado di ridurre la distanza e di non aver saputo sorreggere i non secondari tentativi d’innovazione, in agricoltura ma anche nell’industria, che purtuttavia si compivano da quelle parti. Salvo che un’avvertenza s’impone, definitivamente preclusiva d’ogni vittimismo: quando si parla di Stato nazionale, almeno dal 1876 in poi, non ha più senso parlare di Stato piemontese. Le classi dirigenti meridionali saranno da quel momento appieno integrate nello Stato, con responsabilità di rilievo, così come con lo scorrere dei decenni parte cospicua della classe media meridionale sarà integrata nelle amministrazioni pubbliche.

Il Mezzogiorno è stato vittima semmai dell’intreccio tra classi dirigenti meridionali e settentrionali. Che poteva andar bene ed è andato male. La realtà è comunque ambivalente. La società meridionale è articolata e lo Stato nazionale non occasionalmente ha mostrato attenzione per le sorti del Mezzogiorno, consentendogli di compiere progressi che non hanno colmato le disuguaglianze, ma hanno pur sempre conseguito effetti significativi. Spicca la figura del lucano Francesco Saverio Nitti, capostipite di una generazione di «servitori dello Stato», per lo più meridionali, che moltissimo hanno fatto per il Paese (dopo la crisi del ’29 e al tempo della Ricostruzione) e per il progresso del Mezzogiorno. A loro si deve l’invenzione, nel secondo dopoguerra, dell’intervento straordinario e della Cassa per il Mezzogiorno: due esperienze di successo a lungo andare decadute in ragione delle pessime pratiche di governo delle classi dirigenti locali, avallate però dalle classi dirigenti, politiche e non politiche, nazionali. Quale policy del resto corrisponde mai appieno al suo progetto?

Il Mezzogiorno è stato a lungo un decisivo serbatoio elettorale e come tale è stato trattato. Non però dai settentrionali, ma dall’intera classe politica nazionale. Sarà stato per ragioni politiche, per la Guerra fredda. Ma, ad esempio, quell’altra formidabile energia positiva, manifestatasi all’indomani della Seconda guerra mondiale, costituita dalle lotte per la terra, andò dissipata con una riforma agraria malfatta e promuovendo il grande esodo verso Nord. Così come nei mortai della più squallida alchimia politica nazionale si pestano le energie positive che la società meridionale va tuttora producendo: valga per tutti l’esodo delle giovani generazioni più scolarizzate.

Ciò detto, va ancora precisato che il neoborbonismo non corrisponde unicamente a un’infondata lamentazione sui torti che il Sud avrebbe subito dal Nord. Fruci e Pinto evocano il successo del leghismo. L’accenno merita di essere approfondito e enfatizzato. Perché il leghismo ha avuto seguito ben oltre i confini della Lega. Che è stata in senso pieno egemonica, forse perché ha profittato di altri due fenomeni emersi in contemporanea: il pregiudizio antistatalista proprio dell’ortodossia neoliberale e le difficoltà, reali, del sistema industriale nelle regioni del Nord. Qualche volte è capitato d’incontrare dirigenti del Pds/Pd che a parlare del Sud scuotevano la testa sconfortati? Chi rammenta l’idea di costituire a sinistra una federazione di partiti regionali e chi prescriveva una federazione delle regioni del Nord? Il capolavoro della Lega è stata la sgangherata riforma del Titolo V della Costituzione, approvata a maggioranza dal centrosinistra per disinnescare il leghismo, col voto contrario della Lega, ma secondo un testo già concordato dal centrodestra. E che dire dei sindaci Pd che si apprestano a votare sì al referendum autonomista di Maroni? E degli intellettuali che hanno salutato la fine dell’intervento straordinario sostenendo che il Mezzogiorno andava affamato di risorse pubbliche perché imparasse a cavarsela con le sue forze? Quanti dati statistici ci è alfine toccato sorbirci che proverebbero i benefici parassitariamente scroccati dal Sud al Nord?

Alla disattivazione dell'intervento straordinario e, ancor di più, alla revoca dell’impegno della collettività nazionale a colmare le disuguaglianze tra Nord e Mezzogiorno hanno concorso unanimi tutte le forze politiche. Le radici del neoborbonismo stanno qui. Non in un’oppressione secolare, ma nell’abbandono, simbolico e politico, che si protrae da un quarto di secolo: nelle percentuali di disoccupazione, giovanile e non, nel divario dei redditi, nello stato delle strade e delle reti ferroviarie, e via di seguito. Stanno nella mediocrità delle classi dirigenti locali, che i meridionali hanno sì il torto di eleggere, ma che senza l’avallo delle classi dirigenti nazionali affogherebbero: lo squallido mercato condotto per le prossime regionali siciliane offre motivi di riflessione.

Nessuno, in più, ha al momento un progetto per il futuro del Mezzogiorno. E siccome in politica i vuoti si riempiono, le sirene grilline cantano la funebre nenia neoborbonica, gli sciocchi fanno eco e gli elettori rischiano di cascarci. L'avvenire del Sud si prospetta tristissimo. Da sole le sue forze più innovative non ce la fanno e nessuno le aiuta come servirebbe: anzi, si dà loro addosso. In compenso il Nord non intende quanto oscuro è pure il suo avvenire – non è che il Sud dell’Europa! – e che solo insieme il Paese ha qualche chance di salvarsi. Ci sarebbe da sperare, visto che la politica tace, che gli ambienti intellettuali trovassero lo slancio per reagire propositivamente. Qualche pietra nello stagno è stata buttata. Si pensi ai recenti contributi di Triglia e di Viesti. Ma l’impressione di questa fine estate infuocata – infuocata, ma guarda, specie a Mezzogiorno! – è che le pietre nello stagno affondino senza pietà.