Rivista il mulino

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Londra, 12/5/2017
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  • lettere internazionali

Il trionfo dell’autolesionismo: le elezioni locali nel Regno Unito. Il 4 maggio è stato chiamato alle urne un terzo dell’elettorato inglese insieme a tutto quello scozzese e gallese per rinnovare i consigli comunali. Una procedura consolidata negli anni, che questa volta proponeva una vera e propria novità costituzionale:  in sei zone chi votava doveva individuare contestualmente il suo «sindaco metropolitano», una nuova figura che andrà a presiedere agglomerati urbani che raggruppano città contigue, realtà geografiche ed economiche allargate al di là dei tradizionali confini delle contee storiche.

I risultati della consultazione – caratterizzati da una affluenza bassissima, spesso sotto il 30%, come da tradizione per questo tipo di elezioni – hanno espresso un trionfo di Theresa May che è andato oltre le sue più rosee previsioni. Impostando la campagna dei conservatori esclusivamente sulla sua persona – cioè spingendo ai margini ogni riferimento emblematico al Partito conservatore – e sulla problematica Brexit come unica questione in discussione, il primo ministro è riuscito a evitare qualsiasi confronto a proposito delle realtà sociali ed economiche che i consigli comunali rinnovati si troveranno ora ad affrontare. E allo stesso tempo ha potuto soffocare ogni ulteriore, serio confronto sulla «sua» idea di Brexit all’interno del partito.

I Tories hanno conquistato 4 delle 6 nuove zone metropolitane: solo Manchester e Liverpool hanno indicato sindaci laburisti. Dopo anni di esclusione, il partito della May ha conquistato Lancashire e ha fatto passi avanti notevoli in altre zone del Nord, nei Midlands, il Galles. Il partito indipendentista Ukip ha perso tutti i suoi 140 consiglieri ad eccezione di uno, voti che a giudizio degli osservatori sarebbero passati ai conservatori, e che in origine – 10 o 15 anni fa – erano, quasi sempre, voti laburisti. Parlando con gli elettori per strada e nelle loro case, un candidato laburista ha scoperto che i suoi interlocutori non volevano affatto discutere le questioni locali e della vita quotidiana, ma volevano piuttosto parlare di difesa, di immigrazione e di Brexit. Temi sui quali, dicevano, «noi non ci fidiamo di voi» («Financial Times», 5.5.2017).

Crollo dell'Ukip a parte, i trend ampiamente anticipati dai sondaggi sono stati confermati. I laburisti hanno continuato a perdere terreno fuori dai grandi centri; in Scozia i nazionalisti si sono confermati di gran lunga il primo partito – prendendo per la prima volta il controllo del consiglio comunale di Glasgow (da decenni feudo di un laburismo molto clientelare e tradizionale) – e i poveri liberali sono riusciti a sopravvivere con un minimo di dignità. Colpisce comunque l’affermazione dei Tories in alcune delle zone più degradate e dimenticate del Paese, soprattutto in Scozia – dove hanno trovato anche loro una leader femminile carismatica e intelligente – ma anche nel Nord Est dell’Inghilterra, da sempre terra solidamente operaista e laburista. Ma il richiamo della May è stato semplice ed efficace: un confronto con lo straniero come Brexit deve essere impostato come battaglia frontale, e per le grandi battaglie ci vogliono sempre condottieri forti e incrollabili, come fu la grande e indimenticabile signora Thatcher. Tra le conquiste di May, e non tra le meno rilevanti, va poi annoverata quella di far scordare a certe popolazioni che fu proprio Margaret Thatcher più di ogni altro a portare avanti la deindustrializzazione del Paese, e quindi a ridurli allo stato in cui adesso si trovano.

Si tratta di un paradosso simile a quello che ha visto gli elettori di tante zone che hanno beneficiato anche massicciamente dai sussidi dell’Ue votare comunque Brexit. Ma è proprio sul piano locale che le conseguenze della scelta pro-Tory saranno ancora più gravi e immediate. Perché è qui, nelle città provinciali e nei paesi, che Theresa May porta avanti, seguendo il percorso di governi Cameron-Osborne di cui ha fatto parte, una incessante guerra contro tutto ciò che è servizio pubblico – scuole, ospedali, biblioteche, case di cura,  polizia, strade, trasporti ecc. – in nome del rigore dei conti pubblici, ma anche sotto l’incanto ideologico ormai radicatissimo nei Tories per il libero mercato su tutti i fronti, un’ispirazione di matrice storica nel Paese, ma nelle sue versioni attuali di chiara matrice americana.

Alcune cifre sono impressionanti. Tra il 2010 e 2014 i fondi per le scuole superiori sono calati del 14% in termini reali; i servizi a sostegno dei giovani disagiati hanno perso quasi  400 milioni di euro e sono stati chiusi 603 centri sociali per giovani. Non passa giorno senza udire grida di disperazione dai presidi delle scuole, dai direttori sanitari degli ospedali, dai capi della polizia, ultimamente da tutti i livelli delle forze armate. Le battaglie a difesa di biblioteche, trasporti locali, parchi e monumenti sono ormai considerate perse da tempo.

È questa la grande contraddizione che sottosta alla sorprendente innovazione costituzionale rappresentata dai «sindaci metropolitani». E appare inaudito che un governo conservatore introduca una novità costituzionale qualsiasi, e nel 1985 la signora Thatcher abbia fatto abolire con un feroce attacco politico il consiglio comunale di Londra, come istituzione e personalità politica. Tradizionalmente, sindaci e chairmen delle contee hanno avuto pochissimi poteri e quindi questa concessione di Osborne alla democrazia locale è stata una sorpresa, di cui in realtà si è parlato pochissimo. Il motivo di questo disinteresse è presto spiegato:  non solo questi personaggi saranno dotati di pochi poteri reali – su formazione professionale, urbanistica, trasporti locali, ad esempio – ma saranno chiamati loro stessi ad assumersi la responsabilità dei prossimi tagli, e delle nefaste conseguenze che ne seguiranno.

Nel frattempo, ineffabile, gongolante e autoreferenziale, circondato da un pubblico entusiasta tutto suo, Jeremy Corbyn segue il proprio destino contento delle sue quattro certezze e determinato a non cedere nulla a chi prevede solo disastri al voto dell’8 giugno, data della consultazione generale. Sembra altamente improbabile che il Partito laburista faccia la fine del suo equivalente francese, anche perché il sistema elettorale inglese, imperniato com’è ovvio sul confronto fra due partiti, o blocchi, non potrebbe mai consentire l’emergere di un fenomeno come Macron  (ma fu Tony Blair il vero precursore di Macron? Ci sono molti motivi per crederlo...).  In Scozia, la signora Sturgeon e i suoi hanno dimostrato che si può proporre un’alternativa funzionante al vecchio sistema partitico, a patto però di aver le personalità giuste al comando, anche – e le elezioni del 4 maggio lo hanno dimostrato – a dispetto di qualsiasi programma che questi leader possano proporre.