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Cartolina da Pozzallo
Vengono, poche volte si fermano
rubrica

A Pozzallo c’è il sole, il mare brillante invita a tuffarsi. Sono giorni di sbarchi di migranti, ma «noi lo sappiamo dalla televisione», mi dice la cameriera di un bar davanti alla spiaggia, dove i turisti – in questo periodo soprattutto tedeschi e francesi – si godono cornetti alla ricotta e granite di limone.

«Almeno voi però li vedrete, eh, Gabriele?!», cerco di far ammettere al pescivendolo di fiducia di mia suocera, che ogni notte esce in mare con la sua barca.«Per niente proprio! Loro stanno a 150-200 miglia, noi molto prima».

Per le strade non ci sono, nelle reti di Gabriele fortunatamente neppure. Dove sono allora queste migliaia di persone che quasi quotidianamente sbarcano sulle coste siciliane, e in particolare a Pozzallo? Com’è possibile che nessuno si accorga di loro?

«Innanzitutto – esordisce il sindaco Luigi Ammatuna, eletto nel 2012 con i voti di Pd, Sel e Psi – da Mare Nostrum in poi non arrivano più barconi alla deriva; le coste sono monitorate da navi militari che intervengono in caso di necessità, trasportando i migranti in porto. Alla banchina sono attesi, oltre che dalle istituzioni preposte all’identificazione, da Protezione civile, Croce Rossa, Medici senza Frontiere e altre organizzazioni per i primi conforti».

Acqua e tè, cibo, coperte, medici e mediatori culturali: il primo contatto con l’Italia è questo, e c’è da esserne fieri. «Bruciati dal sole e inzuppati dall’acqua di mare», dice il sindaco, con il sale seccato addosso e dei bambini stretti al corpo, che per miracolo non si sono persi in tutti i momenti di concitazione e pericolo del viaggio. «Lo vorrei vedere Salvini, se assistesse a uno sbarco, se avesse il coraggio di rimandarli a casa loro, di far loro riattraversare il mare… Noi li trasferiamo in pullman al Centro di prima accoglienza, per questo né i pozzallesi né tantomeno i turisti si accorgono della loro presenza. Lì vengono visitati, rifocillati e identificati tramite foto segnaletiche e impronte digitali. A ognuno viene consegnato un borsone con due tute da ginnastica, scarpe, ciabatte, biancheria intima, un pigiama e gli effetti per l’igiene personale, oltre a una scheda telefonica. Ma da noi restano pochissimo, in media 24/36 ore, poi vengono smistati». Molto spesso verso il Cara di Mineo, la struttura del catanese su cui si sono concentrate le attenzioni malavitose di Odevaine e soci.

«Certo, i disagi ci sono, il nostro Centro potrebbe accogliere 200 ospiti, ma capita siano il doppio, se non il triplo; i letti a castello non bastano e allora dobbiamo mettere i materassi a terra». Luigi Ammatuna lo conosco da cinque minuti, mi ha ricevuta nel suo ufficio con strepitosa vista mare, mi ha fatta accomodare su un divanetto in pelle e mi ha chiesto se poteva offrirmi un caffè. È una persona cortese che sa di non poter fare grandi cose per questi carusi coraggiosi e tenaci che lui giustamente chiama ospiti, e a cui come tali si deve rispetto. Si inizia con un borsone che offre loro gli strumenti per un vivere dignitoso, seppure per poche ore, poi ci si concede il lusso reciproco di parlarsi. «Io al Centro ci vado, parlo con chi sta là, tra l’altro quasi tutti sanno almeno qualche parola di inglese. Il 90% di loro non vuole fermarsi in Italia ed è per questo che talvolta si oppongono all’identificazione, sanno che poi dovrebbero chiedere asilo qua da noi. Invece vogliono andare da parenti e amici al Nord, in Svezia o in Germania».

Luoghi familiari in questa punta di Italia, dove sono ancora vivi i racconti dell’emigrazione del dopoguerra nei cantieri edili, nelle fabbriche e nelle miniere tedesche o belghe. E forse l’anziano signore di cui mi racconta il sindaco Ammatuna congedandomi l’aveva provata la sensazione di straniamento di chi emigra. «Pensi, i miei concittadini… nell’estate del 2013, prima di Mare Nostrum, Pozzallo ha ospitato 700 migranti. Erano al Centro, ma potevano uscire quando volevano, praticamente stavano in giro tutto il giorno, rientravano solo per i pasti. Non è mai successo nulla, nulla! Una mattina però, nei pressi di un giardino pubblico, mi ferma un signore, la voce decisa. “Sindaco – mi dice – ma due panchine non vogliamo aggiungerle? Qua siamo diventati tanti, non ci stiamo più!”. Ha capito? Non mi chiedeva di allontanare i ragazzi, mi chiedeva di poter sedere tutti insieme».

Avranno tempo, i ragazzi, per ricredersi sulla nostra capacità di accoglienza lungo il viaggio della speranza che intraprenderanno.

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