A Erto e Casso c’è un cimitero moderno e dal disegno raffinato. Vuoto. Progettato da Glauco Gresleri dopo la tragedia del Vajont, non ha mai visto la sepoltura di nessuno, perché i morti, in quella valle, sono altrove. Il cimitero, che segue l’andamento della montagna, è rimasto come un memoriale ai “dispersi” in quella che non fu una guerra, ma non fu nemmeno una calamità. 

Si potrebbe pensare a Longarone come alla Pompei dell’acqua, del fango e le rocce del greto del fiume. Quasi duemila vittime. La più grande catastrofe italiana. Ma non una catastrofe naturale. L’11 ottobre, a due giorni dalla tragedia, L’Arena di Verona la definiva una “catastrofe biblica”: solo nella Bibbia venivano spazzate via intere città in pochi istanti, ma in quei versetti si trattava di punizioni divine inflitte a comunità di peccatori per mezzo della natura. Longarone e gli altri paesi cancellati o dimezzati dal passaggio della massa d’acqua, invece, erano stati loro vittime di un peccato umano. La diga era stata progettata per essere alta 200 metri e contenere una massa di 58 milioni di metri cubi d’acqua. Con una variante si alzò la sua altezza a 261 metri e, soprattutto, la cubatura dell’acqua arrivò a 150 milioni, quasi il triplo del previsto. Una diga “titanica”, si potrebbe pensare, in cui, assecondando il mito, la volontà del costruttore viene spezzata da una potenza superiore. O piuttosto, tornando alla Bibbia, una diga “babelica”: innalzata, come la famosa torre, troppo in alto, fino ad avere le sue genti disperse.

Nel ricordo del Vajont, tra l’opinione pubblica nazionale, si è tramandato un senso di “fatalità”, come se il disastro fosse avvenuto perché la natura aveva voluto scagliarsi contro l’audacia umana, contro una meraviglia ingegneristica rivolta al progresso.

In realtà, le inchieste di Tina Merlin e il lungo iter processuale hanno messo in luce che l’audacia non c’entrava nulla. Che, invece, si peccò di sottovalutazione del rischio, superando, nelle successive prove d’invaso, la quota di sicurezza. Una testimonianza resa nel 1967 indicava addirittura che si fosse indotta la frana per far scendere nell’invaso quei terreni del Monte Toc che smottavano, come era risaputo da alcuni anni. Forse eccessiva come ipotesi, mai suffragata dalle indagini, tuttavia l’assenza del dolo non rende meno grave quel che accadde: l’audacia dell’ingegneria, e soprattutto il cinismo della gestione economica, sottostimarono la consistenza della montagna, la cui natura era nota e affidata dalla saggezza popolare al toponimo “Toc”, ovvero “guasto”. Il senso di ineluttabilità del disastro naturale (“apocalittico”) inizialmente prevalse, rimandando la ricerca di responsabilità umane e quindi politiche.

Vajont era il nome del torrente che attraversava la stretta valle, Vajont è il nome del disastro. Vajont è anche il nome di un Comune nato amministrativamente nel 1971 per dare asilo agli sfollati di Erto e Casso. Perché dopo il disastro non solo i morti furono dispersi, ma anche i vivi.

Gli architetti e gli urbanisti risposero all’emergenza disegnando nuovi insediamenti che – come nel caso del famoso e più o meno coevo terremoto del Belìce – non trovarono l’apprezzamento dei sopravvissuti, benché pensati per accoglierli. Si generò anzi uno scontro tra il comitato dei sopravvissuti e i progettisti, e il risultato è una Longarone nuova che non è né la realizzazione del progetto modernista pensato nel 1964, ma neppure la restituzione di quell’abitato che si era formato in secoli di storia.

In località Fortogna, intanto, trovavano accoglienza le vittime: qui furono sepolte le mille e quattrocento salme ritrovate, solo settecento con un nome. Non senza polemiche, quelle sepolture – cui si era dovuto mettere più volte mano per ripristinare le corrispondenze fra nomi e spoglie – sono state oggetto di una trasformazione nel 2003. Ora sembra un cimitero di guerra, con vittime senza nome e nomi senza corpo, come tanti ce ne sono su quelle montagne, a ricordare le battaglie della Grande Guerra.

Ma salendo la montagna, verso Erto e Casso, le frazioni vecchie e quelle ricostruite, è possibile trovare le tracce di quello che c’era prima dell’onda. Pavimenti in cotto o in graniglia, tubi arrugginiti, ma anche piccoli cenotafi privati, innalzati a una famiglia là dove sorgeva la sua casa. Su questi segni, come sul cimitero vuoto della nuova Erto, si sofferma il film Come la luce differita delle stelle, di Manuele Cecconello e Marco Tonon: se la diga resta come monumento quasi inguardabile per la sua perfetta e disumana integrità, le tracce umane di questa tragedia sono impercettibili ma disseminate per tutta la valle.