No boycott. Lo scorso 11 luglio la Knesset ha varato la Boycott Prohibition Law. La legge prevede una sanzione per individui o organizzazioni che incitino al boicottaggio di Israele, compresi gli insediamenti nei territori occupati. Chi viola la legge può essere chiamato a pagare un risarcimento la cui entità è stabilita dalla corte e non deve essere necessariamente correlata al danno economico subito dalla parte lesa.Nel caso di organizzazioni alla sanzione pecuniaria si aggiunge l'esclusione dai concorsi pubblici, dai finanziamenti statali e dal diritto ad agevolazioni fiscali. Il provvedimento ha provocato reazioni sia interne sia esterne al Paese. Come riportato da “Haaretz”, membri dell'opposizione, quali Nitzan Horowitz del partito Meretz, hanno definito la legge oltraggiosa e vergognosa, una minaccia per la democrazia israeliana. Lo scorso 13 luglio, Tzipi Livni, leader di Kadima (il principale partito d'opposizione), ha accusato il Primo ministro di trascinare il Paese in un abisso e si è detta preoccupata che la legge possa esasperare il boicottaggio allargandolo ai prodotti israeliani non provenienti dai territori occupati. Il premier Benjamin Netanyahu ha invece affermato che la legge anti-boicottaggio non minaccia la democrazia israeliana. Ciò che provoca veramente danno sono al contrario “gli attacchi selvaggi e irresponsabili al tentativo di una democrazia di tracciare una linea tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è”. Membri della maggioranza, come Zeev Elkin (Likud), che ha proposto la legge, hanno difeso la norma sottolineando come essa non abbia come scopo quello di mettere a tacere i cittadini ma, al contrario, di tutelarli. 

Il ministro dell'Economia dell'Autorità palestinese, Hassan Abu Libdeh, ha dichiarato che i palestinesi boicotteranno le compagnie israeliane che decideranno di obbedire alla legge. Secondo quanto riportato da “Yediot Aharonot” e “Ma'ariv”, alcuni attivisti di sinistra sarebbero in procinto di organizzare azioni di protesta. Trentaquattro professori universitari hanno firmato una petizione rivolta all'Attorney General mentre il Concilio dei rabbini progressisti ha firmato un manifesto contro la legge. Svariate organizzazioni, tra cui Amnesty International, hanno manifestato la propria preoccupazione nei confronti di una legge che lede la libertà di espressione dei cittadini israeliani. Il movimento pacifista Gush Shalom ha presentato una petizione alla Corte Suprema affinché prenda provvedimenti contro una legge definita antidemocratica e incostituzionale poiché in contrasto con la Basic Law: Human Dignity and Liberty. La Corte Suprema ha dato allo Stato sessanta giorni per rispondere.

Anche dall'estero non sono mancate reazioni. Il  Dipartimento di Stato americano e l'Unione europea hanno ricordato che la libertà di espressione e di protesta è sempre stato un valore democratico fondamentale condiviso con Israele. Il presidente dell'Anti-Defamation League, Abe Foxman, si è detto preoccupato che venga messo in discussione un diritto democratico fondamentale quale la libertà di espressione e  ha definito la legge superflua. Su “Yediot Aharonot” Morton A. Klein, presidente della Zionist Organization of America, si è invece detto favorevole alla legge poiché tutela gli interessi dei cittadini israeliani e numerose altre organizzazioni hanno dato il proprio sostegno. I quotidiani israeliani hanno dato spazio a editoriali aperti: molti criticano la legge definendola antidemocratica e fascista, un mezzo per mettere a tacere ogni forma di dissenso. Altri difendono la legge ricordando peraltro come in Europa e Stati Uniti già esistano leggi simili. Altri ancora, infine, hanno espresso la preoccupazione che la legge possa ottenere un effetto paradossale, ossia spingere i cittadini a sostenere campagne di boicottaggio contro la legge stessa. Il partito Meretz e l'organizzazione Gush Shalom si apprestano infatti a lanciare una serie di campagne di protesta.