Come la Lepre marzolina di Alice nel paese delle meraviglie festeggiava, insieme al Cappellaio Matto e al Ghiro, il non-compleanno che dura 364 giorni all’anno invece di uno solo, Beppe Grillo e i suoi seguaci hanno deciso di portare in Parlamento un non-partito con la comodità di realizzare il sogno di un movimento extra-parlamentare incardinato nell’antiquato Parlamento italiano. Buon non-compleanno! Buon non-partito!

È estremamente istruttivo osservare come in molti abbiano ribaltato il loro atteggiamento verso il M5S dall’oggi al domani, ossia dal giorno prima delle elezioni al giorno dopo, quando è risultato chiaro che il non-partito di Grillo aveva stravinto le elezioni segnando una svolta radicale nella politica italiana, sconvolgendo le basi sociali e i radicamenti territoriali dei partiti, sempre più delegittimati e sfiduciati dai cittadini italiani. Il non-partito a 5 stelle, si è osservato sulla base di recenti sondaggi, si presenta infatti come formato da operai (ma non era quella una volta la base della sinistra?) e da lavoratori autonomi (ma non era questa la base del centrodestra?). Inoltre, novità assoluta, presenta un profilo decisamente nazionale, ossia diffuso in maniera omogenea sul territorio, con una forte presenza giovanile. Il successo e le caratteristiche nuove del M5S hanno favorito il ribaltamento dell’accusa più offensiva (e vaga), ma sempre gratificante per chi la pronuncia, di essere l’espressione dell’antipolitica nel giudizio opposto di forza politica viva, partecipativa, interprete di una nuova visione di democrazia diretta telematica.

Entrambe le interpretazioni non tengono conto di un aspetto paradossale che costituisce la forza attuale e la debolezza futura del Movimento. Il M5S ha raccolto l’indignazione e la disperazione, soprattutto giovanile, per un Paese immobile, irrigidito in privilegi, chiuso in “caste” (dove quella politica è solo la più odiata), sottoposto da vent’anni a un declino economico e culturale che appare irreversibile. Il paradosso è quello di un movimento che vuole denunciare malaffare, corruzione, malgoverno, ma senza prendere decisioni, costruire alleanze, perché sarebbe venire a patti con quella politica che si vuole smantellare. Nel grido “arrendetevi, siete circondati” o “tutti a casa”, c’è l’ideologia (non è vero che il M5S non sia ideologico) della palingenesi rivoluzionaria senza spargimenti di sangue, un ’68 buonista, parlamentare ed extraparlamentare allo stesso tempo, come si conviene a un partito-non-partito. Anzi di più.

Come ha recentemente detto Grillo alla stampa tedesca, “noi siamo la Rivoluzione francese senza la ghigliottina”. Giunge dunque nel 2013 la rivoluzione che l’Italia non ha mai avuto? Il problema è che la Rivoluzione francese le istituzioni dell’ancien régime le ha divelte dalle fondamenta, mentre il M5S deve ancora decidere se nelle istituzioni democratiche ci vuole stare o le vuole rovesciare.

La perdita di controllo del suo non-partito è risultata palese già nella prima scelta politica all’interno della vituperata democrazia rappresentativa, quando i “cittadini” del M5S si sono divisi sostenendo Pietro Grasso alla presidenza del Senato. Ma la contraddizione in cui Grillo si dibatte – tra “purezza” intransigente ed esigenze politiche della democrazia parlamentare – potrebbe nuocergli in futuro, spingendo una parte dei “cittadini” del movimento a seguire chi, nei fatti, si dimostri capace di cambiare volto alla classe politica e di intaccare i privilegi della “casta”.