Con l’attenzione di tutta Europa rivolta verso l’Ucraina, pochi hanno notato le tensioni che si stanno alzando nel Mediterraneo occidentale, tra Marocco e Algeria. Eppure gli scontri intorno al Sahara occidentale, la cosiddetta ultima colonia africana, hanno recentemente causato scintille che rischiano di riaccendere i bracieri della guerra nella regione, tenuti sotto controllo dal 1991 ma mai completamente spenti.

Il conflitto attorno al Sahara occidentale è infatti quello che gli esperti chiamano un conflitto congelato. Perché parlarne, dunque? Per via del rischio concreto di avere un’altra guerra nel vicinato europeo e per le conseguenze che questa avrebbe sulla vita di milioni di persone, innanzitutto. Ma anche sui mercati energetici e alimentari del Mediterraneo allargato, già nel caos per via della guerra tra Russia e Ucraina. D’altra parte gli stessi esperti sarebbero i primi a far notare che anche i conflitti congelati possono accendersi improvvisamente e violentemente, come dimostra il caso del Nagorno-Karabakh.

Il Sahara occidentale è un territorio ampio (grande all’incirca come il Regno Unito) localizzato lungo la costa atlantica tra Marocco e Mauritania, appena sotto le isole Canarie. Il conflitto riguarda chi controlla il territorio: da una parte il Marocco e dall’altra il movimento nazionalista del Fronte Polisario e il suo più importante sostenitore, l’Algeria. È dall’inizio degli anni Settanta, quando il territorio era una colonia spagnola, che il Fronte Polisario ne reclama l’indipendenza per conto del popolo Saharawi, a cui è stato legalmente riconosciuto il diritto all’auto-determinazione. Quando la Spagna si ritirò dal Sahara occidentale, nel 1975, il territorio venne tuttavia occupato dalla Mauritania e dal Marocco. La Mauritania si ritirò nel 1979, sconfitta dal Fronte Polisario, mentre il conflitto armato con il Marocco durò fino al 1991, quando le due parti siglarono un cessate-il-fuoco che avrebbe dovuto portare all’organizzazione di un referendum sull’indipendenza del territorio sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il Marocco si è sempre dimostrato recalcitrante a lasciare un territorio che controlla per l’80% e che contribuisce in modo importante alla sua economia, principalmente grazie alle riserve di pesca e ai depositi di fosfato

Questo referendum, tuttavia, non si è mai tenuto. Il Marocco si è sempre dimostrato recalcitrante a lasciare un territorio che controlla per l’80% e che contribuisce in modo importante alla sua economia, in primo luogo grazie alle riserve di pesca e ai depositi di fosfato. Dal 2006, inoltre, spinge per un piano di autonomia che lascerebbe il Sahara occidentale sotto la sua sovranità. Il Fronte Polisario ha regolarmente rifiutato questo piano, lottando tuttavia una lotta impari. Il Marocco può contare, infatti, su grande visibilità, su alleanze forti (con Francia e Stati Uniti), e su un’importanza geopolitica legata alla guerra contro il terrorismo. Il Fronte Polisario non ha risorse oltre quelle che arrivano dall’Algeria, lei stessa in crisi sociale e politica negli ultimi anni, o da organizzazioni umanitarie, e rimane lontano dall’attenzione dei media, anche per via del grande lavoro di delegittimazione del regime marocchino, che tratta ogni conversazione sullo stato del Sahara occidentale, sia che questa avvenga tra i propri cittadini sia tra nazioni, come un tradimento da punire.

La strategia marocchina della delegittimazione sembrerebbe tuttavia aver perso la sua efficacia. Il Marocco ha, sì, ottenuto risultati importanti, tra cui il riconoscimento della sua sovranità sul territorio da parte degli Stati Uniti (sotto la presidenza Trump), e l’appoggio per il suo piano di autonomia da parte di Paesi europei come Spagna e Paesi Bassi. Ma anche i costi sono stati alti. Alla fine del 2019 il Fronte Polisario ha infatti abbandonato il cessate-il-fuoco. Nel 2021, Marocco e Algeria hanno poi rotto i legami diplomatici, mentre gli Stati Uniti (con Biden) hanno a tutti gli effetti congelato il riconoscimento dato. Intanto la posizione dell’Algeria si è rafforzata per via della crisi energetica, riavvicinando il Paese all’Europa (in particolare a Francia e Italia) e permettendogli di attuare ritorsioni, come per esempio la sospensione del trattato di cooperazione con la Spagna.

Tutte queste azioni marcano una chiara escalation verso la guerra, che per quanto ancora lontana, non può che essere inevitabile in mancanza di alternative. «Il popolo saharawi è stufo», dice Minetu Larabas, attivista ed ex segretaria generale dell’Unione delle donne Saharawi, «e non crede più a quello che le Nazioni Unite dicono. La gente vuole l’indipendenza e ormai crede che l’unico modo per ottenerla sia attraverso il confronto armato». Anche il Marocco sembra intenzionato ad andare avanti con una politica aggressiva: «Mi aspetto», ha recentemente detto il monarca marocchino, Re Mohammed VI, «che quegli alleati del Marocco, le cui posizioni riguardo allo stato del Sahara rimangono ambigue, chiariscano dove stanno in modo che non ci sia più spazio per il dubbio».

A cercare una soluzione politica e nonviolenta sono rimasti in pochi, in primis le Nazioni Unite e il loro inviato speciale, l’italo-svedese Staffan de Mistura. De Mistura, che ha un profilo importante (in precedenza è stato inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria) si è detto alla ricerca di una nuova formula per risolvere il conflitto. L’uso di questo termine è di per sé interessante. Esso si riferisce a un’idea generale o una definizione condivisa del problema e della sua soluzione, che serva da base per intavolare gli scambi o compromessi necessari per mandare avanti i negoziati. È tuttavia difficile pensare che de Mistura riesca a trovare una formula capace di conciliare il principio di auto-determinazione al centro delle richieste del Fronte Polisario e quello dell’integrità territoriale dietro la posizione del Marocco.

La crisi energetica, per esempio, potrebbe rappresentare un’opportunità per intavolare un dialogo allargato che coinvolga altri attori, come per esempio la Banca mondiale, e creare degli incentivi economici verso una soluzione

Una formula di successo si potrebbe trovare invece allargando il campo di azione e coinvolgendo altri attori. La crisi energetica potrebbe rappresentare un’opportunità per intavolare un dialogo allargato che coinvolga altri attori, come per esempio la Banca mondiale, e creare degli incentivi economici verso una soluzione, sul modello del trattato delle acque dell’Indo siglato nel 1960 tra India e Pakistan e tuttora in vigore.

Qualunque sia la formula, sarà tuttavia necessario raffreddare il conflitto, ossia portarlo a un punto in cui il dialogo possa avere luogo: per fare questo il primo passo è senza dubbio un ritorno alla legittimazione del confronto sullo stato finale del Sahara occidentale, permettendo quindi che possano avere luogo conversazioni aperte e trasparenti, a tutti i livelli.