In obbedienza alla propria coscienza, per il bene della Chiesa – questi i due “fori” rispetto ai quali Benedetto XVI ha soppesato le ragioni della rinuncia al ministero petrino. Il suo pontificato termina così in una condizione di paradossale prossimità alla posizione che tanti credenti hanno ritenuto doveroso assumere nel confronto con la “misura” della fede che egli ha regolato per più di tre decenni, prima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi come papa. Per un attimo, come d’incanto, tutto il peso che gravava sulla Chiesa cattolica si è alleggerito, concentrando l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sulla sua decisione personale. Essa, però, mostra al tempo stesso che le ragioni della difficoltà di una declinazione culturale e del riconoscimento del cattolicesimo nello spazio pubblico odierno è anche una questione interna alla Chiesa - e non certo da oggi. Della costruzione di questo nesso Ratzinger è stato uno degli artefici maggiori nel dopo Concilio, tessendo la trama di un disegno ben preciso. Ha immaginato gli scenari di un nuovo Kulturkampf come condizione necessaria per un ricompattamento della compagine cattolica nel contemporaneo; ma gli è mancata quella forza necessaria alla chiusura del cerchio che gli poteva venire solo dal contrappunto di un “oppositore” all’altezza della posta in gioco. Ci voleva ben altro di quei rivoli, orami esangui ed emaciati, di ciò che ci ostiniamo a chiamare ancora modernità. Nell’intreccio fra la pretesa delle forze migliori che il moderno ha saputo mettere in circolo nella cultura europea e il loro svuotamento a semplice retorica del discorso pubblico, si è arenato anche il proposito di ridisegnare la mappa del cattolicesimo perseguito da Ratzinger.

Quanto era riuscito alla Chiesa cattolica tra ‘800 e ‘900 non poteva essere semplicemente riprodotto a distanza di un secolo. A essere profondamente mutate sono le condizioni civili e politiche della storia che resero allora viabile quel progetto, senza le quali esso non sarebbe stato nemmeno immaginabile. Così, anziché ritrovarsi fra le mani una sub-cultura cattolica distinta, ben organizzata e coesa, Ratzinger si è trovato a dover far fronte a una frammentazione, sempre più ingovernabile, del corpo stesso della Chiesa. Il Vaticano II è stato fatto funzionare come specchio per indurre la sensazione che la questione si giocasse esclusivamente sul filo di una tensione esteriore fra cristianesimo e modernità, e sulle sue eventuali infiltrazioni all’interno della Chiesa. Ma la vera frizione nasce tutta a valle della stagione storica che il Concilio si proponeva di chiudere, e all’interno di quei ceti del cattolicesimo che ne hanno auspicato la definitiva archiviazione. Ovunque trovasse affinità al suo immaginario, Ratzinger ha concesso aperture di credito che sono andate a incidere profondamente nel tessuto teologico e canonico della Chiesa (dall’Ordinariato per gli anglicani alla revoca della scomunica ai vescovi della Fraternità sacerdotale di S. Pio X dei lefebrviani, solo per fare un esempio); rendendolo debole esattamente sul fronte che così facendo avrebbe dovuto garantirne la stabilità.

L’idea di cristianesimo di Ratzinger è entrata in fibrillazione, fino a implodere, proprio in virtù della non omogeneità dei referenti costitutivi che ha chiamato a raccolta: un vago sentimento anti-moderno sul piano sociale (dentro e fuori il cattolicesimo), da un lato; e il desiderio di un allargamento del logos cristiano alle forze migliori e più alte del pensiero umano (ovunque esse fossero), dall’altro. La spinta settaria e l’ampio respiro di un cattolicesimo effettivamente tale non potevano coesistere a lungo tra loro senza scompaginare il corpo inquieto della Chiesa. La scelta di Benedetto XVI ne è il segno della consapevolezza. Maturata in un lavorio spirituale oramai ignoto a qualsiasi altra “carica” pubblica, essa ha in ogni caso anche una portata politica. Certo, quella implicata comunque dal governo della Chiesa; ma non solo. Essa mostra anche l’impraticabilità di una visione della Chiesa come corpo separato dalla polis degli uomini; e di una coltivazione dello spirito immune alle vicende quotidiane del vivere – non fosse altro perché mette in piazza, davanti a tutti, il travaglio di una coscienza a servizio delle cose di Dio.

La Chiesa cattolica non è abituata al lutto senza morte a cui viene esposta dalla rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI; accorciando così drasticamente i tempi di contrattazione per il cambio di potere e ridefinendone le coordinate. Forse si tratta dell’atto di governo più forte mai messo in gioco da Ratzinger in tutta la sua lunga carriera vaticana: il pontificato meno politico del post Concilio si chiude così con un gesto eminentemente politico. In tal modo si sancisce anche la fine di quella stagione della “devozione papale” che è stato un tratto caratteristico del posizionamento della Chiesa cattolica nel corso della modernità. Benedetto XVI vivente, la Chiesa cattolica avrà il suo papa. Ma il prossimo conclave non potrà solo limitarsi a questo, sulla falsariga di una consuetudine acquisita da secoli. Con la sua decisione, Ratzinger ha di fatto prodotto una vera e propria “cesura”; sulle cui ragioni i cardinali elettori dovranno seriamente riflettere: in coscienza, per il bene della Chiesa tutta - al di là di ogni ragione di schieramento e aspirazione personale.