Grazie alla Costituzione e alla legge n. 833 del 1978, l’Italia ha potuto affrontare l’emergenza Coronavirus senza aggiungere alla sofferenza e alla paura la preoccupazione del costo di trattamenti che avrebbero potuto essere insostenibili per la gran parte delle famiglie italiane. Grazie alla Carta costituzionale e al Servizio sanitario nazionale, inoltre, nessuna persona esposta al rischio di disoccupazione, fenomeno purtroppo non raro in questo periodo di profonda crisi economica, ha temuto di perdere il diritto alle cure insieme al posto di lavoro. Non è poco. E ce ne stiamo rendendo conto (forse) solo ora.

Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese che ha saputo dotarsi di un servizio sanitario disegnato in modo da garantire a tutti, indistintamente, le cure necessarie, e in modo da liberare ogni individuo dal rischio di trovarsi di fronte a una decisione tragica, quella di dover rinunciare all’assistenza, per sé o per un proprio caro, a causa dei costi esorbitanti delle prestazioni: un ricovero per problemi dell’apparato respiratorio con respirazione assistita per oltre 4 giorni è tariffato poco meno di 16 mila euro; trattamenti più complessi – sempre per l’apparato respiratorio, quello colpito dal Coronavirus – superano i 50 mila euro.

Una fortuna, abbiamo detto, di cui spesso siamo inconsapevoli o che diamo per acquisita. Una fortuna che in realtà è il frutto delle lotte di tanti uomini e tante donne che, negli anni Settanta, si sono impegnati per garantirci il diritto alla tutela della salute attraverso un sistema universale, globale e solidale. Un servizio sanitario conquistato proprio da quella generazione di anziani che oggi il Coronavirus mette a dura prova e si porta via beffardamente. Perché proprio chi ha contribuito a creare un sistema basato in primo luogo sulla prevenzione e sull’assistenza territoriale (all’interno delle comunità in cui vivono le persone) si trova ora a dover affrontare il Covid-19 in solitudine, dentro una struttura residenziale o nella terapia intensiva di un ospedale.

Negli anni Settanta la spinta all’istituzione del Ssn è nata dalla convinzione che la riforma ospedaliera del 1968 non fosse sufficiente a promuovere la salute e a prevenire la malattia: l’idea forte della legge n. 833 è che bisogna intervenire – ovunque possibile – prima che le condizioni di salute si aggravino. Prevenire è meglio che curare, salvo che per l’industria della salute, che al contrario ha bisogno di malati, veri o immaginari. Ma, per ironia della sorte, un sistema sanitario costruito sui pilastri della prevenzione e dell’assistenza territoriale è stato colpito dal Coronavirus proprio nel suo momento di massima debolezza, dopo un riordino dell’assistenza ospedaliera (avviato nel 2012 e definito nel 2015) che ha preceduto, anziché seguire, la qualificazione dell’assistenza distrettuale. E dopo un decennio di riorganizzazioni, riduzioni del personale, piani di rientro, accorpamenti che hanno ridotto all’osso la capacità di risposta del Ssn e hanno allontanato i vertici decisionali dai problemi delle persone.

Così, la generazione anziana che aveva lottato per la legge n. 833 paga oggi – spesso con la vita – gli errori della generazione di adulti che ha voluto, o per lo meno permesso, il progressivo allontanamento del nostro sistema sanitario dal suo impianto originario, destrutturando la principale risorsa su cui si fonda un sistema di servizi alla persona, ossia il personale dipendente, e aumentando il ricorso a forme di precariato, intermediazione, collaborazioni esterne, esternalizzazioni, acquisti da fornitori privati. Forme che raramente costano meno e quasi sempre indeboliscono strutturalmente il sistema di offerta. Si consideri che dal 2010 al 2016 la sanità pubblica ha perso oltre 40.000 unità di personale dipendente, più del 6% del totale. Dal 2010 al 2017 la spesa per il personale dipendente si è ridotta di 2,4 miliardi di euro, costituendo così la principale voce di contenimento dell’intera spesa sanitaria pubblica (cfr. Mef, Rgs, Commento ai principali dati del Conto annuale del periodo 2007-2016, in Il monitoraggio della spesa sanitaria, Rapporto n. 6/2019).

Un impianto mai messo in discussione esplicitamente (salvo rare posizioni ultraliberiste), ma che di fatto è stato attuato solo in parte: di fronte alla forza degli interessi professionali, accademici ed economici per lo più volti a privilegiare l’assistenza ospedaliera (insieme all’alta tecnologia e alle strutture di elevata specializzazione), i responsabili delle politiche sanitarie nazionali e regionali hanno spesso assecondato la cosiddetta «supremazia della acuzie», relegando in secondo piano tutto il resto, ossia gran parte della prevenzione e dell’assistenza distrettuale.

 

[L'articolo completo è pubblicato sul "Mulino" n. 3/20, pp. 408-414. Il fascicolo è acquistabile qui]