Il Giorno della Memoria si celebra attualmente in tutti i 27 Paesi dell’Unione europea (non ovunque nella stessa data). Una "ricorrenza" la cui celebrazione periodica contiene in sé molto potenziali controindicazioni. Perché ogni parola di più contiene in sé il rischio di essere anche una parola di troppo. In Italia, Il Giorno della Memoria è stato istituito nel 2000: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah (lo sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”'. Lo spirito di questa giornata è particolare. Ciò a cui invita è infatti una memoria auto-critica. Si tratta del contrario della memoria auto-celebrativa. Nel corso della modernità, quest’ultima è la forma che la memoria istituzionale ha assunto più spesso, sostenendo di volta in volta le immagini del passato più consone agli interessi delle élite dominanti o, a volte, favorendo rivendicazioni capaci di innescare nuovi conflitti. La memoria auto-critica è la memoria più scomoda: è quella che non conserva il ricordo di ciò di cui si può essere fieri, ma di quello di cui c’è da vergognarsi.

E’ la memoria dei torti che la nostra civiltà è stata capace di infliggere. Coltivarla significa riconoscere che nel nostro passato esiste un trauma culturale, la presenza cioè di eventi che hanno contraddetto i presupposti fondamentali di ciò che intendiamo come “civiltà”. E che di questi eventi siamo responsabili.

Nei campi di concentramento e di sterminio del nazi-fascismo trovarono la morte milioni di ebrei, ma anche di omosessuali e di Rom. E’ importante ricordarlo, così come è importante rammentare che i presupposti razzisti su cui si fondò la Shoah hanno origini profonde. Non è questione di ricordare tanto le teorie della razza, quanto i discorsi che legittimavano i pregiudizi e le pratiche di straordinaria violenza che l’Europa portava nel mondo attrraverso le aggressioni coloniali. Nel suo Discorso sul colonialismo, già decenni or sono, Aimé Césaire ebbe a dire provocatoriamente che lo scandalo della Shoah per le coscienze europee è stato forse soprattutto quello di vedere applicati su popolazioni interne all’Europa procedimenti analoghi a quelli praticati nelle colonie.

Non è facile celebrare il Giorno della Memoria in modo efficace. Le pratiche della memoria istituzionale a volte sono controproducenti. Un suggerimento paradossale ma profondamente istruttivo lo mette in scena un film recente, L’onda, di Denis Gansel. Nel film, un giovane insegnante è alle prese con i suoi studenti. In una lezione si trova a parlare della dittatura. Gli studenti sbuffano: è un tema vecchio, dicono, oggi è impossibile che una dittatura si affermi. Il professore li invita allora a partecipare a un esperimento. Impone ai ragazzi di vestirsi tutti allo stesso modo; salutare con un gesto particolare; dare al proprio gruppo un nome, una bandiera, uno slogan. Li spinge a considerarsi un gruppo di eletti, a trattare gli altri come inferiori. A marciare, a muoversi insieme, a colpire i diversi. Impone una disciplina, offre sfogo legittimo a una certa violenza, dota i ragazzi di un’identità collettiva. I ragazzi (quasi tutti) stanno al gioco, e ci prendono gusto. Riproducono una dittatura. Più o meno inconsapevolmente, ne scoprono i vantaggi psicologici e materiali. La vicenda alla fine sfugge di mano all’insegnante, l’esito è tragico: ma l’esperimento è riuscito.

Guardare insieme un film come questo è un modo per ricordare che il nazifascismo non appartiene soltanto al passato.