Il 28 agosto del 1973, le spiagge di sabbia nera del litorale vesuviano a levante di Napoli erano piene di donne, uomini, bambini che cercavano refrigerio dall’afa, bagnandosi in un mare limaccioso, maleodorante, avvelenato.

Il mare che bagnava Napoli era lo specchio della drammatica condizione ambientale dell’intera città e provincia partenopea. Lo spazio acqueo era aggredito dalla formidabile inefficienza del sistema fognario il cui ultimo ammodernamento risaliva agli anni del Risanamento successivi alla micidiale epidemia di colera avvenuta tra il 1884 e il 1887. Il sistema fognario era articolato in un impressionante numero di alvei di raccolta scoperti (in particolare nelle periferie operaie nella parte occidentale che orientale della città) e alla presenza di decine di scarichi (autorizzati e abusivi) che rilasciavano direttamente in mare le acque nere prodotte da una città che, in poco meno di un ventennio, aveva raddoppiato la propria popolazione e la propria estensione territoriale. Alle acque di scarico fognarie si aggiungevano gli scarti di lavorazione industriale. Eppure, quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerie, tuffandosi in un mare puntellato da decine di mercantili e navi militari Nato in attesa nel golfo all’ombra del Vesuvio.

Erano abitanti di una città dal tasso di mortalità infantile più alto d’Europa, dalla presenza endemica di malattie gastrointestinali come il tifo e l’epatite virale. Una popolazione che viveva uno spazio urbano tra i più sovraffollati del mondo e dove fenomeni come il lavoro nero, minorile, irregolare e sommerso erano fattori costitutivi di una normalità d’eccezione. Tuttavia la metropoli mediterranea in procinto di diventare l’epicentro dell’ultima epidemia di Colera dell’Europa occidentale, nelle settimane precedenti fu il teatro due eventi che ne racchiudono tutta la contraddittorietà e complessità.Quel 28 agosto 1973, sul litorale vesuviano del golfo decine di persone sfidavano il divieto assoluto di balneazione piantando ombrelloni colorati sovrastati dalle ciminiere delle raffinerieTra il 19 e il 21 giugno 1973 all’interno dell’autodromo per go-kart Kennedy in disuso, sito sulla collina dei Camaldoli, ebbe luogo il primo festival di rock progressivo italiano, il Napoli Be-In. Fu organizzato dal complesso degli Osanna, un’importante formazione di rock progressivo napoletana. Il pubblico del festival – proveniente da tutta Italia ‑ raggiunse le 25 mila presenze e l’evento segnò l’ingresso di Napoli nell’immaginario controculturale italiano. Nel luglio del 1973, poco dopo il Be In, ebbe luogo in tutt’altra parte della città una rivolta popolare dai tratti manzoniani. La notte del 18 luglio 1973 i panificatori di Napoli dichiarano una serrata interrompendo la produzione di pane e bloccando contemporaneamente l’approvvigionamento dei forni cittadini. L’improvvisa sparizione di un bene primario per l’alimentazione della popolazione trasformò, in poche ore, la lotta dei panificatori in un’insurrezione popolare che si manifestò attraverso un vero e proprio assalto ai forni in diverse zone della città. Nella periferia nord della città, in particolare in Calata Capodichino, per tre giorni si verificò una dura contrapposizione tra: «ragazzi e donne di estrazione popolare» a cui si mescolarono agitatori «marxisti leninisti e della sinistra extra parlamentare» con i reparti della celere, come riportano le cronache del tempo e le informative inviate dal prefetto Amari al Ministero degli interni.

Il 28 agosto del 1973, Torre del Greco è una piccola cittadina della costa vesuviana che – come il capoluogo – ha visto trasformare il proprio tessuto urbanistico e sociale dal sacco edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta. Torre del Greco diventa il primo focolaio dell’infezione colerica certificato dalla morte di due donne al locale ospedale Maresca. Il 29 agosto «Il Mattino» parla per la prima volta di Colera. Viene organizzata in gran fretta una disinfezione straordinaria della città effettuata in parte da mezzi dell’esercito e in parte affidata alla ditta di Roma specializzata Zucchet. Nelle strade vengono irrorate 1500 tonnellate di disinfettante. L’episodio epidemico, di per sé, ebbe numeri di contagi e vittime contenuti. Complessivamente in tutti i focolai si registrarono 277 contagi e 24 morti, la maggior parte delle quali (19), avvenute a Napoli città in cui all’ospedale dedicato alle malattie infettive Cotugno diretto dal medico ed esponente del Pli Ferruccio De Lorenzo, ci furono 822 ricoverati, di cui 126 pazienti positivi, 661 negativi e 11 portatori sani. Il Nosocomio balzò agli onori delle cronache nazionali per la fotografia che immortalò il gesto scaramantico (le corna) dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone durante la sua visita ufficiale dell’8 settembre del 1973, e per i reportage pubblicati dal «Times» e «Le Monde» che descrissero la confusione, l’improvvisazione e l’approssimazione che ne caratterizzarono l’attività durante l’emergenza epidemica. L’ospedale fu anche meta di ben due processioni di fedeli e devoti di santi locali, con l’intento di favorire la guarigione dei ricoverati.

In pochi giorni la città piomba in una psicosi generale. Le misure straordinarie di igiene sono adottate in modalità disorganizzata e senza un apparente coordinamento tra istituzioni locali e nazionali e provocano una catena di effetti che ha come risultato quello di amplificare le reali dimensioni dell’epidemia. L’eco suscitata dalla pressante narrazione dei mass media nazionali trasforma l’emergenza locale in un caso nazionale. Il primo settembre viene avviata la vaccinazione di massa, centri di vaccinazione sono istituiti nei luoghi più disparati (dal palazzetto dello sport alle sedi di partiti politici) dove lunghe file di uomini e donne attendono la somministrazione del vaccino. Esplodono rivolte e incidenti motivati – in gran parte – dalla lentezza delle operazioni e dalla sensazione nei quartieri popolari di ricevere un trattamento difforme rispetto ad altre zone della città. Si susseguono tentativi di assalto dei centri di vaccinazione. Nella centrale Piazza Municipio, in prossimità della sede del Comune di Napoli, la folla assalta i furgoni che trasportano il vaccino destinato ai 17 centri istituiti in città. Nel quartiere occidentale di Fuorigrotta 5000 persone sfondano i cancelli per entrare all’interno del Palazzetto dello sport dove infermieri dell’esercito Usa somministrano il siero utilizzando delle moderne pistole inaculatorie a pressione. Al 5 settembre 1973 vengono, tuttavia, vaccinate un milione e duecentomila persone.

L’epidemia, la grande paura, come la definirono roboanti titoli dei principali quotidiani italiani, fu, in realtà il passaggio nella penisola della VII pandemia di Colera (ceppo del vibrio El Tor) iniziata nel Subcontinente indiano nel 1961 e terminata nel 1975 ad Odessa, allora nel territorio dell’Urss.

Il 2 settembre viene denunziato l’estendersi dell’epidemia anche in altri luoghi del Mezzogiorno e del Centro Italia con l’ufficializzazione di casi conclamati di colera (Bari, Foggia, Cagliari). L’epidemia diventa una minaccia nazionale. L’emergenza si estende perfino nella zona periferica della capitale (afflitta a suo modo da problematiche igienico-sociali non dissimili dal capoluogo campano) così come minacce di contagio vengono registrate in più parti del Paese. Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, il divieto della produzione, vendita e consumo di prodotti di mitilicoltura a livello nazionale, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infette, si tratta di una serie di atti e decisioni che stravolgono il quotidiano non solo delle città coinvolte ma di tutto il Paese.Le contromisure adottate dal governo si ripercuotono sull’intero territorio nazionale: chiusura dei luoghi di intrattenimento e socialità nelle zone colpite dalla malattia, divieto di commercializzare prodotti agricoli provenienti dalle zone infetteL’origine dell’epidemia viene frettolosamente imputata all’importazione illegale di mitili dalla Tunisia (Paese dove il colera è comparso nel mese di maggio 1973) e la cozza diventa l’untrice principale. Il 5 settembre ebbe inizio «la battaglia delle cozze». Un imponente schieramento di forza pubblica distrugge gli allevamenti autorizzati di mitili prossimi alla costa cittadina tra le proteste dei lavoratori e della popolazione della zona. La responsabilità dei mitili coltivati negli allevamenti (autorizzati ed abusivi) prossimi alla linea di costa metropolitana nella genesi dell’epidemia, fu esclusa drasticamente dai risultati della perizia della commissione di medici specialisti. Questi ultimi, oltre ad escludere la presenza del vibrione colerico di tipo El Thor nei mitili, certificarono la contaminazione delle acque marine provocata dall’inadeguatezza del sistema fognario cittadino.

Ma la cozza diventò l’untrice, anche se, in realtà, è stata solo l’incubatrice inconsapevole dei germi dell’epidemia. Divieti e restrizioni suscitano proteste e rivolte. La reazione popolare si indirizza contro le condizioni strutturali di quella che è stata definita la “fecalizzazione dell’ambiente cittadino”: barricate e rivolte scoppiano per chiedere la copertura di alvei fognari a cielo aperto, oppure la rimozione di cumuli di immondizia, e anche per l’adozione di misure contro la disoccupazione aggravata dal temporaneo divieto di traffici commerciali della città.

Il colera, dunque, fu non una catastrofe naturale ma un disastro antropico. L’epidemia fece emergere in modo drastico un insieme complesso di elementi sommersi ma, tuttavia, caratterizzanti della condizione economica, sociale e igienico-sanitaria del Mezzogiorno italiano.

La Napoli del 1973 era una metropoli in cui convivevano strati sociali eterogenei segnati da profonde disuguaglianze. A un ceto medio impiegatizio e una classe operaia «ufficiale”, corrispondeva un proletariato marginale e precario impiegato nei settori più disparati. Si tratta di una configurazione storica che trovava fonte di reddito in attività situate nella zona grigia del lavoro nero e informale. In particolar modo, il settore calzaturiero e della produzione di guanti rappresentava una realtà lavorativa estremamente articolata e basata su un forte decentramento produttivo e sulla diffusione del lavoro domiciliare. Nel centro storico napoletano decine di abitazioni erano in realtà micro-officine di una fabbrica diffusa in cui si lavorava senza alcuna garanzia e nessun controllo. Zone urbane caratterizzate da un alto indice di sovraffollamento e promiscuità, in cui la nocività dell’ambiente si mescolava alla nocività dell’attività produttiva. Bassi, sottoscala, abitazioni buie e umide erano i reparti di una fabbrica diffusa ma nascosta. Invisibile anche agli occhi del Pci e delle organizzazioni sindacali che contavano il proprio bacino elettorale, soprattutto, nella classe operaia formale, relegando i lavoratori del proletariato marginale ad una rappresentazione di plebe e sottoproletariato. La condizione del proletariato marginale si ritrovava, più che nell’attenzione del principale partito comunista dell’Europa occidentale, nelle pratiche del Psiup, de «il manifesto» nonché di gruppi della sinistra rivoluzionaria e dei cattolici del dissenso. Lotta Continua, successivamente ai fatti di Reggio Calabria del 1970, provò a radicarsi ulteriormente a Napoli individuando nel proletariato marginale il soggetto di riferimento per la sua attività.

L’emergenza sanitaria legata all’esplosione dell’epidemia di colera vide l’organizzazione di una miriade di pratiche sociali che spaziavano dall’attività di centri vaccinali così come di attività sanitarie di base (negli anni successivi, proprio a partire da quest’esperienza, iniziò la formazione della struttura dei centri sanitari popolari in tutta l’area metropolitana) fino all’organizzazione di gruppi di sostegno alla condizione femminile e del lavoro precario. Dal lavorio politico, analitico e militante emerse una configurazione sociale complessa e articolata che definiva una classe operaia marginale, precaria, sottopagata e priva di garanzie impiegata nella fabbrica diffusa nascosta tra i vicoli della città antica e i nuovi agglomerati periferici. Si trattava di decine di nuclei familiari occupati nel settore calzaturiero e della produzione di guanti che aveva ristrutturato la propria filiera attraverso il ricorso massiccio al lavoro domiciliare e al lavoro nero. A questa classe operaia sommersa, inoltre, il colera affiancò le centinaia di lavoratori del settore del commercio informale, della rivendita di cibo ambulante, impiegati nell’intrattenimento, nella ristorazione, del turismo nonché del settore ittico e della mitilicoltura che videro scomparire, in poco più di quattro settimane, ogni fonte di reddito. Un esercito di lavoratori che finì in parte con l’ingrossare il florido contrabbando di tabacchi lavorati ma che, parallelamente, iniziò a dar vita ai comitati di disoccupati organizzati.

Nell’annus horribilis dello shock petrolifero, la crisi economica, la tensione politica nell’area del mediterraneo che, proprio in quei giorni, vedeva l’esplosione della terza guerra arabo-isrealiana quella dello Yom Kippur, che finì con il ridimensionamento di Israele nel contesto mediorientale, in Italia il colera fu il detonatore di nodi irrisolti, politici, economici, sociali e cultural che attraversavano il Paese. L’epidemia mise a nudo il grado zero del malaffare e della cattiva amministrazione della terza città d’Italia e di tutto il Mezzogiorno italiano. Ma fu anche il punto da cui per il decennio successivo, si svilupparono esperienze politiche e sociali che provarono a ridisegnare il volto del Sud Italia. Un percorso di emancipazione interrotto bruscamente dal sisma del 23 novembre del 1980. Ma questa è un’altra storia.