Anche per quanto riguarda l’Italia, la Chiesa cattolica sulla questione delle unioni civili ha scelto la medesima strategia adottata in altri Paesi europei. La disgiunzione, oramai assodata più volte, tra questa strategia e il sentire comune, soprattutto delle generazioni più giovani, non è stata tematizzata né è stata oggetto di debita riflessione. L’esito di dover incassare un ennesimo fallimento non è affatto improbabile. Ma questa non è la cosa più preoccupante, neppure per la Chiesa. Ciò che dovrebbe inquietare anche coloro che guardano con distacco alle vicende della fede è l’incapacità di articolare un discorso che sappia alzare il livello culturale e la qualità del dibattito pubblico su questioni che toccano l’umano e la sua configurazione nel contemporaneo. Perché è dovere civile della fede e della sua istituzione rispetto al mondo; e senza questo contributo evangelico ognuno di noi, qualsiasi sia la sua persuasione personale, esce non solo più povero, ma anche più debole.

Quello che possiamo attenderci dalla Chiesa cattolica ‒ non solo in merito alle unioni civili e alla legge che dovrà regolarle all’interno della società italiana ‒ non è certo una parola che ci piace, che aderisca perfettamente al nostro gusto e alle nostre inclinazioni individuali. Fin da principio, non è così che il Cristianesimo funziona nel mondo: non essendo esso in cerca di consensi, ma di forme di vita che sappiano onorare Dio rendendo dignità a ogni umana vicenda di esistere. Non altro da questo intende la giunzione indissolubile fra amore per Dio e per il prossimo di evangelica memoria.

Quello che ci attendiamo, come dovere stesso della fede e dalla sua istituzione, è una parola che sappia inquietare la coscienza; che ci chieda di articolare con competenza le nostre posizioni; che ci sottragga a un’omologazione totale dell’opinione e del pensiero. Una parola che apra spazi di confronto, magari anche aspro, senza ridursi però a mera confessione di schieramento pro o contro. Quando questa parola manca, allora tutto diventa molto più semplice e anche banale. E in questo appiattimento generale navighiamo tranquilli, ciascuno certo della propria posizione; senza farci ulteriori domande o pensare all’effettività dei vissuti sui quali, ognuno a modo suo, sente di possedere come un diritto di padronanza.

Tra approvare una legge e rendere onore a quei vissuti sta qualcosa che nessuna forma del diritto può generare. Chi si farà carico di questo compito? Una politica tutta concentrata sul soddisfacimento dei diritti individuali, senza cura per le forme del legame sociale, finisce per addossarlo completamente a carico dei singoli. Questi ultimi rischiano di soccombere davanti all’impresa del diritto che viene loro riconosciuto, perché una vita, un affetto, la storia di un legame sono realtà ben più complesse e indecifrabili.

La fede e la Chiesa non possono rinunciare all’alleanza della donna e dell’uomo, perché nell’immaginario biblico a questa alleanza è consegnata l’architettura del mondo e della vita umana: quella in cui si genera il linguaggio e l’umano sfugge a ogni delirio di totalità e medesimezza. Eppure la stessa pagina biblica che attesta il principio di questa alleanza non costringe a pensarla immediatamente né in chiave di natura, né in quella di istituzione (matrimoniale). È su questa apertura antropologica della Scrittura, che è molto più esigente di quanto si possa pensare, che si potrebbe articolare una parola della fede che sappia guardare alle vicende degli affetti, comunque e con chiunque essi si vivano, come a una dimensione dell’umano in cui tutti siamo chiamati in causa, affiancati gli uni agli altri in una reciprocità che ci impedisce di delegarla in toto alla politica e al diritto. Perché sull’alleanza, non servile e non dispotica, tra l’uomo e la donna quale principio architettonico dell’umano vivere si può benissimo intavolare un dialogo col mondo odierno in cui, poi, ognuno fa le sue scelte personali – davanti alle quali il diritto si presenta non solo come una doverosa tutela, ma anche come un’esigenza di cui si deve rendere conto alla socialità abitata da tutti.

Di questa parola la Chiesa sembra essere ancora in difetto, e questo torna a discapito della qualità umanistica dei legami e degli affetti. Non credo ci siano oggi molti altri soggetti che siano in grado di rimetterla in circolo a un’altezza che tutti dovremmo desiderare. Perché gli affetti più cari, quelli che ci tengono in vita ogni giorno, e la felice riuscita di un legame d’amore, con chiunque lo si sia intrecciato, non sono un diritto, ma l’impresa più ardita del nostro desiderio come un bene che eccede da tutti i lati la nostra stessa individualità.