A partire dalla metà degli anni Novanta del Novecento vennero inseriti in alcuni marciapiedi di città tedesche (Berlino, Colonia e altre) i primi Stolpersteine – letteralmente tradotto pietre d’inciampo – sampietrini di 10 cm per 10 contraddistinti da una superficie di ottone lucente a ricordo della deportazione. Su ogni pietra, posta nell’ultimo luogo di residenza, di studio o di lavoro di un deportato, sono incisi nome, cognome, data di nascita e, se noti, data e luogo di deportazione e data di morte in un campo di concentramento o di sterminio nazista.

In 15 anni il progetto degli Stolpersteine, voluto dall’artista tedesco Gunter Demnig, si è esteso, oltre che ai cittadini ebrei, ai sinti e ai rom, ai perseguitati politici e religiosi, ai testimoni di Geova, agli omosessuali e alle vittime dell’eutanasia, includendo tutti coloro che in forme diverse hanno subito le persecuzioni del regime nazionalsocialista. Fino al 2011 oltre 30.000 pietre d’inciampo sono state collocate in circa 700 località di Paesi europei (Germania, Austria, Ungheria, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca, Polonia, Ucraina, Italia e Norvegia). A Roma le prime pietre sono state istallate nel 2010, dando avvio a un progetto che tocca la deportazione razziale, politica e militare; alle 30 pietre iniziali si sono sommati altri 54 Stolpersteine nel 2011 e 72 nel 2012. Il 29 gennaio scorso anche Genova ha avuto la sua prima pietra.

Demnig, che negli anni Settanta si impegnò con la sua arte contro la guerra del Vietnam, ha iniziato a interessarsi della memoria delle vittime del nazismo quando, durante una sua installazione, si scontrò con l’ignoranza popolare che negava che a Colonia fossero mai vissuti dei rom. Una rimozione di una parte della storia tedesca che lo spinse a studiare e a lavorare per preservare la memoria di quanto accaduto negli anni del nazismo a milioni di perseguitati e di oppositori del regime.

Gli Stolpersteine sono sicuramente un segno concreto, un luogo di memoria tangibile che entra nella vita quotidiana di tutti coloro i quali incontrano le pietre sul loro cammino e volontariamente o involontariamente le calpestano. Non sono invasive e non nascono con le finalità dei monumenti più recenti dedicati alla Shoah - basti pensare all’istallazione al centro di Berlino dell’architetto Peter Eisenman, che mira a estraniare il visitatore dalla realtà per traghettarlo in una dimensione in cui sia evidente il peso della perdita di milioni di vite umane, rappresentato da enormi blocchi di cemento. Le pietre d’inciampo, nella discrezione della loro collocazione, vogliono essere scevre di retorica e andare a integrarsi nel tessuto urbano. Un “inciampo”, quindi, solo mentale, che però obbliga chi passa a ricordare e a riflettere su ciò che è stato e che, in assenza di memoria, potrebbe ripetersi. Hanno inoltre il pregio di essere una forma di memoria riproducibile in ogni luogo: nel luogo della vita dei deportati e dei perseguitati, nel luogo dove oggi si svolgono le vite di altri individui. Ogni pietra rinvia alle altre collocate in Europa e quindi alla tragedia della deportazione nella sua totalità, ma nello stesso tempo i singoli sono ricordati uno a uno ed escono dall’anonimato segnato dal destino comune grazie ai dati essenziali riportati sulle pietre. Inoltre, le famiglie o le associazioni, che coprono le spese di realizzazione e di posa, permettono con il loro gesto di portare il ricordo individuale fuori dalla sfera familiare e di raggiungere la collettività, chiamata attraverso le amministrazioni locali a salvaguardare e a mantenere le pietre che, per il fatto di essere inserite in marciapiedi e strade, divengono a tutti gli effetti parte del patrimonio pubblico.

Nonostante la loro funzione civica e memoriale gli Stolpersteine sono stati oggetto di critica. In alcune città i residenti ne hanno richiesto la rimozione per non vedere ridotto il valore dei loro immobili. L’uomo che il 12 gennaio 2012 ha rimosso la superficie in ottone delle pietre collocate in memoria di alcuni ebrei deportati da Roma ha giustificato il suo gesto dicendo che non si è trattato di antisemitismo, ma di un atto finalizzato a non far identificare la sua abitazione con un cimitero.
Come spesso accade agli edifici e ai monumenti che ricordano le vittime dei fascismi, gli Stolpersteine non sono rimasti immuni dalla violenza neofascista. Non si tratta di atti vandalici, come troppo frequentemente vengono derubricati dalla stampa, ma di vere e proprie azioni di razzismo e intolleranza. Razzismo, vandalismo, ignoranza sono proprio quelle espressioni dei singoli e delle società che le pietre d’inciampo vogliono contribuire a combattere attraverso una forma di memoria culturale che deve necessariamente vederci impegnati nella sua difesa.