Cinquant’anni fa, l’11 aprile 1961, si aprirono a Gerusalemme le udienze del processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali responsabili dello sterminio nazista degli ebrei. Il processo si concluse con l’esecuzione della condanna a morte dell’accusato, l’unica nella storia dello Stato  di Israele.

Eichmann era “uno specialista”, esperto nella questione ebraica: iniziò la sua impresa criminale collaborando all’organizzazione dell'espulsione degli ebrei dalla Germania, poi, dopo l’Anschluss, nel 1938, si occupò con straordinaria efficacia di quella degli ebrei dall’Austria. Presto i suoi compiti professionali di espulsore si trasformarono in quelli di deportatore verso i campi di sterminio. Non fu alieno dal trattare con gli “esseri inferiori” fin dal 1933, quando ebbe contatti con le autorità ebraiche per esiliare gli ebrei tedeschi verso la Palestina; infine  nel 1944 condusse un negoziato con l’Agenzia Ebraica per lo scambio della vita di quasi 500.000 ebrei ungheresi con 10.000 autocarri e con generi alimentari. Fallita la trattativa per il rifiuto degli Alleati, avviò diligentemente gli ebrei ungheresi allo sterminio. Sul processo Eichmann sono state spese molte parole sui quotidiani, scritti numerosi volumi e realizzati documentari e film. Tra tutte queste opere spicca Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil di Hannah Arendt (1963), una raccolta delle corrispondenze per il “New York Times”, la cui edizione italiana, purtroppo, vide invertiti titolo e sottotitolo, sicché il libro diventò, semplicemente, La banalità del male.

 “La banalità del male” della grande pensatrice de Le origini del totalitarismo (The Origins of Totalitarianism, 1951) sfiora la verità, ma non riesce del tutto a raggiungerla.

Come giustamente afferma la Arendt, anche la biografia di Eichmann, come quella di tanti altri assassini, è del tutto banale: nato nel 1906 in una famiglia  della buona borghesia, non terminò gli studi per la folgorante adesione all’ideologia nazista… uno dei tanti. E qui, senza ricorrere a turbe psichiche, orrori morali, perversioni, la sua biografia comincia a farsi assai meno banale: intraprende con successo la carriera nelle gerarchie delle SS, che forniva l’ebbrezza del potere assoluto, compreso quello di disporre della vita e della morte di milioni di innocenti.

Non è banale il male, ma l’identità di chi lo compie. Il male infatti fu l’ideologia che era perversa e niente affatto banale, e non lo è il perfetto processo di anestesia al dolore altrui di Eichmann e dei tanti suoi simili che ne fu la conseguenza.

Karl Adolf Eichmann,  una volta sottoposto nella gabbia del tribunale alle regole procedurali di legge, subì, come ogni criminale in ogni processo, la punizione della riduzione alla mediocrità, che è l’effetto della procedura penale che costringe l’enormità del crimine compiuto alla miserabile e oggettiva responsabilità personale.

La linea di difesa dei criminali di guerra nei processi che si celebrarono dopo il conflitto mondiale fu tenace e monotona: anche Eichmann asserì  di “aver obbedito a precisi ordini superiori”; insistette  di “non aver nutrito alcun odio personale per le vittime”, anzi, di aver dovuto, più volte, tacitare la propria “sofferenza” per mettere in pratica il mandato che gli competeva.

I capi imputati al processo di Norimberga, quei superiori che impartivano gli ordini, affermarono invece con altrettanta convinzione di non aver saputo, di non aver mai immaginato… che tutto andò al di là delle  loro intenzioni…

Gli esecutori obbedivano agli ordini dei capi e i capi impartivano ordini dei quali non prevedevano le conseguenze.

Ma Eichmann, nel gennaio 1942, era presente alla Conferenza di Wannsee nella quale i capi nazisti decisero nei dettagli lo sterminio degli ebrei, la preparò e ne stese i verbali, e quindi fu contemporaneamente capo ed esecutore. E già questo sarebbe bastato alla sua condanna.

Oltre ai verbali dei processi, le autobiografie di Höss e Frank, e poi  gli studi di Gitta Sereny su Stangl e Speer, attestano le ferali contraddizioni dei colpevoli. Ebbene, si può supporre che tutti questi delinquenti – de-linquere in latino significa “lasciare indietro, abbandonare” - fossero perfino in buona fede nelle loro affermazioni tanto aberranti da apparire incredibili. Il loro errore consisteva nel non aver capito mai che gli ordini superiori cui così ciecamente obbedivano, o impartivano, erano quelli dei “memi” ideologici che li avevano contaminati, anzi che si erano incarnati nei loro cervelli.

Con le menti alterate dalla mostruosa lente deformante dell’ideologia razzista, gli esecutori dell’eccidio si credevano “medici” dell’umanità, chirurghi che obbedivano alla dottrina del miglioramento del mondo mediante la soppressione dei viventi subumani. “Amputazioni”. E la gente perbene distoglieva lo sguardo.