Quando, alla fine degli anni Settanta, il Congresso stabilisce la necessità – etica, storica, politica – di realizzare un museo nazionale dedicato allo sterminio ebraico, gli Stati Uniti si trovavano nel pieno della Guerra fredda. Raggiungere i luoghi in cui si era effettivamente svolto l'annientamento sistematico degli ebrei d'Europa poteva essere difficile per i più, anche se ex campi come Auschwitz e Treblinka erano già stati oggetto di una trasformazione memoriale e museale.

L'United States Holocaust Museum di Washington, invece, sarebbe sorto nel cuore delle memorie nazionali del Paese, nel Mall della capitale, accanto al Lincoln Memorial e al recentissimo Vietnam Veterans Memorial. Il processo di costituzione del museo fu lungo: come ha dichiarato Sam Eskenazi, portavoce del museo, quando si realizzano musei d'arte è perché si possiede una galleria di opere; in questo caso c'era una storia, e bisognava trovare gli oggetti per narrarla.

Alcuni di essi arrivarono per donazione di sopravvissuti, in altri casi si procedette a stipulare, alla fine degli anni Ottanta, dei contratti a lungo termine (ventennali) con privati ma soprattutto con istituzioni in Polonia, dove si trovava la maggior parte degli ex campi divenuti musei. La fossa piena di scarpe, la baracca in legno, fino a oggetti più minuti, vengono portati dalla Polonia – lontana, comunista e cattolica – e, attorno a essi, si costruiscono i percorsi narrativi del museo, fortemente improntati alla ricreazione dell'esperienza di una visita a un campo. Anche l'architettura dell'edificio, disegnato da James Ingo Freed, riprende nella parte interna materiali (il mattone, il metallo) e forme che rimandano esplicitamente ad Auschwitz, il campo più grande, più terribilmente efficiente nella sua funzione di eliminazione, divenuto “il campo” per antonomasia. Tutto il percorso viene strutturato in modo tale da suscitare forti emozioni e l'identificazione con le vittime, attraverso l'esposizione degli oggetti (autentici o in copia) a loro appartenuti o che sono stati testimoni della parte finale della loro vita.

Tra la fine dello scorso anno e l'inizio di questo sono scaduti i termini per i prestiti e i musei polacchi, avvalendosi di una legge recente – corrispondente alla Polonia post comunista, liberale e nazionalista – che stabilisce la protezione del patrimonio culturale nazionale, hanno chiesto di riavere indietro gli oggetti. In particolare la baracca, attorno a cui ruota l'esposizione statunitense, che appartiene al museo di Auschwitz, mentre per le scarpe, di proprietà del museo di Majdanek, c'è un maggiore margine di trattabilità.

La questione è indubbiamente spinosa: molti sopravvissuti o loro eredi non vedono con benevolenza questa attenzione polacca, dato che in quel Paese, in passato, con alcune iniziative si è cercato di travisare in senso nazionale e nazionalista la specificità ebraica dello sterminio. Tuttavia, su un altro piano del dibattito, colpisce l'affermazione di uno dei curatori statunitensi: restituire gli oggetti comporterebbe una perdita di veracity, ovvero “veridicità, sincerità, autenticità” per il museo di Washington. Il direttore del museo di Auschwitz avrebbe ribattuto che l'autenticità non sta tanto negli oggetti quanto nel contesto.

Ma che cosa si intende per veracity? La presenza degli oggetti serve, come in un processo, per testimoniare la veridicità dei fatti? Oppure si tratta di una – supposta, presunta o forse semplicemente desiderata – autenticità dell'esperienza del visitatore, che però è mediata, e fortemente, dall'interpretazione che un museo propone? L'autenticità prevede qualcosa di meno univoco di una narrazione museale, mettendo necessariamente in vibrazione sensazioni più complesse e ambigue. L'autenticità è quella dei luoghi, che spesso non sono come li abbiamo immaginati, o meglio come ci sono stati fatti immaginare da decenni di film, di fiction sul tema. E l'autenticità è quella che ci pone la domanda “cosa avremmo fatto noi?”. Noi che non siamo ebrei, che non siamo sinti, omosessuali, testimoni di Geova? Noi che non sappiamo neppure se saremmo stati in grado di scegliere di resistere.

La risposta che Christa Wolf espresse in Trama d'infanzia fu: “Evitare determinati ricordi. Non parlarne. Non fare affiorare alla coscienza parole, serie di parole, intere associazioni di idee che possano sbloccarli. Non porre certe questioni a gente della tua età. Perché è intollerabile dover pensare insieme alla parola ‘Auschwitz’ la piccola parola ‘io’: ‘io’ al condizionale passato: io avrei. Io avrei potuto. Io avrei fatto. Avrei obbedito”.