Il cemento e la nazione. Maestro dello slalom tra le difficoltà che da sempre accompagnano i suoi esecutivi, Benjamin Netanyahu è riuscito a imbarcare nella maggioranza che lo sostiene il gruppo parlamentare del partito Kadima, la creazione politica di Ariel Sharon, nel momento stesso del suo cambio di leadership, con l’ascesa di Shaul Mofaz.
Se in un primo tempo lo stesso premier aveva annunciato lo scioglimento anticipato della Knesset, il Parlamento monocamerale israeliano, il repentino cambio di rotta fa sì che, in tutta probabilità, la legislatura prosegua fino alla sua naturale conclusione, ossia nell’ottobre del prossimo anno.
Secondo il commento del quotidiano "Ha’aretz", oggi l’esecutivo può infatti contare su una maggioranza parlamentare di ben 94 seggi dei 120 esistenti, rivelandosi «solido come il cemento». Si tratta, infatti, di un vero e proprio governo di unità nazionale, una formula che in Israele viene in genere adottata in prossimità di un qualche conflitto armato con i bellicosi vicini.

Qualcuno, sulla scorta di ciò, ha quindi ipotizzato che l’ingresso dei centristi in una coalizione peraltro composita, caratterizzata per il suo bilanciamento a destra, possa servire in previsione di un attacco militare preventivo contro i siti nucleari iraniani. Si fa notare che sia l’attuale vice-primo ministro, il medesimo Mofaz, sia il titolare del dicastero della Difesa, Ehud Barak, sono ex capi di Stato maggiore, ossia comandanti dell’esercito. L’uno, benché leader di Kadima, da sempre ha posizioni nette sulle questioni della sicurezza nazionale, propendendo per soluzioni di forza, anche se le sue opinioni in merito all’Iran non collimano con quelle degli analisti maggiormente propensi per un attacco. L’altro, già esponente laburista, vive da tempo un isolamento politico compensato in parte dal fatto che il partito d’origine, dal quale è fuoriuscito, continua a conoscere un declino apparentemente inarrestabile. Anche altri esponenti dell’esecutivo, come Moshe Yaalon e Avi Dichtner provengono dai gradi superiori dell’esercito e della sicurezza. Quest’ultimo è stato a capo dello Shin Bet, l’intelligence che si occupa di controspionaggio.

Tuttavia le esigenze immediate che hanno spinto Netanyahu hanno probabilmente più a che fare con le stringenti questioni di politica interna che non con l’agenda internazionale. Israele, infatti, benché stia offrendo nel suo insieme ottime performance economiche, si trova dinanzi alla necessità di provvedere a una revisione del budget pubblico, tagliando la spesa in molti settori, non da ultimo quello militare. La qual cosa, traducendosi in una manovra finanziaria difficile e impegnativa, necessita di un solido consenso parlamentare, soprattutto dinanzi alle proteste sociali che in quest’ultimo anno e mezzo si sono succedute tra quella parte di popolazione, a partire dai giovani, che è stata esclusa dai benefici dello sviluppo dei mercati. La linea di politica economica adottata da Netanyahu si è infatti caratterizzata per un deciso indirizzo liberista, consolidando il processo di privatizzazione e di liberalizzazione che da almeno un quindicennio caratterizza l’operato dei governi israeliani.

Nondimeno è in dirittura d’arrivo una revisione della legge Tal, relativa al reclutamento nell’esercito di quelli ultra-ortodossi, così come degli arabi israeliani, che a oggi ne sono ancora esentati. Prevedibile che su questo versante ci possano essere tensioni, trattandosi di una materia che tocca dal vivo il tasto sensibilissimo dell’identità nazionale e dei diritti e dei doveri che da essa derivano. Per l’attuale premier sarebbe auspicabile una riforma generale delle norme che riguardano la funzione dell’esecutivo, mettendo mano alla Legge fondamentale sul governo, di natura costituzionale, approvata nel 1968 e poi emendata nel 1992. Netanyahu risponde in tal modo anche alle turbolenze interne alla sua precedente maggioranza, dove le intemperanze del populista Avigdor Lieberman e dell’ala destra del Likud, capitanata da Moshe Feiglin, avevano messo più volte a dura prova la tenuta del dicastero. Da ultimo è plausibile che conti il fatto che Mofaz sia titolare di un piano di negoziazione con i palestinesi, che prevede la costituzione di uno Stato indipendente, ma disarmato, sul 60 per cento dei territori, Gaza compresa. Dal che si desume che per una parte della leadership israeliana, in sé pragmatica, la necessità di una qualche forma di rapporto con Hamas non sia più un tabù.