Esistono molti modi di leggere un libro e di valorizzarne la complessità. Dell’ultimo di Marcello Neri non può passare inosservata la dedica: a Paolo Prodi, storico della Chiesa e del diritto, e chiaramente fonte principale di Fuori di sé (Dehoniane, 2020), testo sovrastato dall’argomento storico di fine della modernità come processo di europeizzazione del mondo.

L’argomento prodiano attraversa tutto il libro: i suoi cinque capitoli su istituzione, tradizione, diritto, teologia e religione, il cui intento è raffigurare il corpo intero della Chiesa cattolica, sono una recezione teologica della modernità come radice della civiltà europea e del suo apporto come affermazione del dualismo tra la sfera del sacro e del potere – temi centrali in tutta la ricerca di Prodi.

Ma il libro entra nel vivo prima, con un’introduzione e il preludio seguente. Neri registra il paradosso di un cattolicesimo che ha «un immenso impianto ecclesiologico che funziona per un numero sempre più esiguo di persone» e non «al di fuori dell’autoreferenzialità del linguaggio ecclesiastico». Niente di tutto questo è un caso, ma risulta da una storia che è quella delle istituzioni in Occidente, di cui è parte anche la Chiesa cattolica e anche senza l’accettazione formale di alcune porzioni estremiste che la vorrebbero immune dal giudizio storico. La contingenza del tempo impone alla Chiesa la flessibilità di tutti i corpi vivi, specie perché «la storia non è lì per offrirci certezze». La vita del cattolicesimo, del resto, si dà né più né meno che come vita umana, nella condivisione di un luogo in cui essa è «consegnata a se stessa dal suo Signore» e può di continuo ritrovarsi: fuori di sé.

L’idea centrale del libro è in effetti che la Chiesa debba guardare alla storia come al luogo della propria genesi, superando un divario che somiglia sempre più a una rimozione psicologica. Per l’autore, fine teologo, l’accento è sull’ecclesialità dell’alterità e viceversa, in un gioco nel quale la «nuda fede» cui si è ricondotti ha una praticabilità che circola e «nulla a che fare con l’ordine della produzione, della prestazione e della pianificazione».

Neri avverte che l’evoluzione dell’autocomprensione della Chiesa nella storia evidenzia una piegatura del tempo, che «passa da essere attesa e prossimità dell’irruzione di Dio a una temporalità cronologica che si sostituisce all’indeterminatezza del tempo messianico»: è cioè la questione dell’istituzione, la cui esistenza è data dal bisogno di preservare quest’opposizione tensionale decisiva per la Chiesa, su cui si fonda l’impossibilità di diventare «setta pentecostale della pura attestazione della fede» o «puro istituto dell’ortodossia gerarchica e linguistica» di essa. In gioco c’è il difficile tema del rapporto tra carisma e istituzione, ma anche quello, di prodiana memoria, della differenza tra profezia e utopia, il cui peso è comprensibile se si ha in mente la storia dei movimenti ecclesiali di base.

In essi, infatti, ha avuto luogo una certa utopizzazione del loro impegno, che è il verso della medaglia di una progressiva esautorazione e privatizzazione della profezia a livello istituzionale. Per il teologo, la Chiesa ha reagito tardi ai cambiamenti in atto nel mondo, tanto che lo stesso tentativo del Vaticano II di risolvere la contesa con la modernità giunge quando le democrazie come emblema del suo meglio erano già entrate in crisi.

C’è dunque un accento su papa Francesco, che Neri definisce una «novità» e una «rottura», il che non può non evocare qualcosa in chi nutre una passione per il dibattito sulla recezione magisteriale, e non solo, del Vaticano II. A Francesco è toccato il compito, infatti, di denuncia del ritardo e allestimento di uno scenario immaginale per il futuro, ma non è ancora chiaro in che modo proseguirà questa presa d’atto.

Di certo non potrà continuare senza una retro-lettura del passato, che la Chiesa chiama tradizione nella consapevolezza di una forma regolativa il cui criterio ermeneutico rimane escatologico, davanti a se stessa e non del tutto dato. Inevitabile è per questo la dialettica tra esperienza e tradizione, cioè tra i vissuti dei singoli e l’elaborazione collettiva che ne consegue. Il libro ricostruisce qui una cornice per il funzionamento della tradizione ecclesiale accostandole il momento storico dell’invenzione di nuove tradizioni nel XIX secolo, esempio della possibilità che «tradizione ed esperienza possono (sempre) essere strumentalizzate dal potere e dai soggetti, più o meno anonimi, che lo detengono». Ed ecco la questione di oggi: se con l’assunzione del potere da parte dalle potenze tecno-finanziarie ci sia ancora bisogno di una tradizione come mediazione tra vita e potere.

È questo un tema centrale che trova nell’opposizione a Francesco un’esemplificazione chiara del suo meccanismo di riproduzione, cioè l’alleanza tra una rigidità teologica ed ecclesiale e un dominio economicamente neoliberale e politicamente conservatore. Nell’analisi di Neri, infatti, «una Chiesa la cui giurisdizione sia limitata alla dottrina e alla liturgia è del tutto funzionale al perseguimento dei fini di questo progetto», scardinabile solo con un recupero della critica espressamente evangelica: di tipo socio-culturale rispetto ai poteri istituiti, di tipo pratico rispetto a una configurazione istituzionale della fede che non includa anche l’esperienza vissuta.

Il modo in cui ciò è stato possibile si deve a una modificazione sostanziale della dimensione giuridica della Chiesa cattolica, segnata dall’abbandono dell’esercizio di giurisprudenza a favore di una logica di deduzione normativa. Neri ricorre alla storia del diritto canonico per mostrare come questo non sia sempre stato lo stesso e non abbia mai avuto la stessa funzione, con un’eliminazione del circuito tra pratiche di vita credente e regolazione giuridica, la cui ultima prova oggi è data da una consuetudo il più possibile normata e razionalizzata.

Citando Fantappiè, ordinario all’università di Roma Tre, il testo di Neri rimanda alla sottrazione della testualità canonica «alla ricezione della comunità interpretativa»: una torsione che riflette la coscienza individualista della modernità, in cui la sfera interiore è oggetto di contesa tra politica e religione.

Neri auspica il superamento di questo «paradigma codificatorio» attraverso un interessante approccio ermeneutico all’implicito costituzionalismo della realtà dello Stato di Città del Vaticano, trovandovi una «ragione pragmatica e realistica, flessibile nella sua concezione di fondo per poter corrispondere, di volta in volta, alle esigenze pubbliche della missione specificamente spirituale della Chiesa». Torna quindi alle parole pronunciate da Paolo VI nel discorso all’Onu del 1965, quando il papa parlò della «simbolica sovranità temporale» che gli consentiva di garantire a chiunque di essere «indipendente da ogni sovranità di questo mondo». Nella specificità di uno «Stato senza nazione» come avvio di una statualità diversa da quella romantica, il libro individua un referente paradigmatico per il rilancio del diritto nella Chiesa oggi, che può ridiventare uno spazio di circolazione dialettica.

Ma questa problematicità del ruolo del diritto nel cattolicesimo ha prodotto anche una problematicità del ruolo della teologia come interfaccia pubblica della Chiesa, ormai incapace di «immettere nei processi di socializzazione e nelle procedure dell’immaginario diffuso una forza trasformativa e umanistica» che le viene dal suo essere intelligenza ecclesiale del vangelo. Un certo garantismo della teologia per le cose interne della religione, secondo Neri, ha lasciato la sfera pubblica sprovvista «di un’intelligenza e competenza sulle forme della persuasione»: di qualcosa come «quell’ingiunzione morale fondamentale» che plasma e regola il vissuto di ognuno.

Il libro di Neri è un libro complesso, in cui brevità è sinonimo di intensità. Esso ha per obiettivo quella riattivazione necessaria di un pensiero corale che dia forma a una Chiesa non sospettosa, ma agente attenta in uno spazio, il secolare, che «consente al politico di essere (solamente) politica e al sacro di essere (solamente) religione». Neri delinea un percorso per la Chiesa in un ordinamento lanciato verso il post-rappresentazionale dopo la crisi del concetto di rappresentanza. Ne viene che la questione per la Chiesa, in compagnia di ogni uomo e donna di buona volontà, sia di rimettere a tema la possibilità di una convivenza per chiunque: nel nuovo quadro culturale, sembra che questo dipenda dall’idea di performance, una generazione continua di pratiche il cui accadimento può riservare il riconoscimento di una everyday religion. I cristiani ne hanno sempre saputo qualcosa.