Il 22 giugno scorso l’associazione nazionale Donne in Rete contro la violenza (D.I.Re), che riunisce la gran parte dei Centri antiviolenza presenti in Italia, ha promosso una mobilitazione contro la violenza di genere, organizzando in molte città, con il supporto delle Case delle donne del luogo, un flashmob per ricordare le tante vittime di femicidio che ogni anno perdono la vita nel nostro Paese, semplicemente perché sono donne. Una voce da un megafono chiamava per nome ciascuna delle oltre 60 donne uccise e ogni partecipante al flashmob, che portava un cartello con nome, età e breve storia di una vittima, si sdraiava a terra a simboleggiarne la caduta, purtroppo per nulla metaforica. Dall’iniziativa sono trascorse poche settimane, ma quel numero di morti è stato già ampiamente superato: circa ogni giorno la cronaca ci informa di un nuovo delitto per mano di un marito violento, di un compagno che non accettava la separazione, di un fidanzato preda di ansie di controllo.  I media hanno iniziato a occuparsi dei femicidi con maggiore consapevolezza, probabilmente anche per la dimensione che questi stanno acquisendo in tempi recenti, ma non può ancora dirsi superata la consuetudine di chiamare tali delitti “raptus” e di spiegarne il movente riferendosi alla gelosia di lui e in generale alla conflittualità della coppia, riconducendo tutto a un fatto privato, o, peggio, a “delitti passionali”.

Il numero dei femicidi in Italia è senza dubbio in aumento – peraltro in netta controtendenza rispetto agli omicidi che riguardano i maschi, in calo nel nostro Paese sin dagli anni Novanta –, con un’autentica esplosione nel 2012: a fine giugno i casi registrati superavano i 70, lasciando presagire un triste primato per l’anno in corso. È dunque evidente la necessità di una risposta forte e decisa da parte delle istituzioni, che invece stenta ad arrivare.

Vale la pena evidenziare che il 70% delle vittime sono italiane, così come quasi l’80% degli omicidi – tanto per smentire facili accostamenti tra culture diverse dalla nostra e attitudine alla violenza di genere, tutt’altro che rari nei mezzi di comunicazione. Va poi segnalato che nel 60% dei casi gli autori dei femicidi sono partner, o ex partner, della donna uccisa; in oltre il 20% altri familiari e solo il 4% dei delitti contro le donne è commesso da uomini sconosciuti alla vittima. Come da anni i Centri antiviolenza denunciano, infatti, i femicidi sono spesso femminicidi, ossia delitti che trovano la loro ragione proprio nella violenza di genere: in 8 casi su 10, secondo una ricerca europea, essi sono stati preceduti da maltrattamenti e violenze maschili, e potevano quindi essere evitati. Spesso le donne uccise si erano già rivolte ai servizi sociali e sanitari: risulta che le donne che subiscono violenza domestica accedano alle agenzie pubbliche con una frequenza 4-5 volte maggiore rispetto alle donne che non subiscono maltrattamenti. L’incapacità di intercettare la loro domanda di aiuto e di fornire un’adeguata risposta rappresenta pertanto una precisa responsabilità della società e un fallimento delle istituzioni nell’adozione di misure idonee a proteggere e prevenire talvolta solo la sofferenza di tante donne, sempre più spesso anche la loro morte.

Emblematici i casi di donne che vengono uccise quando sono incinte, come di recente accaduto a Trapani. Le donne incinte vivono una maggiore vulnerabilità e, contrariamente a quanto si possa immaginare, sono molto esposte al rischio di violenza di genere: numerosi studi internazionali dimostrano che il 30% delle donne inizia a subire maltrattamenti dal partner proprio durante la gravidanza. Ma la gravidanza rappresenta anche un momento in cui la donna è frequentemente a contatto con i servizi socio-sanitari e ci si chiede dunque come sia possibile che in tali circostanze nessuno sia in grado di identificare la situazione di pericolo. Le risposte possono essere molteplici: di certo prevale ancora una cultura della sottovalutazione della violenza, se non della sua accettazione; ciò è dovuto in primis al fatto che gli operatori e i sanitari che le donne incontrano sono spesso sprovvisti di un’adeguata formazione e informazione sulla violenza, anche perché questa non è prevista in alcun programma di studi universitari o di specializzazione. Tuttavia un’accoglienza non competente, una minimizzazione dell'accaduto o, peggio, un giudizio su una eventuale corresponsabilità rappresentano per le donne maltrattate una vittimizzazione secondaria e, soprattutto, una grossa falla nel sistema di protezione di possibili future vittime di femicidio.

Stando all’indagine condotta dall’Istat nel 2006 , le donne che avevano subito violenza dichiaravano, in percentuali molto pronunciate, di avere rischiato la vita o di versare in una situazione di pericolo molto elevata. Da qui l’importanza di un intervento attivo e tempestivo da parte delle istituzioni e dello Stato, che deve partire da un’assunzione di consapevolezza e di responsabilità rispetto alla pervasività del fenomeno. Il precedente governo, a mezzo della ministra delle pari opportunità Carfagna, ha dato al nostro Paese, per la prima volta e dopo lunga attesa da parte delle associazioni delle donne e dei Centri antiviolenza, un piano nazionale contro la violenza, che aveva però il grosso limite di non stanziare fondi per la sua attuazione. Il governo attuale ha assicurato la predisposizione di un nuovo piano generale contro la violenza, ma ogni iniziativa è vana se non prevede un impegno serio e integrato anche sul versante delle risorse, traducibile in stanziamenti per la formazione, l’informazione, la lotta agli stereotipi di genere e la definizione dei ruoli che ancora fortemente discriminano le donne, l’educazione delle giovani generazioni alla cultura del rispetto delle donne.

Nella nostra società, infatti, la massiccia diffusione della violenza di genere si alimenta delle discriminazioni che le donne subiscono nel quotidiano, come emerge in modo evidente nel rapporto relativo all’Italia presentato all’Onu dalla Special Rapporteur per la Cedaw, Rashida Manjoo, nel corso del Consiglio dei diritti Umani tenutosi lo scorso giugno a Ginevra, all’interno del rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere. Come rileva Manjoo, gli stereotipi di genere sono fortemente radicati in Italia, un Paese in cui gran parte del peso del lavoro di cura grava ancora sulle donne, mentre il contributo maschile è tra i più bassi del mondo. Se si guarda alla rappresentazione delle donne nei media, poi, emerge che il 56% delle donne che compaiono in televisione non parla, il 46% delle loro apparizioni è associato a questioni di sesso, moda o bellezza e solo il 2% si lega a temi di contenuto sociale o professionale. Inoltre le donne, pur se l’articolo 51 della Costituzione è stato emendato al fine di garantire l’eguaglianza nella rappresentanza, risultano del tutto sottorappresentate nelle carriere, nella rappresentanza politica e, in generale, in tutti i ruoli decisionali, tanto nel pubblico quanto nel privato, inclusi quei settori professionali a prevalente presenza femminile. Per non parlare dei livelli di occupazione, visto che nel 2011 l’Italia risultava avere uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d’Europa, o delle discriminazioni che le donne subiscono nel mondo del lavoro, specie se decidono di avere figli (econdo il rapporto Ewco del 2006, in Italia, a seguito della maternità, il 2% delle donne vengono licenziate e il 7,6% si dimette).

Fortunatamente a livello regionale e territoriale esistono da anni numerose iniziative, spesso promosse dalle associazioni di donne che gestiscono i Centri antiviolenza, che hanno prodotto, oltre alla risposta concreta e immediata ai bisogni di supporto e protezione per le donne in difficoltà, un sapere molto prezioso per il contrasto alla violenza. Ne è sorta una vasta esperienza e professionalità, con la moltiplicazione di prassi virtuose, come ad esempio accade in Emilia-Romagna, ove in quasi tutte le province esistono, grazie a un lavoro di rete tra agenzie pubbliche e Centri antiviolenza, appositi protocolli per operatori sociali e sanitari, che coinvolgono altresì forze dell’ordine e magistratura. Sempre grazie alla collaborazione tra istituzioni e Centri antiviolenza sono altresì numerose le esperienze nel campo della formazione nelle scuole e della sensibilizzazione; si tratta però di iniziative che sono efficaci solo se previste e sostenute sul lungo periodo, con la destinazione delle necessarie risorse: risorse che dovrebbero essere potenziate in una fase come l’attuale, in cui violenza di genere e femicidi sono in aumento, e che invece rischiano di essere fortemente compromesse dai tagli alla spesa sociale imposti dalla crisi e dalle scelte politiche dei decisori nazionali ed europei.