C’era molta attesa per le parole che il presidente della Cei, nell’aprire il 24 gennaio scorso la riunione del Consiglio permanente, avrebbe dedicato ai “festini di Arcore”. Proprio per questo ho letto per intero e con attenzione la prolusione del cardinale Bagnasco. A giudicare dalle prime reazioni, il cardinale Bagnasco sembra non avere deluso nessuno. Da un lato gli antiberlusconiani hanno trovato soddisfazione nella sua forte dichiarazione: “chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda (cfr. art. 54)”. Dall’altro i berlusconiani hanno fatto notare che il discorso era rivolto a tutta la classe politica e, peraltro, come ci si aspetta che si comporti chi parla da un pulpito così elevato, non si rivolgeva a nessuno in particolare.

Dopo un’attenta e completa lettura, non sono riuscito a capire come gli oppositori di Berlusconi si siano sentiti soddisfatti sul punto che a loro stava a cuore: i “festini di Arcore”, sempre per dirla in breve.

Tanto per cominciare: la frase già citata che si chiudeva con il rimando all’articolo 54 della “nostra” Costituzione (quel “nostra” uscito dalla penna del Cardinal Bagnasco è stata per me la parola politicamente più gradita) era tratta da una precedente prolusione (settembre 2009); un documento che si riferiva a vicende nelle quali era emerso un sistema di rapporti di scambio fra politici e imprese, mediati anche dalle prestazioni di svariate escort (maggiorenni e consenzienti), una delle quali espressamente collocata in una lista in occasione di una tornata elettorale locale. Forse, visto il poco tempo trascorso, non si è sentito il bisogno di star lì ad analizzare la differenza tra le passate situazioni sconvenienti (dove andavano a farsi friggere sobrietà, disciplina e onore) e le recenti situazioni che configuravano reati penalmente rilevanti.

Talvolta succede che gli uomini di Chiesa abbiano difficoltà a distinguere tra peccato e reato. Questa ipotesi spiegherebbe poi come il cardinal Bagnasco, dopo aver detto “si moltiplicano notizie che riferiscono comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza”, si sia preoccupato del fatto che “qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine. In tal modo passando da una situazione abnorme all’altra…”.  Se la prima situazione abnorme consiste in comportamenti “veri o presunti” che potrebbero collocarsi nella categoria del peccato, la seconda situazione abnorme attribuita ai giudici non esige cautela: essi hanno messo in campo un’ingente mole di strumenti di indagine. Come si potrà configurare tale situazione? Anch’essa come un peccato? Ma qual è il peccato proprio dei giudici? Non sarà forse un reato?

Mi chiedo ora come i giornalisti, in particolare quelli più esplicitamente schierati, leggano documenti come quello di cui stiamo parlando. Secondo me la risposta è che – a seconda della loro collocazione - li leggono guidati dal pensiero ottativo, altrimenti detto wishful thinking.

Ma come mai, proprio come Berlusconi, i suoi oppositori nutrono tante aspettative nei vertici ecclesiastici? La risposta, almeno a me, sembra tanto chiara quanto deprimente. Perché, come Berlusconi, i suoi oppositori cercano il sostegno della Chiesa per surrogare una propria debolezza politico-culturale. Ma purtroppo per loro il premier ha il vantaggio di poter contare sui contribuenti italiani ed è in grado di proporre disegni di legge con cui surrogare, a sua volta, la debolezza della Chiesa. Una debolezza che nasce dalla sua incapacità di modificare l’etos collettivo, perché sembra incapace di trovare le parole per evangelizzare il mondo moderno. Questo perché si è rinunciato a dare seguito alle indicazioni del Vaticano II, che si era mosso proprio in tale direzione.

Gli oppositori di Berlusconi dunque si trovano costretti a sperare nella santità e nello spirito profetico della Chiesa (il popolo di Dio in cammino nella storia). Questo non è fare politica. Pensava già così il politico Dossetti; che peraltro non era un politico banale. Ma il monaco Dossetti aveva ormai accettato il fatto che la Costituzione è lo strumento per le riforme in uno stato di diritto.

Berlusconi e i suoi hanno più risorse e sono più realisti, infatti essi contano su una Chiesa istituzionale che continui a pensare “secondo gli uomini”, proprio come pensava Pietro (Matteo 16,23), cui Gesù disse “levati da davanti a me, Satana, che mi sei d’inciampo”.