L’iscrizione "Arbeit Macht Frei" (il lavoro rende liberi), che campeggiava sull’ingresso del campo di sterminio nazista di Auschwitz è stata rubata da sconosciuti. Vandalismo? Profanazione? Furto per collezione?
Quando i sovietici liberarono il campo, prestarono soccorso ai sopravvissuti, ma nei giorni successivi sentirono la necessità di realizzare un falso documentario nel quale, proprio sotto la scritta "Arbeit Macht Frei" i prigionieri inneggiavano all’Unione Sovietica sventolando bandierine rosse. Erano  abitanti del paese reclutati per l’occasione perché i superstiti assistiti dalla sanità sovietica non erano in condizioni di inneggiare proprio a nulla. Auschwitz è uno dei grandi scandali del XX secolo, probabilmente il più grave; agli sforzi per preservarne la memoria, si sono contrapposti, per 64 anni, propositi forse  spontanei di occultarla.
Alcuni governi comunisti della Polonia tentarono di eclissare lo sterminio di ebrei in quanto tali trasformandolo in quello di cittadini polacchi. Furono gli storici a svelare questo inganno che tuttavia ha lasciato un’impronta maligna che alimenta tutt’oggi i deliri dei negazionisti.

Il tempo, si sa, è il principale alleato della dissoluzione del ricordo e così accade che l’ansia di giustizia nei confronti di chi compì l’assurdo crimine dell’annientamento dei popoli ci ponga oggi di fronte al dovere morale di rifiutare di riconoscere negli ultimi vecchi decrepiti che vengono ancora processati i boia feroci del martirio che ci portiamo nell’anima.

Non fu solo il comunismo a tentare di adulterare la memoria della Shoah e del Poraimòs (la Shoah dei Rom). Anche alcune fazioni della Chiesa polacca si diedero da fare per celare lo scandalo: così avvenne che i tentativi di trasformare una parte del campo in convento delle suore Carmelitane e l’erezione di un’enorme croce all’ingresso di Auschwitz dovettero essere  cassati dalla voce potente  di Giovanni Paolo II, il papa polacco che sapeva e capiva.

Queste riflessioni cominciano con i dubbi sulle motivazioni del gesto e con questi terminano perché, se ci si pensa, l’ipotesi peggiore  è quella del collezionismo, il più potente alleato del tempo: il collezionista seppellisce la memoria degli altri, la segrega al servizio della propria voluttà.
Non conoscono però i ladri il mio augurio personale e irrazionale (e poco importa che la polizia polacca abbia ritrovato l'insegna, spezzata in tre tronconi): che la forza potente del Male, insita nella scritta atroce, possa esercitare su di loro la sua azione nefanda.