Rivista il mulino

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A margine di una vicenda francese

#MeTooGay

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In queste ultime settimane la Francia è stata scossa dalla terribile vicenda di Guillaume T., studente poco più che ventenne trovato impiccato lo scorso 9 febbraio nella sua stanza della residenza universitaria di Nanterre, a Parigi. Tre settimane prima, il ragazzo aveva dichiarato sul suo profilo Twitter, con lo pseudonimo di Prunille, di aver subìto uno stupro due anni prima per mano di una coppia di militanti del Partito comunista francese, Maxime Cochard e il suo compagno Victor Laby, approfittando di un suo momento di particolare vulnerabilità. «Dopo più di due anni senza riuscire a verbalizzare ciò che mi è accaduto», ha raccontati Guillaume T., «mi rendo conto che sono stato violentato da Maxime Cochard, consigliere comunale di Parigi e dal suo compagno […] nell’ottobre del 2018, quando avevo appena 18 anni ed ero particolarmente vulnerabile». Anche se attraverso il loro avvocato i due militanti hanno pubblicamente negato ogni accusa, la denuncia di Guillaume ha provocato sui social media una vera e propria «deflagrazione» dell’hashtag #MeTooGay, con centinaia di persone che hanno a loro volta dato parola alle violenze da loro subìte e mostrato nuovamente al mondo che neppure la comunità Lgbt+ è immune da razzismo e omofobia.

La vicenda sembra rappresentare solo un piccolo tassello di un gigantesco puzzle di scandali che stanno travolgendo il Paese. Il caso di Gabriel Matzneff è forse uno dei più significativi degli ultimi tempi, poiché esso si è sviluppato su più piani. Un piano letterario e simbolico che ci interroga sul silenzio decennale degli intellettuali rispetto alla pedofilia conclamata di Matzneff, autore di opere dai contorni autobiografici che paiono configurarsi come vere e proprie apologie del proprio comportamento pedofilo. E anche un piano politico, giacché il problema della pedofilia ha a lungo rappresentato parte di un dibattito intellettuale molto acceso, una sorta di prosecuzione dello spirito libertario post-sessantottino che alla fine degli anni Settanta spinse molti protagonisti della cultura a firmare numerosi appelli semi-apologetici sulla pedofilia. Le dimissioni di Christophe Girard, assessore alla cultura di Parigi e amico stretto dell’autore, non sono state che uno degli avvenimenti accessori di questo caso che continua ad interrogare l’opinione pubblica.

Anche l’uscita de La Familia grande di Camille Kouchner, nel gennaio del 2021, ha permesso di decostruire ulteriormente il pesante muro di gomma sulla questione. Nel libro, anch’esso autobiografico, l’autrice racconta dell’incesto subìto dal fratello a opera del loro patrigno, il costituzionalista e politologo francese Olivier Duhamel. Questo libro ha rappresentato un’occasione aggiuntiva per liberare la propria parola su una questione taciuta e ha spinto molte soggettività a raccontare degli incesti subiti, sovente avvenuti in contesti socio-culturali alto-borghesi. E le conseguenze di tale pubblicazione sembrano riverberarsi sino ai livelli più alti dell’establishment parigino: il direttore del prestigioso Iep di SciencesPo, Frédéric Mion, ha dovuto presentare le proprie dimissioni a seguito di una richiesta avanzata in tal senso da centinaia di studenti dopo che era emerso che egli era a perfetta conoscenza della vicenda (qui la relativa inchiesta di Le Monde). Dopo la pubblicazione del libro di Kouchner, Mion si era dichiarato «sotto choc», fingendo di essere all’oscuro di tutto.

Del resto, il campo letterario, in particolare quello della scrittura autobiografica o dell’autofiction, rappresenta da tempo un terreno sul quale mostrare esperienze dolorose e laceranti, dall’Amour impossible di un padre incestuoso raccontato dalla notissima Christine Angot nel romanzo omonimo sino alla violenza sessuale subita da Édouard Louis e raccontata in Histoire de la violence, uscito nel 2016. Partendo da quest’ultimo libro, dove l’autore racconta dello stupro subito per mano di un suo date, è semplice pensare a quanto accaduto a Guillaume T.

Se il movimento del #MeToo lanciato nel 2017 ha rappresentato un avvenimento dirompente, nel quale migliaia di donne hanno potuto raccontare le violenze sofferte, facendo della propria esperienza come soggettività uno strumento per la battaglia politica contro il patriarcato, unendo, come nella lezione essenziale del femminismo storico, l’intimo e il politico, le cose sembra siano andate diversamente per il #MeTooGay. Questo fenomeno, infatti, è rimasto prevalentemente circoscritto al contesto francese e ha in poco tempo perso parte della propria dirompenza, pur permettendo a moltissimi uomini omosessuali di esprimersi e di raccontare un’esperienza di violenza subita e mai raccontata in precedenza. Anche se i due movimenti, #MeToo e #MeTooGay, sono difficilmente paragonabili, la questione dell’oppressione resta centrale in entrambi. E in entrambi i casi si è agita una liberazione della propria parola e della propria esperienza di soggettività oppressa; in entrambi i casi, il corpo si è (ri)configurato come spazio di negoziazione per una lotta e per una forma di resistenza all’oppressione, dall’intimo al politico, dal privato al pubblico. Anche le relazioni omosessuali maschili, del resto, possono orientarsi su dinamiche patriarcali e su modi di produzione tipicamente eterosessuali.

Il racconto di Guillaume T. ha permesso così di far riaffiorare un discorso carsico e inconfessabile, cui si sono aggiunti altri racconti e altre storie di vittime di violenze avvenute nei contorni protetti di una comunità, quella omosessuale, dove non sono infrequenti episodi di razzismo, di body-shaming e, sempre più frequentemente, di femme-shaming. Dinamiche che si inseriscono pienamente in una struttura sociale e politica patriarcale e oppressiva, legata a una visione omonormativa dei rapporti affettivi e personali, esclusivamente orientata sul desiderio maschile.

Ma anche al di fuori della comunità omosessuale, in contesti familiari o lavorativi, le soggettività omosessuali sono più vulnerabili e sono più di frequente vittime di una violenza intrinsecamente patriarcale. Secondo le statistiche, circa il 6% degli uomini omosessuali affermano di essere stati «aggrediti o violentati almeno una volta nella loro vita da un membro o da una persona vicina alla propria famiglia (fuori dalla coppia)».

Sfogliando le pagine web, emergono storie di oppressione di ogni genere: violenze pedofile, incesti, pratiche sessuali degradanti o indesiderate nel contesto della coppia, violenze sessuali «punitive» contro chi si identifica come omosessuale.  Scrive un utente: «Ho subito quattro stupri: il primo a 8 anni, il secondo a 16, il terzo a 18 e mezzo per punirmi di essere gay, l’ultimo a 21». E un altro utente: «Avevo 10 o 11 anni. Non mi hanno creduto quando l’ho raccontato. Questa cosa ha in parte fatto impazzire la mia famiglia, ritardato il mio coming out per non so quanti anni. Mi ci è voluto moltissimo tempo per poterne riparlare».

Quali lezioni possiamo trarre da tutto questo? Primo, occorre rifuggire la narrazione dominante in virtù della quale la violenza visibile, quella sotto i riflettori, sarebbe solo quella subìta da gente in vista, da protagonisti del mondo dello spettacolo, di quello accademico o della politica. #MeTooGay ci mostra che non esistono solo Harvey Weinstein, Dominique Strauss-Kahn, Christophe Ruggia e Gabriel Matzneff e che vi sono anche le migliaia di Guillaume T., corpi violati all’interno di quella stessa comunità Lgbt+ che, forse solo in un mondo ideale, dovrebbe invece assicurare conforto, solidarietà e accoglienza. Ed era così già prima che arrivasse l’hashtag #MeTooGay. Secondo, la storia di Guillaume T. illustra chiaramente che la liberazione della parola della violenza, che #MeToo ha scatenato, non riguarda soltanto il genere femminile, giacché esistono intersezioni tra potere, violenza e subordinazione che si svolgono al di fuori del rapporto uomo-donna. In effetti, la violenza cui #MeToo ha dato voce da qualche anno a questa parte non solo è molto più diffusa e tentacolare di quanto siamo solitamente portati a pensare, ma riguarda più relazioni di potere e di subordinazione che rapporti di genere. La rapida diffusione dell’hashtag #MeTooGay nei giorni immediatamente successivi alla denuncia di Guillaume T. non deve ingannare, giacché la violenza esiste, ed è sempre esistita, non solo contro persone appartenenti alla cosiddetta comunità Lgbt+, ma anche all’interno di quella stessa comunità. La terza lezione, infine, è che occorre rifuggire la spregevole narrazione secondo la quale le vittime sarebbero sempre complici della stessa violenza che si sono preoccupate di denunciare. È infatti molto diffusa la tendenza a pensare che ogni minima esitazione o minimo ritardo nel denunciare il sopruso renda la vittima poco credibile, andando a costituire un’agevole esimente a discarico dell’autore. Questa narrazione deriva dalla falsa colpa che il sistema oppressivo infonde nelle vittime di violenza, inducendole a pensare che quanto subiscono sia in qualche modo causato da un loro comportamento. Corpi violati, dunque, ma anche corpi che questa narrazione tossica rimette al loro posto, ricacciandoli nell’ombra e nel silenzio dell’oppressione.

Così, capire #MeToo, con o senza la desinenza Lgbt+, significa essenzialmente riconfigurare il discorso sui comportamenti sessuali e, nello specifico, liberare una parola rimasta per troppo tempo sommersa, raccontando l’esperienza della propria soggettività a proposito delle violenze sessuali subite e, per un gomitolo di concause, taciute. Si tratta di una forma di co-partecipazione, della parola della violenza che, anche alla luce di quanto accaduto a Guillaume T, diventa sempre più indispensabile e doverosa.