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Sulle orme di Lincoln

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Più si legge il discorso inaugurale di Joe Biden del 20 gennaio scorso più si sente il soffio di Abraham Lincoln. Molti commentatori hanno scritto che Biden ha pronunciato un discorso senza retorica, quasi sommesso, senza grandi aperture. Vero. Biden non ha l’abilità di Lincoln nel sollevare passioni e per di più, per tradizione e carattere, ama tenere un profilo basso; ma l’assorto, pensoso meditare sulla nazione, quell’espressione dolorosa e realista, «la democrazia è fragile», che egli ha usato, il richiamo all’errore drammatico dell’inimicizia che regna nel Paese per cui ogni avversario è un nemico, tutto ci riporta a Lincoln, il presidente che aveva una visione quasi mistica  dell’unità della nazione e che dovette combattere la più tremenda delle guerre civili per difenderla.

Esattamente come Lincoln Biden trova nelle istituzioni, nei documenti fondativi, la Dichiarazione di indipendenza e la Costituzione, la pietra su cui rifondare l’unità e da quei documenti trae il centro attorno a cui tutto ruota, We, the people of the United States – Noi, il popolo. Un noi ripetuto più volte che significa unità e Biden cita Sant’Agostino per dirci cos'è il popolo, «una moltitudine definita dai comuni oggetti del loro amore». Tuttavia, l’unità è «la cosa più elusiva» in una democrazia, un compito mai terminato: «c’è molto da riparare, da risanare, da costruire», un compito duro. Ed è ancora Lincoln a mostrare la strada. Lincoln, ricorda il neopresidente, mentre combatteva per difendere l’unità contro i secessionisti del Sud firmava il 1o gennaio 1863 l’Emancipation proclamation con cui liberava gli schiavi aprendo la strada a un allargarsi del noi. Sono i better angels, gli angeli migliori che sono in noi, un’altra citazione da Lincoln, che in quella come in tante altre occasioni hanno salvato gli americani. Il parallelo non è retorica, ma ossatura, struttura di un’unità mai garantita, al pari della democrazia, perché, dice Biden, «la nostra storia è stata una continua lotta fra l’ideale americano per cui siamo tutti nati uguali e la realtà violenta del razzismo, del nativismo, della paura, della demonizzazione che ci ha smembrato». E questa lotta non può per lui che avere un nome, quello di Martin Luther King, che proprio a Washington parlò del suo «sogno», e una speranza «il giuramento della prima donna eletta a un ufficio nazionale, Kamala Harris».

Non si parla di Dio nel discorso di Biden, se non per qualche espressione tralatizia presente in ogni discorso politico americano «una nazione sotto Dio», «Dio benedica l’America e protegga le nostre truppe». Non se ne parla neppure nei documenti fondativi degli Stati Uniti o, meglio, non si parla di un Dio cristiano. La Dichiarazione di indipendenza menziona un Dio della natura, una classica espressione deista propria dell’Illuminismo settecentesco, e nella Costituzione se ne parla indirettamente e in modo negativo per vietare che ai pubblici ufficiali venga imposto un giuramento religioso come era uso fare. Eppure Biden pronuncia un discorso che pare quasi una geremiade puritana, il sermone solenne, come ci ha insegnato lo storico Sacvan Bercovitch, con cui nel New England seicentesco in tempo di crisi o di pericolo i pastori spingevano la loro congregazione al pentimento e al ritorno ai valori originari del cristianesimo per riconciliarsi con Dio ed evitarne la punizione.

Allo stesso modo Biden inizia descrivendo il male che si è insinuato nella società e la corrode dividendola, l’inimicizia, che si può vincere con un eroico ritorno alle origini, il «noi» della Costituzione. E una continua geremiade, una ricerca delle origini costituzionali e valoriali della nazione a cui rifarsi per garantirla in tempi di tempesta, è anche l’intera opera di Lincoln presidente.

Biden è cattolico e Lincoln lottò tutta la vita contro la sua dura educazione calvinista; ma entrambi nel loro agire pubblico vanno oltre dogmi e valori perché del cristianesimo tengono il principio che può accomunare tutti, l’amicizia che porta all’unità. Non è un caso che Biden nel citare Sant’Agostino lo definisca «un santo della mia Chiesa», non il santo che deve essere tale per tutti, perché santi nel senso cattolico non ce ne sono per la grandissima maggioranza dei protestanti e di santi non si parla per ebrei e musulmani e per chi non è religioso. Così facendo da un lato preserva intatta, senza abdicazioni, quella che per lui è la santità di Sant’Agostino, dall'altro lo propone come un grande esempio, laicamente potrebbe dirsi. Biden salvaguarda la propria fede, di cui ha una visione chiara e priva di dubbi, senza imporla ad altri e avanza, in un momento di grave pericolo per gli Stati Uniti, l’unico articolo di fede su cui tutti possono convergere, l’amicizia come comune amore che da una moltitudine fa nascere un popolo.

Il parallelo con Lincoln, la Guerra civile e la schiavitù che percorre l’intero discorso di Biden potrebbe sembrare eccessivo, forzato perché lo scontro è aspro fra le fazioni nell’America odierna; ma è altra cosa rispetto a quanto avvenne nei decenni che portarono alla Guerra civile del 1861. Vero, però mai come ora dalla crisi economica del 1929 immediatamente seguita dal crollo del sistema politico internazionale negli anni Trenta gli Stati Uniti si trovano a non capire il proprio ruolo nel mondo e a non riuscire a gestire una crisi culturale profonda e radicale, la crisi dei sei decenni come amo definirla, che si è venuta incancrenendo dagli anni Sessanta del Novecento e ha portato a quell’inimicizia contro cui è diretto l’intero discorso di Biden. Un discorso preoccupato e pensosamente patriottico, non nazionalista, del tutto americano, interno a una cultura in cui discorso civile e discorso religioso si intrecciano e cercano non solo di bilanciarsi, ma di creare fra loro e anche ognuno al proprio interno una concordia discors, l’unica possibile in un paese multicefalo e agonista. Potrebbe essere un fragile messaggio nella bottiglia gettato in mare da un naufrago. Potrebbe essere un nuovo inizio.

Nulla di tremendo, infatti, è successo durante la cerimonia del giuramento. I suprematisti, le milizie, i seguaci della cospiratoria QAnon che avevano promesso di marciare ancora sul Campidoglio non si sono visti e i 25.000 della Guardia nazionale chiamati nella capitale per bloccarli hanno dovuto combattere soltanto contro il freddo. La barriera alta quasi tre metri con tanto di filo spinato in cima stesa tutt’attorno al Campidoglio per impedire un nuovo assalto è stata immediatamente smontata. Donald Trump se ne è andato senza drammi, con un breve discorso di autoelogio davanti ad alcune centinaia di seguaci la cui ribellione è consistita nel non mettere la mascherina. Ma 74.000.000 di americani lo hanno votato strappando dieci seggi ai democratici nella Camera dei Rappresentanti, mantenendo cinquanta senatori ed evitando che un’onda democratica investisse gli Stati.

Quanti di loro si sono riconosciuti nel discorso di Biden? Il discorso di un presidente illegittimo dal momento che le elezioni sono state truccate attraverso il voto postale le cui norme sono appositamente lasche e contraddittorie per essere interpretate a piacere da membri di partito e funzionari compiacenti e attraverso le macchine per il voto della Dominion voting systems modificate di nascosto per assegnare ai democratici il 5% di voti in più.

E come può Biden parlare di Lincoln visto che la dominante ala radicale del suo partito diventata campione della cancel culture ha plaudito alla rimozione della statua del Liberatore dalla Park Square di Boston in quanto ritenuta razzista perché mostra un afroamericano seminudo inginocchiato ai piedi di Lincoln che lo guarda con aria paterna, anzi, paternalista? E con quella di Lincoln quante altre statue sono state vandalizzate e tolte nel giubilo di tutti i liberal a partire da quelle degli eroi sudisti della Guerra civile, fra gli altri il grande Robert E. Lee e Nathan Bedford Forrest mitico comandante di cavalleria che dopo la guerra divenne l’icona della «causa perduta», del martirio sudista. Non si riapre così la ferita della Guerra civile che due guerre mondiali per difendere la democrazia combattute da tutti gli americani assieme avevano sanato?

E come si può parlare di un razzismo congenito, di un suprematismo bianco rampante nel paese che dopo aver liberato gli schiavi diede loro cittadinanza e voto e che negli anni Sessanta mise fine alla segregazione e alla discriminazione e ha fatto nascere una ricca, potente classe media nera? E come si può nascondere l’aumento delle tasse, la crescita della burocrazia, la limitazione della libertà personale che i democratici perseguono? Una vera persecuzione di cui la chiusura dell’account Twitter di Trump e di migliaia di altri patrioti non è che la punta dell’iceberg.

E le coperture sanitarie date agli immigrati e le politiche a favore delle minoranze etniche contro gli americani bianchi? E la distruzione del cristianesimo portata avanti dai «secular humanists» progressisti? E l’invasione del Campidoglio non è stato il popolo che si è riappropriato di casa sua contro la corruzione dell’establishment? Si, chi era entrato nel sacro tempio della nazione diceva con tranquillità: «Sono a casa mia» e aveva ragione. Non vorrei cadere nella definizione di «deplorevoli» di Hillary Clinton, non voglio scandalizzarmi davanti alla Vandea, non vorrei condannare nessuno dall’alto della mia superiore coscienza e scienza perché tanta è la storia nel controracconto che non può accettare il discorso di Biden. Se tocca a Biden - che abbia buon vento - portare avanti la battaglia contro le fragilità della democrazia, agli studiosi tocca meditare in modo tanto pensoso e doloroso quanto quello di Lincoln sulla storia degli Stati Uniti e sul loro presente.