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Il diffondersi della «gig economy» nelle società digitali
Si torna al cottimo?
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È ormai qualche tempo che si discute di come la nuova rivoluzione tecnologica abbia cambiato e stia cambiando radicalmente e profondamente le nostre vite e il nostro modo di lavorare, di trascorrere il tempo libero, di tenere le nostre relazioni sociali. Il progresso tecnologico ha certamente prodotto una società più ricca e avanzata, ma allo stesso tempo sta riorganizzando continuamente le possibilità di redistribuzione e i nuovi assetti tra «vincitori e perdenti», tra inclusi ed esclusi, favorendo principalmente quelli con il più alto livello di istruzione e formazione, con competenze gestionali, legate alla finanza e ai sistemi informatizzati e tecnologici.

Oggi con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale disponiamo delle cosiddette smart machines, macchine intelligenti che risolvono problemi meglio della maggior parte degli esseri umani: battono a scacchi i campioni, producono diagnosi mediche corrette, sostituiscono i guidatori. Nella digital economy le nuove tecnologie consentono la nascita di piattaforme dove domanda e offerta si incontrano riducendo drasticamente le intermediazioni e facendo scomparire figure professionali considerate ormai obsolete. Si diffonde quella che gergalmente viene definita la «gig economy» (dall’inglese lavoretto, compito o lavoro temporaneo e occasionale), ovvero un insieme di relazioni economiche dove le prestazioni lavorative continuative tendono a diminuire e dove sempre più si lavora on demand: Airbnb, Uber, Deliveroo, Foodora, ecc. sono tutti esempi di lavoratori coinvolti in questo nuovo tipo di economia.

Il «Guardian» nei mesi scorsi ha dedicato una lunga serie di articoli sul tema delle trasformazioni del lavoro in Gran Bretagna a seguito dello sviluppo delle nuove tecnologie e dei nuovi macchinari smart, mettendo in luce la precarizzazione del lavoro, la mancanza di tutele per quelli che paiono essere lavoratori autonomi e non dipendenti.

Piattaforme come Deliveroo hanno deciso di pagare un tanto a consegna piuttosto che stabilire una paga oraria. Oltre a ciò, chi lavora in questi settori non è tutelato per quanto concerne la malattia, non ha diritto a vacanze, congedi familiari; non usufruisce di contributi pensionistici.

Proprio sui temi della rappresentanza dei lavoratori occupati in queste nuove forme occupazionali si è aperto un importante dibattito e conflitto di interessi la cui risoluzione sarà fondamentale per comprendere se le società occidentali contemporanee si muoveranno definitivamente verso nuove ed esasperate forme di disuguaglianza sociale o se si creeranno nuove forme di tutela e di rappresentanza degli interessi di questi lavoratori. In Gran Bretagna stanno diffondendosi azioni micro collettive per rivendicare diritti e doveri delle piattaforme nei confronti dei lavoratori: a Londra diciannove autisti Uber hanno fatto causa a Uber sostenendo che le condizioni e i termini di impiego non possono equipararli a lavoratori autonomi e che quindi hanno diritto a contributi per pensione, malattia, vacanze e tutto il resto.

L’esito di queste lotte sarà fondamentale per garantire condizioni di lavoro adeguate a chi svolge queste attività non in modo episodico e occasionale ma in maniera continuativa e stabile. Sotto il grande ombrello della sharing economy si nascondono grandi contraddizioni, innovazione e sfruttamento, sostenibilità e precariato. Conoscere e comprendere le profonde trasformazioni che stiamo vivendo è il primo passo per non subirle passivamente e per creare strumenti normativi nuovi, regole e modelli che certo non possono essere più quelli della società industriale.

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