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Un partito in franchise
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Quanto era possibile dire sulle regionali e sul loro valore previsivo – sulle indicazioni che è possibile trarne per i futuri sviluppi del nostro sistema politico e soprattutto su quelle che sarebbe sbagliato voler leggere in esse – è già stato detto nei migliori commenti sui giornali di ieri: segnalo soprattutto D’Alimonte, Palmerini e Ricolfi sul «Sole - 24 ore», Orsina sulla «Stampa», Diamanti e Folli su «Repubblica», Calise sul «Mattino». Sempre con riferimento ai futuri sviluppi del sistema politico e avendo in mente i risultati delle regionali, mi limito a un solo problema, il rapporto tra partito (o schieramento) nazionale e partiti (o schieramenti) locali, quelli che si confrontano nelle elezioni comunali o regionali. E per fortuna che non ci sono più quelle provinciali.

Ovviamente, a parità di condizioni, in sistemi elettorali maggioritari perde il partito o lo schieramento che si presenta diviso rispetto a quello che si presenta unito: bastava ascoltare ieri sera i penosi arzigogoli in contrario di Cofferati nella trasmissione di Formigli su La7 – nessun rammarico per aver fatto perdere il Pd in Liguria – per convincersi di questa regola elementare. Lo schieramento di centrodestra parte oggi profondamente diviso e non si vede ancora sotto quale bandiera potrà unirsi in tempo per le elezioni del 2018. L’unica componente in crescita è quella xenofoba e antieuropea, la Lega di Salvini; le altre (da quanto resta in Forza Italia, a Fitto, ai “renziani”, al governo e fuori) per ora non hanno un leader unificante ed elettoralmente affascinante. Insomma, non esiste uno straccio di leader, come premessa a uno straccio di partito, e temo che questa situazione durerà a lungo: persino Brunetta, il più incattivito contro il patto del Nazareno, non credo sia disposto a mettersi con (o meglio, sotto) Salvini. I problemi dell’area di centrodestra sono dunque più gravi di quelli del centrosinistra e non consentono di discutere il problema che volevo affrontare –i rapporti tra centro e periferia del partito. Questi presuppongono che un partito con un centro e una periferia esista, e ciò ormai è vero solo per il Pd.

Da molto tempo ormai il Pd ha smesso di essere una “ditta” unificata e organizzata gerarchicamente. Specie nel Mezzogiorno, ma anche in altre regioni, i rapporti tra le élite politiche locali e la direzione nazionale non sono più alimentati da quello spirito di appartenenza, condivisione ideologica, fitto interscambio che ancora li sosteneva durante la Prima Repubblica: i ceti dirigenti locali sono stati lasciati soli nelle giravolte del partito a livello nazionale e il riferimento alla ditta da tempo è visto come una franchise da adottare se e nella misura in cui si rivela conveniente. Sottolineo: tutto ciò assai prima dell’avvento di Renzi. Probabilmente Renzi ha reso la franchise –il riferimento alla ditta – più allettante per i “negozi” locali, nella misura in cui inanellava successi a livello nazionale, ma certo non è stato in grado di stabilire e controllare quei vincoli, quelle obbligazioni reciproche, secondo cui una franchise viene concessa ed esercitata, vincoli di linea politica, di legalità o altro. La storia recente aveva contribuito a una forte eterogeneità di linea politica e di qualità/onestà amministrativa delle dirigenze locali –inevitabile in un Paese “così lungo”, come l’ha definito Giorgio Ruffolo – una eterogeneità a malapena sotto controllo ai tempi lontani e gloriosi del partito-ditta, tenuto insieme da un tenace cemento ideologico. E soprattutto aveva contribuito alla formazione di dirigenze locali il cui potere è solo in parte dovuto alla gloriosa franchise di cui si fregiano, in parte maggiore alla loro spregiudicatezza e capacità di iniziativa.

Questa è la situazione che Renzi ha trovato e sulla quale non ha avuto il tempo, il modo o la voglia di intervenire. Dovrà farlo, ovviamente, se vuole tenere sotto controllo dissidenze ideologiche locali o “caciccati” che possono compromettere il buon nome del partito. Ma è un lavoro molto difficile, cui dovrà dedicare alcune delle migliori risorse che ha a disposizione: notava giustamente Calise che “nessuno può impedire, in una elezione locale, la formazione di liste scissioniste. Lo ha fatto Cofferati. Lo avrebbe probabilmente fatto anche De Luca se gli avessero negato la candidatura. E oggi brinderebbe Caldoro”. Siccome nel nostro “Paese lungo” nessuna situazione locale è uguale a un’altra e rigidi rapporti di subordinazione sono impossibili in assenza di una ideologia ferrea – anzi, in presenza di un vivace dibattito ideologico – l’unica soluzione è quella di definire bene e controllare continuamente i termini del contratto di franchise, in modo che entrambi i contraenti siano soddisfatti. I dirigenti locali devono essere convinti che il marchio che gli è stato concesso è un marchio vincente a livello nazionale, e gli conviene adottarlo. E la direzione nazionale deve garantirsi che la varianza nella qualità e nella linea delle dirigenze locali non comprometta la linea politica generale che sta perseguendo. Questo esige regole contrattuali chiare e un continuo interscambio tra i due livelli dei gruppi dirigenti.

Molto più semplice a dirsi che a farsi.

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