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Natura e capitalismo
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Come subito indicano titolo e sottotitolo, il libro curato da Pierluigi Ciocca e Ignazio Musu (Natura e capitalismo. Un conflitto da evitare, Luiss University Press, 2014) prende la questione ambientale molto alla lontana. La ferita che lo sviluppo economico infligge ogni giorno all’ambiente è una delle tre «i» che viziano la crescita capitalistica: l’inquinamento che si aggiunge all’instabilità e all’iniquità, secondo l’efficace sintesi con cui Ciocca conclude un affascinante excursus nella storia dello sviluppo economico e delle idee attorno ad esso. Non esploro la vastità del tema e mi limito a qualche osservazione sulla questione ambientale.

Nella maggior parte dei saggi emerge un’opinione condivisa: non abbiamo un altro pianeta e non è in vista un altro modello organizzativo dell’attività economica. Dobbiamo salvare il pianeta e quindi aggiustare il modello economico per evitare che lo distrugga; oltre che per ovviare agli inconvenienti delle altre due «i». L’utopia del radicale cambiamento di modello non regge all’esame attento alla complessità dell’economia e della società. Del resto, vale ricordare che il grande economista Alfred Marshall pose in epigrafe al suo trattato (1890) l’antico detto Natura non facit saltum: ma non era un trattato di scienze naturali, era il fondamentale

Principi di economia. Instabilità, iniquità, inquinamento: inesorabilmente crescenti? Ciocca pone ben chiara la gravità delle tre «i»: «il sistema è iniquo, instabile, inquinante. Lo è, per di più, in misura forse crescente, certo non decrescente» (p. 35). E quindi c’è il rischio di una «implosione del sistema» (p. 36). Non escluderei che invece l’uno o l’altro dei «punti di debolezza» sia in diminuzione. C’è spazio per opinioni diverse a seconda dell’arco temporale che si sceglie. Nella seconda metà del secolo scorso è stata prevalente l’opinione che l’instabilità fosse in calo, grazie soprattutto al ruolo stabilizzante della spesa pubblica e dei sistemi di Welfare, cresciuti proprio come risposta alla grande crisi degli anni Trenta; poi, nel periodo a cavallo di fine secolo, abbiamo visto un ritorno di instabilità oltre ogni aspettativa, anche se spesa pubblica e sistemi di Welfare ne hanno attenuato l’impatto sociale; ora si sta costruendo con fatica la regolazione internazionale della finanza, proprio come risposta alla nuova esperienza di instabilità. Quindi il giudizio sulla tendenza all’instabilità del sistema è diverso se lo formuliamo sull’arco di due secoli o di un secolo o di mezzo secolo, e come si porrà ai nostri nipoti non è dato di dire; ancor meno univoca la conclusione se consideriamo l’instabilità non del Pil ma del reddito netto delle famiglie; e così via.

Sulle tendenze della disuguaglianza (iniquità) non mi sento in grado di sintetizzare l’intenso dibattito in corso tra gli studiosi, salvo dire che anche qui sono decisivi l’arco temporale e la scelta dell’area di riferimento (disuguaglianza tra Paesi, entro un Paese, tra regioni e tra gruppi sociali). Anche riguardo all’ambiente, dove pure si tratta di grandezze fisiche più facilmente definibili ed estrapolabili rispetto a quelle sociali, c’è varietà di situazioni.

Indubbiamente la concentrazione degli inquinanti che minacciavano la salute nelle grandi aree metropolitane del mondo ricco (ossidi di zolfo e di azoto, ammoniaca) è fortemente diminuita negli ultimi decenni, mentre resta aperta la battaglia per ridurre altri inquinanti, come il particolato; la situazione è molto grave invece nei conglomerati urbani dei Paesi in forte crescita. A livello globale sembra che risultati positivi siano stati ottenuti nel ridurre il pericoloso «buco dell’ozono», mentre la concentrazione atmosferica dei gas serra che stanno all’origine del cambiamento climatico (e gli autori del libro, Musu e soprattutto Termini, se ne occupano ampiamente) è ancora in crescita con una velocità che non accenna a diminuire (salvo che per il metano).

[…]

Riproduciamo qui l'incipit del "macinalibro" di Pippo Ranci pubblicato sul “Mulino” n. 3/14, pp. 511-514.

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