Rivista il mulino

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A che gioco giochiamo?

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L’ultimo Premio Nobel all’economia, attribuito ad Alvin Roth e Lloyd Shapley, ci ha ricordato l’importanza della “teoria dei giochi” per risolvere problemi per i quali il mercato è inadeguato. La “teoria dei giochi” aveva già avuto un Premio Nobel con John Nash nel 1994; ma i problemi cui Nash dava soluzione sono opposti a quelli di cui si sono occupati Roth e Shapley; e nessuno ha sottolineato perché tutto ciò sia rilevante oggi, con riferimento alla crisi dell’eurozona. La crisi odierna non avrà soluzione positiva, per tutti e per ciascuno, finché non decidiamo (i cittadini che hanno in tasca l’euro e i loro diciassette governi) quale sia il “gioco” che dal 1° gennaio 1999 vede impegnati i Paesi membri dell’Unione monetaria europea. Ma andiamo con ordine.

Una volta riconosciuto che ci sono problemi importanti che non possono essere risolti dal mercato – per quanto “buono” esso sia, cioè efficiente e stabile e quindi sempre in grado di fare il “prezzo giusto” di ogni cosa – matematici ed economisti hanno approfondito un appropriato ramo di teoria che aiuta a capire e risolvere in altro modo quei problemi. I “giochi” in questione sono appunto i modelli in grado di spiegare come interagiscono i soggetti interessati e come possono raggiungere soluzioni di equilibrio, cioè di comune vantaggio. Nash è diventato ed è tuttora famoso per i cosiddetti giochi non-cooperativi, come il "dilemma del prigioniero". L’esempio è notissimo: un poliziotto arresta due sospettati di essere ladri, li isola in modo che non possano mettersi d’accordo, e poi li induce a confessare chi dei due è il ladro. La soluzione che si ottiene è la peggiore per tutti: quella in cui anche l’onesto mente.

I “giochi” di cui si sono occupati i due premiati quest’anno (diciotto anni dopo il premio a Nash, e in piena crisi dell’eurozona) sono di tipo opposto: la soluzione ottimale di un "gioco cooperativo” è quella in cui i reni donati vanno a chi è più compatibile; in cui si soddisfano le preferenze sia degli studenti sia delle università che li accolgono; in cui si producono buoni matrimoni. Domanda: la crisi dell’euro (e le sue conseguenze) da quale delle due teorie è meglio spiegata?

Nel luglio scorso, l’ufficio studi di Bank of America, Merrill Lynch, ha pubblicato un ampio studio da cui, applicando Nash, risultava ovvio che la Grecia (ma lo stesso discorso si può fare per altri Paesi dell’eurozona - Italia compresa? -) avrebbe avuto interesse, dopo essersi indebitata per anni a tassi tedeschi e non potendolo più fare, a uscire dall’Unione monetaria. In altre parole, se il “gioco” è un gioco a “guardie e ladri”, dove i tedeschi sono le guardie e noi siamo i ladri; conviene rubare, e poi scappare!

Il risultato è quasi banale e non era neppure necessario scomodare matematici tanto raffinati per arrivare a quella conclusione. Diciamo che se l’Unione monetaria non è un “gioco cooperativo”, prima termina e meglio è. Ogni nuova analisi pubblicata in questi ultimi due anni, continua infatti a rivedere verso l’alto sia i nostri costi per rimanere nell’euro, sia i costi di una nostra uscita. Come in un matrimonio sbagliato: i costi della convivenza e i costi del divorzio continuano ad aumentare. Unica vera alternativa: riscoprire le convenienze dei giochi cooperativi, alla Roth – Shapley; correggere gli errori commessi; ricostruire una diversa e migliore Unione monetaria, rispetto a quella di cui in questi ultimi anni troppi Paesi stanno vedendo più i costi che i benefici. Il messaggio che da luglio viene da Francoforte è che la Bce può darci il tempo necessario a tal fine: a questo serve la sua liquidità, che non è mai strumento di guerra, come lo sarebbe il bazooka che tanti auspicano, senza capire che le armi d’assalto non producono mai…buone unioni!