Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Un discorso di inizio anno
rubrica
  • la nota

Quando a scuola, da bambini, si cominciavano a conoscere i primi principi dell’ordinamento costituzionale, ci si convinceva presto che l’Italia era un Paese dove il Presidente della Repubblica poteva fare e decidere poco. Si formava così l’idea che da noi, a differenza di quanto accadeva altrove, il Presidente ricoprisse una carica poco più che simbolica. Un’idea ancora oggi presente in molti italiani adulti.

In realtà le diverse presidenze nella storia della nostra Repubblica hanno messo in luce come la prima carica dello Stato sia determinante anche per gli equilibri politici, pur se con molte varianti e diverse interpretazioni di ruolo di settennato in settennato. I discorsi di fine anno con cui i diversi Presidenti si sono rivolti ai cittadini sono assai significativi: rileggerli, ascoltarli e, quando possibile, riguardarli nei filmati Rai aiuta a comprendere l’evoluzione stessa del ruolo del Capo dello Stato, che procede di pari passo con i cambiamenti che si sono succeduti, a velocità anche molto diverse tra loro, in più di sessant’anni di storia repubblicana. Si chiamano “discorsi di fine anno”. Anche quello pronunciato sabato sera da Giorgio Napolitano non fa eccezione e, già disponibile sul sito della presidenza della Repubblica, ha questo titolo. Eppure, per molti versi, va letto più che altro sotto forma di discorso d'inizio anno, rivolto com’è a quanto, e tanto, il Paese dovrà fare in questo 2012 appena iniziato. Nelle parole di Napolitano la retorica svolge la sua funzione solo per rendere più incisivi i principi fondanti dell’azione istituzionale e politica di questa presidenza. Le interpretazioni violente venute dal solito schieramento, che del suo becero antinazionalismo continua a fare bandiera, meriterebbero di essere ignorate. Se non fosse per la palese piena appartenenza della Lega alla classe politica italiana, e non certo padana, di governo nazionale sino all’altro ieri, con ben scarsa identità peraltro; di opposizione giacobina oggi, tanto da mettere i panni un tempo indossati dai partiti di ispirazione comunista che si ergevano a difensori del lavoro e dei lavoratori. Giorgio Napolitano ha toccato tutte le questioni centrali, intorno alle quali si giocherà la buona riuscita del futuro del Paese. Ha sottolineato con franchezza per nulla retorica quelli che ha voluto definire “i limiti del nostro vivere civile”, ricordando ad esempio l’emergenza carceraria, il gravissimo e sempre più drammatico nelle sue conseguenze dissesto idrogeologico, la questione non più procastinabile della cittadinanza per i figli di immigrati, “che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare”. Ha sottolineato con durezza come sia indispensabile rivedere i nostri parametri, in un’Europa che rischia ogni giorno di essere sempre più marginale, ma che al tempo stesso non può contare ancora qualcosa in un mondo radicalmente diverso nei suoi equilibri se non sempre più unita. In questo il ruolo dell’Italia potrà tornare a essere importante e non gregario. Ha ricordato, già nella prima parte del suo intervento, la gravità della situazione per quanto riguarda la criminalità diffusa e organizzata, l’elevata corruzione, l’evasione fiscale. Tre punti che non potranno restare senza soluzioni almeno avviate, pena il rischio di una progressiva e fatale perdita di fiducia. Non potrà infatti esserci fiducia in un’Italia che “può e deve farcela” senza una ripresa lenta ma continua della fiducia reciproca tra le diverse componenti della società e tra gli stessi cittadini. Senza un ritorno a quella fiducia implicita alla base di ogni società avanzata per persone che non si conoscono e che invece costituiscono, ben al di là della nostra ristretta cerchia di amici e familiari, l’intera società. In un rapporto dinamico e ovviamente essenziale alla vita stessa dello Stato tra contribuenti e beneficiari, passati, presenti e futuri. Solo così, appunto, la nostra società potrà “uscirne più severa e più giusta, più dinamica, moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa.”. E’ davvero un augurio importante per tutti. Ma soprattutto è un impegno per il lavoro che dovrà svolgere la politica in questo nuovo e difficile anno bisestile. Guardando molto al di là delle emergenze e reimpostando da capo il rapporto con i cittadini elettori. Avviando finalmente una modernizzazione socialmente responsabile. E, per l’appunto al di là dello stato emergenziale, spostando il dibattito pubblico da una discussione basata esclusivamente su parametri economici. Buon anno nuovo.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI