Anticipiamo un brano tratto dal capitolo di Roberto Escobar («Le parole e la peste. Cronaca della nostra indifferenza e delle nostre paure»), pubblicato nel volume L'Europa allo specchio.

Il più certo dei sentimenti politici. Dato il loro flusso che sembra inarrestabile – che come inarrestabile è raccontato dalle televisioni, sui giornali, in rete , dato questo flusso, si può comprendere che nell’immaginario diffuso accogliere i profughi, e in genere i poveri che migrano, paia impossibile, non solo difficile. Ma nelle coscienze di molti c’è qualcosa di più radicale, qualcosa che va oltre questa convinzione all’apparenza ancora ragionevole. Ben più sorprendente è che uomini e donne che non sono «certamente di quelli che vogliono il male per il male», come direbbe il Manzoni della Storia della colonna infame, non solo si rifiutino di guardare il dolore, di sentirlo, ma addirittura chiedano o comunque accettino che a questo dolore una politica crudele ne aggiunga altro. Come può accadere che si infierisca in buona coscienza, o in buona coscienza si lasci infierire, pronti a ripagare la crudeltà con il voto? Come può accadere che la peste dell’indifferenza e dell’odio abbia contagiato e contagi un intero continente, accumulando morte morale, e spesso materiale?, in uscita al Mulino.

Far tacere le emozioni non è facile. Non è facile resistere al moto spontaneo che ci spinge verso l’altro di cui vediamo il pianto, si tratti di partecipazione simpatetica (rappresentazione a noi stessi del dolore che sarebbe nostro se stessimo al suo posto, entrando in lui «as it were into his body», come se fosse dentro il suo corpo, scrive Adam Smith) o di empatia (partecipazione immediata al suo dolore, sofferto come lui lo soffre proprio nel suo corpo) o di compassione cristiana (partecipazione al suo dolore in quanto fratelli in Dio, e per l’amore di Dio). Lo si intenda come si preferisce, occorre domandarsi come si riesca a bloccarlo, quel moto, e come si riesca a capovolgerlo in crudeltà, persecuzione, fanatismo.

Questa domanda cruciale, decisiva, si legge anche nella prima parte del Mein Kampf. E insieme vi si legge una risposta tanto orrida quanto realistica.

Si possono, kann man, estirpare le idee con la spada?, si interroga Adolf Hitler. Si possono, kann man, combattere le visioni del mondo con l’uso della violenza brutale? Come per la necessità di non farsi condizionare dagli occhi dei bambini, il «si possono» qui non è morale, ma tecnico: si riescono a combattere le idee con la forza? Si è in grado di annientarle con la violenza?

Di per sé, argomenta Hitler, la forza non è in grado di portare alla Vernichtung, all’annientamento di un’idea, a meno che non se ne sterminino gli esponenti, e non se ne distrugga anche la memoria. Ma questa radicalità, pur necessaria, minaccia di capovolgersi in un vantaggio per gli avversari, poiché ogni persecuzione puramente materiale, cioè senza «un presupposto spirituale, appare come moralmente non giustificata e dunque fomenta gli elementi di maggior valore di un popolo alla protesta, la quale ha come effetto un’appropriazione del contenuto ideale del movimento ingiustamente perseguitato».

Il rischio è che alcuni dei persecutori più sensibili – e i più sensibili tra i testimoni della Vernichtung – trovino occhi per le sofferenze delle vittime, arrivando a soffrire il loro dolore e ad assumerlo in sé. Spinti dalla simpatia o dall’empatia o dalla compassione, prenderebbero la parte delle vittime, facendo proprio il «contenuto ideale» della loro visione del mondo. Cioè, arrivando a vedere il loro mondo come se fosse con i loro occhi, e riconoscendoli esseri umani tra esseri umani. Con Albert Camus, che meno di due decenni dopo la pubblicazione del Mein Kampf praticherà e teorizzerà la révolte – la scelta di porre fine alla sofferenza dello schiavo, sollevandosi contro il suo padrone in un moto spontaneo e premorale che chiamerà identificazione di destini tra l’homme revolté e la vittima –, con Albert Camus, dunque, potremmo dire che i persecutori «di maggior valore» si rivolterebbero contro chi li costringesse a una tale disumanità.

Al pari dei movimenti e dei partiti – questa è la risposta di Hitler alla domanda cruciale e decisiva –, le idee e le visioni del mondo possono (können) essere distrutte «con strumenti di forza» solo se le «armi materiali siano in pari tempo esse stesse portatrici di un nuovo pensiero entusiasmante», di una nuova Weltanschauung fanatica. La forza è in grado di spezzare movimenti e idee, e di incrudelire su esseri umani, solo se porta con sé un proprio sistema di pensiero totale ed escludente, che agli occhi dei per- secutori faccia apparire giusta la persecuzione. E questo si ottiene – questo Hitler otterrà – costruendo e diffondendo una visione del mondo «entusiasmante» per la quale alcuni uomini sono Untermenschen, sottouomini, e Unmenschen, mostri, alla lettera non-uomini.

Chi decida e voglia guidare una persecuzione più o meno violenta, ma sempre definitiva, di uomini cui sia tolta la dignità di uomini, deve rinsaldare la spada con un sistema di pensiero – con un immaginario diffuso – che tolga emozione alla rappresentazione del dolore e la sterilizzi. Detto altri- menti: che induca alla insensibilità necessaria nei confronti degli occhi dei bambini, e del loro pianto. L’effetto di questa terapia «antropologica» è la sostituzione, negli spettatori resi ciechi, di ogni spinta alla solidarietà con l’odio. Cioè, con il più sicuro dei sentimenti politici, con «l’unica emozione che non vacilla», per dirla ancora con Hitler.

L'Europa allo specchio. Identità, cittadinanza, diritti curato da Francesco Cerrato e Marina Lalatta Costerbosa, sarà disponibile a partire dal 21 gennaio.