Rivista il mulino

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle

Dal numero 1/18

L’incerta scienza delle rivoluzioni

rubrica
  • Culture
tag

Alla Camera dei deputati del Regno di Francia, nel corso della seduta del 27 gennaio 1848, si discute un emendamento che invita il governo a impegnarsi per elevare la moralità delle popolazioni piuttosto che indebolirla con cattivi esempi.

A prendere la parola è Alexis de Tocqueville, che siede tra i banchi dell’opposizione costituzionale. Tocqueville comincia precisando che non ha intenzione di entrare nel merito dell’emendamento, ma che intende invece fare alcune considerazioni di carattere generale.

Dopo questa premessa, entra nel vivo del discorso più famoso della sua carriera politica, affermando che c’è «un certo qual malessere, un certo timore si è impadronito degli spiriti» e che «per la prima volta forse da sedici anni, il sentimento, l’istinto dell’instabilità, questo sentimento precursore delle rivoluzioni, che spesso le annuncia, che a volte le fa nascere, questo sentimento esiste nel Paese a un livello assai grave».

L’allusione è alla rivoluzione del luglio del 1830, che aveva portato alla cacciata di Carlo X e all’ascesa al trono di Luigi Filippo di Orleans, che per il suo orientamento liberale e la relativa informalità dei modi veniva chiamato dai parigini «il re borghese». Di quegli eventi, il venticinquenne Tocqueville era stato testimone, assistendo con altri membri della Guardia Nazionale alla partenza da Versailles delle carrozze che portavano in esilio il sovrano.

Una scena che si era impressa nella sua mente, e che rimandava a quella di un’altra fuga regale, avvenuta prima che Alexis nascesse. A differenza del fratello, Luigi XVI non era riuscito a raggiungere la sua meta. L’arresto, il processo e la condanna a morte del re avevano un posto speciale nelle memorie di famiglia dei Tocqueville.

Per difenderlo dalle accuse del tribunale rivoluzionario si era fatto avanti Lamoignon de Malesherbes, il bisnonno materno di Alexis, che pure era stato un critico severo dell’orientamento assolutista del monarca. Quel gesto sarebbe costato la vita al coraggioso aristocratico e a diversi membri della famiglia, condotti al patibolo durante il Terrore giacobino. L’infanzia di Tocqueville era stata segnata dall’ombra di quelle uccisioni.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 1/18, pp. 86-99, è acquistabile qui]