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L'impasse catalana / 3
«I ara què?»
rubrica
  • lettere internazionali

Giunti a questo livello di conflitto tra il governo spagnolo e la Generalitat catalana, che cosa può succedere e come si esce dallo stallo in cui si trovano i due fronti contrapposti del nazionalismo spagnolo e di quello catalano? Il re Filippo VI ha vestito i panni dell’incendiario, più che del pompiere, con un discorso ufficiale in cui accusava le istituzioni catalane di aver «violato sistematicamente le norme approvate legalmente e legittimamente» e di «inammissibile slealtà nei confronti dei poteri dello Stato». La scarsa o nulla capacità pacificatrice del suo discorso è dovuta alle sue omissioni, prima ancora che alle sue affermazioni. Non soltanto per la mancata condanna delle violenze poliziesche sui cittadini recatisi a votare. Il governo Rajoy ha aperto una frattura difficilmente sanabile, esasperando ulteriormente gli animi degli indipendentisti e indignando anche i catalani di opinioni più moderate.

La violenza sfogata su cittadini inermi non sarà dimenticata – molti avvocati stanno offrendo assistenza legale gratuita alle vittime – e induce allo scetticismo anche i fautori del dialogo. Tanto più che un referendum illegittimo è, ovviamente, nullo dal punto di vista degli effetti giuridici; accanirsi, con enorme dispiego di mezzi, nel sequestro di urne e nello sgombero di edifici, è una mossa difficilmente comprensibile se non con spiegazioni politiche, come quella di voler privare la controparte di una potente arma di contrattazione quale sarebbe stata una forte affluenza popolare. Tuttavia, il discorso del re risulta parziale anche, o forse soprattutto, per essersi concentrato esclusivamente sui torti giuridici e istituzionali della Generalitat e del Parlament, che pure sono innegabili. Anche il Pp ha compiuto forzature come la riforma delle competenze del Tribunal Constitucional (forte della maggioranza assoluta ottenuta alle elezioni del 2011). I nuovi poteri attribuiti alla Corte includono la sospensione immediata di autorità e funzionari pubblici e la possibilità di adottare direttamente le misure necessarie al riguardo. Se a ciò si aggiunge che il Tribunal Constitucional è nominato con procedure che lo rendono molto meno indipendente dal potere politico rispetto – per esempio – alla Corte costituzionale italiana, è facile notare come l’ordine costituzionale spagnolo non sembrerebbe affatto soddisfare l’esigenza d’imparzialità e di equilibrio super partes determinata da una crisi politica come quella catalana. Si possono dunque comprendere le rimostranze catalane riguardo ai ripetuti successi delle impugnazioni, da parte dell’esecutivo spagnolo, delle risoluzioni del Parlament. In particolare, nel 2010 il Tribunal Constitucional distruggeva parti essenziali del nuovo Statuto catalano, approvato nel 2006, negando inoltre il riconoscimento della Catalogna come nazione e la possibilità di convocare referendum sulla sua indipendenza.

Non si possono però sminuire le molteplici violazioni sul piano costituzionale da parte delle autorità catalane. A queste si aggiungono anche forzature dello stesso Statuto catalano, nell’approvazione della Llei de transitorietat che dovrebbe regolare il passaggio ordinato al nuovo regime giuridico della Repubblica Catalana. Eppure, arroccarsi nella difesa della Costituzione, quando essa non offre nessuno sbocco che non sia la semplice repressione del dissenso indipendentista, appare come una mossa per mascherare con la retorica legalista la mancanza di volontà politica di cercare un punto d’incontro. Se a ciò si aggiunge che neppure il diritto internazionale potrebbe offrire una via d’uscita, perché non si potrebbe applicare il cosiddetto diritto all’autodeterminazione (inteso a tutelare popoli che si trovano in situazioni assai diverse), allora è chiaro che con l’ausilio dei soli strumenti giuridici attualmente vigenti non potrà uscire un vincitore dallo scontro, né si potranno trovare soluzioni accettabili per entrambe le parti.

L’acclarata illegittimità del referendum del primo ottobre, affermata anche dalla Commissione europea, non lo svuota affatto di significato politico e, per chi vi ha partecipato nonostante i mezzi dispiegati per impedirlo, esso assume un ulteriore innegabile valore morale. Per martedì 10 è prevista la seduta plenaria del Parlament in cui si presenteranno ufficialmente i dati della consultazione e potrebbe essere dichiarata, unilateralmente, l’indipendenza. Nel frattempo, molti risparmiatori hanno iniziato a ritirare i loro depositi dalle banche catalane, che si stanno vedendo obbligate a spostare le loro sedi sociali in altre Comunità Autonome.

La dichiarazione unilaterale d’indipendenza potrebbe persino condurre all’occupazione militare da parte delle forze armate spagnole. Una prospettiva correlata è quella dell’attivazione dell’ormai famoso art. 155 della Costituzione spagnola da parte del Governo di Madrid, che permette a esso di prendere tutte le misure necessarie per obbligare qualsiasi Comunità Autonoma a conformarsi alla Costituzione e alle leggi statali. Ancora più temibile sarebbe un’applicazione dell’art. 116 della Costituzione, ossia una dichiarazione dello stato di emergenza, con la preoccupante possibilità della sospensione di diritti civili e politici. Intanto, è chiaro che la condotta dei leader indipendentisti è stata tale da incoraggiare aspettative irrealistiche e pericolose ed è lecito preoccuparsi per che cosa potrebbe accadere, quando queste cozzeranno con la realtà fattuale.

Dunque, la via d’uscita non potrà essere giuridica, ma solo politica; inoltre, essa sarà resa possibile solo dal dialogo all’interno dello Stato spagnolo, che porti a significativi cambiamenti politici e istituzionali. Quest’unica strada possibile, però, è anche un cammino stretto e difficile che, probabilmente, passa per la caduta del governo Rajoy. Chiave di questo eventuale cambiamento politico potrebbe solo essere la compattezza del Psoe nel denunciare l’inadeguatezza dell’esecutivo attuale e nel cercare una maggioranza alternativa, insieme al gruppo confederale guidato da Podemos. Un nuovo governo dovrebbe aprire una fase costituente, come indicato da Mauro Barberis su questa rivista, in quanto la contrattazione di maggiore autonomia nel quadro della Costituzione attuale, ormai, non sarebbe più sufficiente a smorzare le aspirazioni indipendentiste. Bisognerà invece seguire la strada di una riforma che preveda, tra l’altro, il riconoscimento della Catalogna come nazione all’interno di uno Stato spagnolo confederale. Purtroppo, però, lo stesso Psoe è internamente spaccato tra i fautori della mediazione, più vicini alla sinistra di Podemos, e una forte componente contraria alla revisione dell’ordine costituzionale, anche per questioni di radicamento territoriale in Comunità Autonome dove sarebbe difficile far accettare sostanziali cedimenti alle pretese catalane. Esprime le istanze di questa seconda corrente il Grupo Prisa, che comprende «El País», il maggiore quotidiano spagnolo, distintosi per intransigenza nell’ostilità al referendum catalano. In generale, le forze spagnole disposte al dialogo appaiono ancora deboli e isolate; è significativo che l’incontro di Saragozza del 24 settembre scorso, promosso da Podemos e con la partecipazione della sindaca di Barcellona, Ada Colau, si sia tenuto a porte chiuse per la minacciosa presenza di manifestanti di destra all’esterno della sede.

Dal lato catalano, molti chiedono una mediazione, meglio se internazionale: sembra, tra l’altro, che a tal fine si sia proposto il Governo svizzero. Dalla Spagna, come mediatore si è offerto anche il Pnv, il Partito nazionale basco. È però improbabile che in Catalogna si accetti facilmente di rinunciare a un nuovo referendum: anche buona parte dei Catalani non secessionisti desidera essere ascoltata e poter votare legittimamente. Malgrado questa soluzione sembri la più ragionevole e sia sostenuta da molti pure in Spagna, anch’essa appare estremamente difficile. Non per ragioni giuridiche: la Costituzione attuale non la permetterebbe, ma un accordo politico consentirebbe d’istituire un referendum consultivo per i soli catalani, previa modifica dell’attuale art. 92 che richiederebbe invece la partecipazione di tutti i cittadini spagnoli. Ancora una volta, le ragioni sono politiche: è difficilissimo, data la situazione dei partiti spagnoli sopra delineata, che si giunga a un accordo su un referendum che preveda la possibilità di secessione, troppo temuto dal Pp e da buona parte del Psoe. Eppure, in pochi in Catalogna, ormai, si accontenterebbero di meno.

 

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