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Bologna
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Secondo alcuni, niente, o molto poco, è rimasto oggi della Bologna che abbiamo conosciuto e vissuto dalla fine degli anni Settanta. Al di là del folclore, in realtà alcuni nodi problematici si rinnovano ciclicamente. E certi caratteri la città sembra non volerseli togliere di dosso. Tuttavia è indubbio che anche Bologna sia mutata profondamente, innanzitutto in seguito alle intense trasformazioni socio-demografiche che l’hanno segnata.

È, e sarà, una città sempre più vecchia, dove neppure l’apporto delle nuove generazioni di immigrati o il sostegno vitale degli studenti che ancora arrivano nella sua Università riescono a coprire il decadimento. Bastano pochi dati per rendersene conto. Nell’ultimo mezzo secolo Bologna ha «ceduto» alla sua provincia centomila persone. Ma più o meno nello stesso arco di tempo la sua provincia ne ha perse, nel divario tra nascite e morti, 135.000. A questo va aggiunto un saldo migratorio di 235.000 persone. Sul territorio metropolitano sono stati «perduti» 87.000 giovani. A quanto documentato dall’Ufficio statistiche del Comune, lo scenario delle classi di età nei prossimi dieci-quindici anni non sarà più confortante: è previsto un calo dei bambini nella fascia d’età tra 0 e 2 anni (-10,9% a Bologna e -18,4% in provincia), così come nei ragazzi sino ai 13 anni. Il processo di invecchiamento non rallenterà, anzi: «gli anziani tra 65 e 79 anni cresceranno del 15% e ci sarà un vero e proprio boom degli ultraottantenni».

>> Bologna e provincia: i principali dati socio-demografici 

È la Bologna del futuro che, in larga parte, non dipende dalle scelte di Bologna ma dai fatti del mondo. Nel frattempo, molto si muove. A cominciare dalla presenza di alcune realtà «virtuose» che vengono dall’iniziativa di singoli imprenditori illuminati. Nuovi spazi per la formazione di eccellenza, nuove forme di alta divulgazione culturale e scientifica. Tra queste, tre in particolare. La neonata fondazione Fashion Research Italy, voluta da Alberto Masotti, ex patron de La Perla, negli ambienti della vecchia fabbrica ora riconvertiti in un polo didattico-espositivo. L’Opificio Golinelli, «cittadella della conoscenza e della cultura», inaugurato nel 2008. Il Mast (Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia), centro polifunzionale e spazio espositivo sorto nel 2013 per volontà di Isabella Seragnoli, l’imprenditrice a capo della Gd, una delle due aziende che caratterizzano la cosiddetta «packaging valley» bolognese, settore strategico nell’economia del territorio. A fronte di una «motor valley» che non ha saputo, con l’eccezione di Ducati ora in mani tedesche, tenere il passo dell’innovazione e della concorrenza orientali. Il modello emiliano così come è stato decantato non c’è più, o almeno è molto cambiato.

Bologna può contare su realtà straordinarie e innovative, che tuttavia rischiano di rimanere non del tutto amalgamate rispetto alla quotidianità cittadina e al suo centro urbanistico. Qui è da segnalare un rinnovato interesse per l’attività di centri culturali di grande importanza, a cominciare dalla Cineteca (con Biografilm Festival e Sotto le stelle del cinema, per limitarsi a due iniziative di grande attrattività), o ad alcuni luoghi di aggregazione del mondo cattolico, primo fra tutti il Centro San Domenico. Lontanissimi gli anni della mitica collaborazione tra la giunta rossa del sindaco Dozza e la Bologna cattolica di Lercaro e Dossetti, scomparsi i protagonisti di quell’epoca – basti pensare a Luigi Pedrazzi, a Paolo Prodi, a Giuseppe Alberigo: ma resta attiva più che mai la Fondazione delle Scienze religiose nata nel ’53 da un Dossetti quarantenne – dopo una lunga parentesi conservatrice, la città può ora contare su un nuovo arcivescovo, Matteo Zuppi, che sa essere presente tanto nella città alta delle Businnes School e della Johns Hopkins quanto nella città bassa dei dormitori e delle povertà, vecchie e nuove. Un vescovo che, per dirne una, affida all’economista Stefano Zamagni il compito di studiare la possibilità di creare posti di lavoro a partire dai cinque milioni di utili della Faac, l’azienda di cancelli automatici lasciata in eredità alla Curia dal suo fondatore.

Poi, certo, Bologna è ancora in larga parte la sua Università. Che cambia anch’essa, adeguandosi alle riforme e ai riallineamenti arrivati via via negli anni da viale Trastevere. I docenti che lamentano l’abbassamento progressivo della preparazione dei ragazzi o la riduzione di tempo per la didattica e per la ricerca a vantaggio delle varie incombenze amministrative. Il tentativo di mettere in atto nuove forme di attrazione per arruolare iscritti. O i piccoli conflitti fra dipartimenti. Dopo gli sfarzi del IX centenario voluti dal rettore di allora (correva l’anno 1987) l’Alma Mater cerca di tenere alto il tono e la qualità, potendo contare su molte eccellenze e su qualche criticità.

Tante cose a Bologna sembrano non voler cambiare. Non cambia ad esempio l’eterno dibattito sul «degrado», categoria molle e pericolosissima. Alla fine tutto è degrado: i danni prodotti dai writer, lo spaccio, la puzza di orina, l’accattonaggio. Pure la povertà, in fondo, nella percezione di molti. Anche Bologna non è da meno quanto a nuovi clienti alle mense popolari, sempre più italiani. E poi piazza Verdi, la terribile.

Lontanissima la Bologna degli anni dei «biasanott» (i tiratardi dei Sessanta, felici e spensierati, senza iPhone rapinabili, loro), piazza Verdi rimane luogo di degrado per eccellenza, fuori controllo, anche senza i totem di Arnaldo Pomodoro che svettavano nelle foto in bianco e nero dei «moti» del ’77, tirati in ballo recentemente per un anniversario sotto tono. Anni di fratture decisive, mai del tutto ricomposte. A ridosso della piazza, l’altrettanto irrisolta via Petroni, la strada dell’eterno conflitto tra i residenti che reclamano «il diritto al riposo» e i giovinastri che invocano il diritto alla giovinezza. Non se ne esce. Di lì a pochi metri piazza Aldrovandi, la piazza più romana di Bologna, straordinaria nella sua apertura scenografica, teatro anch’essa di nuovi conflitti tra amministratori da un lato e residenti e commercianti dall’altro, che mettono in discussione il restyling e la nuova viabilità. Molto tempo è trascorso dalla «città bella» promossa da Pierluigi Cervellati, l’assessore che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta varò il Piano urbanistico di salvaguardia, restauro e risanamento del centro storico. Dopo decenni di battaglie per limitarne l’impoverimento sociale, oggi Cervellati è convinto che quel centro sia divenuto «un popoloso deserto». Evitiamo pure di citare Lucio Dalla – che il suo santino a Bologna è fin troppo stropicciato, ormai – ma come si vede stiamo parlando di piazze e vie che si stringono in un diametro di poche centinaia di metri. Insomma, siamo stati e siamo ancora una città di provincia.

Eppure, anche in una città che fatica a scrollarsi di dosso la propria provincialità, si possono fare scelte politiche forti e impattanti, per quanto dagli esiti non necessariamente positivi. Scelte urbanistiche, innanzitutto. Vedi, ad esempio, quelle che riguardano la zona dell’ex mercato ortofrutticolo, alla Bolognina (che anche molti non bolognesi ricorderanno per la «svolta» di Achille Occhetto). Ecco allora, dopo la realizzazione del polo degli uffici comunali (Liber Paradisus), nuovi, grandi insediamenti abitativi. Avviati, interrotti, sempre molto discussi. Una zona a ridosso della stazione centrale, dove negli ultimi tempi si è registrata la chiusura progressiva di spazi sociali liberi – o liberati, secondo i protagonisti, dalla loro inapplicabilità sociale. Luoghi di aggregazione nati per così dire dal basso, più o meno provvisori, più o meno strutturati, via via smontati un pezzo alla volta. Vedi alla voce «legalità»; vedi alla voce «sgomberi».

Tra le grandi opere molto discusse, un cenno almeno va poi a Fico – la «fabbrica contadina» che copre 100.000 metri quadrati e che vede appaiati a fianco delle istituzioni Oscar Farinetti e Coop Adriatica. Un investimento notevole, recentissimo, tutto da valutare nei suoi effetti. Oltre Fico, continua l’irresistibile ascesa della grande distribuzione: solo nel 2017 in città saranno inaugurati altri nove punti vendita.

Questo, oggi, accade a Bologna. Per non annoiare con le questioni interne al partito (qui, se si dice partito, si intende ancora una cosa sola: chissà per quanto), almeno va segnalata una certa fibrillazione in vista del dopo Renzi. Tutto da vedere che resti questo il baricentro politico anche della prossima amministrazione, dopo il doppio mandato dell’attuale sindaco. Certo, il Pd pare avvantaggiato da un M5S fiacco e da un’opposizione di centrodestra assai poco originale. Sul tavolo di chi prenderà il posto del sindaco Virginio Merola resteranno dossier delicati e fastidiosi, a cominciare dall’irrisolta questione del traffico. Aspettando il People Mover, i cinque chilometri di monorotaia veloce sopraelevata che collegheranno stazione e aeroporto, la cui gestazione ha preso un decennio, inclusi i passaggi nelle aule giudiziarie.

Delicatissima, anche perché vede l’opposizione di comitati robusti e bene informati, è la questione del Passante Nord – opera considerata «strategica» nell’economia del traffico bolognese, uno dei più pesanti e ad alto tasso di inquinamento di tutta Europa. Quel progetto è stato respinto, ma l’idea non è stata abolita, solo «spostata» un po’ più a Sud. Ora il Passante Nord si chiama Passante di mezzo ed è, ci si perdoni l’approssimazione, un allargamento, assai significativo però, del nastro autostrada-tangenziale. Molto criticato, non solo dai soliti ambientalisti-fondamentalisti, e su cui pesa la decisione di avviare (come i comitati «no Passante» chiedono) o meno (come sembrano voler fare invece i soggetti interessati, a cominciare da Autostrade SpA) uno studio epidemiologico per valutarne l’impatto in termini di salute pubblica.

C’è poi sempre il nodo della Fiera, che in mezzo a mille difficoltà fatica a riemergere e rischia di restare, nel frattempo, più che altro oggetto di scambio. I privati sembrano voler comandare senza sborsare; il Pd rivive il vecchio consociativismo senza averne la cultura. Mentre si fa sempre più vivace l’offerta culturale di intrattenimento alto. In questo Bologna non sembra troppo diversa da altri centri di medie dimensioni che anzi, in molti casi, a differenza della «dotta», hanno saputo ritagliarsi una più decisa identità festivaliera che qui fatica ad affermarsi. Nel frattempo, nonostante la chiusura nel corso degli anni di alcune librerie storiche, resta forte e visibile un fermento culturale dal basso che lascia alla città un carattere unico. La speranza è che la gentrification che ruota intorno al turismo mordi e fuggi dei voli low cost e all’inflazionatissima filiera della ristorazione, spesso senza carattere e di scarsa qualità, non diventi troppo invasiva. Come ha mostrato recentemente uno studio del Ladest dell’Università di Siena, l’economia che gira intorno agli affitti Airbnb e ai tour di un paio di giorni sembra portare benessere a chi già sta nella fascia alta dei redditi, in centri storici dove la residenza è in calo e dove le nuove piattaforme di condivisione non fanno altro che accrescere ancora la disuguaglianza tra chi guadagna moltissimo e chi quasi nulla. Bologna non fa eccezione.

 

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