Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Lo strano caso del populismo penale
rubrica
  • la nota

Mancano due giorni alle elezioni olandesi, e poco più di un mese a quelle francesi. Se si aggiornasse il Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert, dunque, conterrebbe una voce così concepita: «Populismo: tuonare contro». Con un piccolo problema, però: su una scena politica affollata di populismi, che cosa significa ancora la parola «populismo»? Che cosa indica ancora un termine che può applicarsi indifferentemente a Geert Wilders come a Marine Le Pen, a Donald Trump così come a Vladimir Putin, a Beppe Grillo o a Matteo Renzi?

Un minimo di onestà intellettuale imporrebbe di definire «populismo» secondo i seguenti estremi: «termine spregiativo usato nel XXI secolo per indicare tutti i fenomeni politici che non ci piacciono, non capiamo e/o ci fanno paura». Ad esempio: chi è il più populista del reame, il sindaco napoletano De Magistris, che cerca di togliere al leader leghista Salvini il suo sacrosanto diritto di manifestare, oppure lo stesso leader leghista, che organizza la sua adunata di camicie verdi a Fuorigrotta, dove il casino è assicurato?

Tutto consiglierebbe dunque di espellere «populismo» dal nostro vocabolario, come «strega» o «unicorno». Personalmente, farei anche un pensierino alla parola «popolo», che userei il meno possibile, e solo con una precisazione liberal-pluralista. La sovranità appartiene al popolo solo nel senso – non certo che il popolo comandi, cosa mai capitata al mondo, bensì – che nessuno comanda. Nessun autocrate, né leader democratico né unto del signore, cioè, può mai confiscare la sovranità del popolo, presentandosi come suo unico rappresentante.

L’unica eccezione che sono disposto a concedere al bando totale di «populismo» è il suo uso qualificato, seguito da un aggettivo. Penso in particolare a «populismo penale», espressione usata da penalisti e criminologi per indicare una politica del diritto penale curiosa, benché insospettabilmente diffusa: la politica della paura. Si alimentano i timori più irrazionali, eventualmente occultando le statistiche che documentano cali della criminalità, al solo fine di riscuotere consensi a buon mercato.

Facciamo l’esempio più recente: il caso del ristoratore-tabaccaio lodigiano accusato di omicidio volontario dopo aver ammazzato un ladro di sigarette. Diamo per scontato che rubare stecche di sigarette sia un’attività riprovevole, e che lo sparatore sia una brava persona, trovatosi in una situazione a cui nessuno è mai preparato. Ma perché, invece di speculare sull’episodio, televisioni, giornali e politici non ne approfittano per dire alcune semplici cose, in modo da evitare altro spargimento di sangue, e la trasformazione del Paese in western all’italiana?

L’articolo 52 del codice penale (fascista) e le successive modifiche (leghiste) autorizzano sì la legittima difesa, ma solo per difendere l’incolumità propria e altrui, e in modo proporzionato all’offesa. Se al ristoratore è partito un colpo durante una colluttazione con il ladro, allora è legittima difesa. Ma se il ristoratore avesse sparato al ladro che scappava, invece, allora sarebbe omicidio. La polizia e i giudici hanno il dovere di accertare la verità: o qualcuno può pretendere che, dinanzi a un morto, facciano finta di niente?

Infine, come mi ha insegnato mio padre carabiniere, sarebbe meglio non avere armi; se le si ha, sarebbe meglio tenerle smontate in un cassetto; se le si tiene montate, sarebbe meglio usarle per sparare in aria. Questo dovrebbero ripetere  un’informazione e una politica minimamente responsabili: e non proclamare, come ha fatto uno dei politici nominati sopra – immaginate quale – che sparare a chi si sia introdotto nella proprietà altrui è sempre legittima difesa. Questo non è più neanche populismo penale: è apologia di reato.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI