Rivista il mulino

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Dal numero 1/2017
Senza Stato né Chiesa. L’Europa a cinquecento anni dalla Riforma
rubrica

I cinquecento anni della Riforma luterana ci sorprendono in mezzo a un guado. È un luogo comune: la storia è sempre transizione. In realtà come per tutti i passaggi di civiltà non si può parlare di uccisione dell’Occidente ad opera di agenti esterni ma di suicidio. Ciò che è specifico dei nostri tempi e di questo centenario è che non vediamo più la sponda che abbiamo lasciato: al massimo intravediamo in una densa nebbia cumuli di macerie che abbiamo abbandonato negli ultimi secoli, dal Decalogo alla bomba atomica, alla Shoah.

Ho già cercato di mostrare come negli ultimi decenni siamo stati coinvolti in una crisi di tipo antropologico dell’Homo europaeus, e non soltanto in un passaggio, in una delle tante transizioni. Qui vorrei portare avanti la tesi storica secondo cui, venendo meno l’intreccio tra le strutture delle Chiese confessionali e degli Stati moderni dopo un ciclo di cinque secoli decollato con la protesta del 1517, tutto cambia intorno a noi, non solo sul piano religioso ma anche su quello politico e delle istituzioni.

Del divenire delle istituzioni si è parlato a lungo negli ultimi decenni, ma quasi sempre come processo di secolarizzazione a senso unico. Si è detto che il moderno è consistito sostanzialmente in questo, per la politica e la società come per la scienza e la cultura in genere: l’abbandono del piano teologico per quello umano-terrestre. La tesi che ho cercato di portare avanti è invece quella secondo cui il moderno nasce dalla dialettica e dall’osmosi tra i due poli – in dialettica o dualismo – che trovano in modi diversi nel processo di confessionalizzazione il loro cardine: Chiese e Stati sono legati per la vita e per la morte a questo processo comune. Sbaglia chi ignora questo nell’affrontare la crisi attuale nei suoi diversi aspetti: dal tema della laicità a quelli del multiculturalismo, alle tragedie quotidiane delle migrazioni e degli sradicamenti dei popoli. Il problema è che molte analisi sono ancora chiuse nella periodizzazione moderna: ciò che cambia con questo centenario non è certo una intelligenza storica superiore a quella di coloro che ci hanno preceduto ma che semplicemente ora, nel 2017, possiamo vedere questo percorso dal di fuori o dal di sopra rispetto ai maestri che ci hanno preceduto.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n.1/17, pp. 7-23, è acquistabile qui]