Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
La società europea che già c’è
rubrica
  • la nota

Le recenti elezioni europee – di cui molto si è parlato anche qui – con il calo di partecipazione al voto, il disinteresse ai temi europei nelle campagne elettorali dei singoli paesi, accompagnati dalle crescenti critiche al “deficit democratico” delle Istituzioni europee, insieme al diffondersi di sentimenti euroscettici, hanno acuito la sensazione già serpeggiante di disillusione o almeno di indebolimento della spinta propulsiva rappresentata dal progetto di integrazione europeo. Paradossalmente, oggi che molti obiettivi sono stati raggiunti, sembra che sia sempre più difficile vedere nell’Europa qualcosa di più di una somma di regioni storicamente e culturalmente eterogenee.

Si tende, con ciò, a trascurare il fatto che qualcosa di simile a una “società europea” già esiste e opera. Pur nella pluralità delle sue declinazioni, si è creato, soprattutto nel corso degli ultimi quarant’anni,  un tessuto di relazioni sociali e un insieme di modelli che le regolano che superano i confini nazionali.  In parte stimolate dalla stessa costruzione istituzionale europea, in parte dovute a processi storici endogeni, si sono realizzate  convergenze sociali che fanno dell’Europa qualcosa di peculiare nel mondo sviluppato. Il fatto che si tenda spesso a trascurare questo aspetto, dipende da due fattori. Il primo è la tendenza delle discipline sociali, in particolare la sociologia, a non concepire altra società se non quella  delimitata dai confini degli stati territoriali. Il secondo è la tendenza, speculare alla prima, a pensare che il processo di integrazione europea, sovranazionale, debba ricalcare, nei suoi tratti fondamentali, il processo storico che ha dato vita allo stato-nazione: come fusione di ethnos e di demos, di comunità culturale e di comunità politica. Da qui le lunghe e a volte oziose discussioni sull’ “identità” o sulle radici europee, mentre processi e trasformazioni sociali di portata straordinaria, hanno nei fatti, sotto i nostri occhi, potremmo dire “silenziosamente”, attuato convergenze che non ci saremmo mai immaginati. L’avvento della società dei servizi e della conoscenza ha amalgamato i diversi Paesi Europei, mantenendo – rispetto agli Stati Uniti - un’accentuazione della strutturazione in classi sociali, insieme a disuguaglianze più moderate e una più bassa mobilità. Lo stesso “modello sociale europeo”, basato sull’idea che il mercato non si regola da sé, ma va regolato, è rimasto un carattere distintivo della maggior parte dei Paesi Europei.

Ma è negli stili di vita e nei comportamenti delle popolazioni, in particolare quelle giovanili, che più si rileva una omogeneità di fondo. Non solo l’affinità di gusti e consumi li accomuna, ma una comune importanza attribuita a un insieme di valori e principi che mettono al centro la tutela delle minoranze, il pluralismo, la difesa dell’ambiente, i diritti individuali, così come aspettative elevate rispetto alla democrazia e alle sue istituzioni. Il processo di individualizzazione che ha trasformato sia il modo di rapportarsi alla religione, più disincantato e “personale” rispetto agli Stati Uniti, sia le relazioni interne alla coppia e alla famiglia così come la morale e i ruoli sessuali, rendono i cittadini europei più simili tra di loro, e la società europea qualcosa che in parte già c’è. La sua realizzazione completa è però un compito non delegabile a “tendenze spontanee”, ma attuabile con il rafforzamento di un progetto che inserisca  diversità e convergenze in  un quadro politico unitario, senza dare per scontato che ciò che già c’è sopravviva anche in futuro.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI

Comments
danilo d'antonio, 15-08-2009, 17:58
Europa ostacolata dallo statalismo
Con la parola Stato possiamo intendere il risultato di un processo storico di accentramento del potere affermatosi successivamente alla fase di dispersione nei differenti centri territoriali indipendenti tipici dell'Europa medievale. La centralità del potere è giustamente continuata anche successivamente all'avvento delle moderne società democratiche, radicandosi però, per lo più, all'interno di una ristretta quanto difficilmente rinnovabile cerchia di politici professionisti, quindi in vendita al miglior offerente, piuttosto che redistribuirsi genuinamente e regolarmente tra la popolazione come il nuovo disegno democratico, ed in certi casi anche repubblicano, richiedeva.

A causar ciò è stata ovunque soprattutto una rimasta primitiva organizzazione della Pubblica Amministrazione, l'assegnazione a vita dei cui milioni d'importanti ruoli ha per prima generato una casta e mafia di statali e favorito poi lo stabilirsi di una casta e mafia di politici. Di fatto al momento presente, nei vari Paesi come pure a livello dell'Unione Europea, la situazione politica è massimamente insana causa entrambe queste patologiche formazioni, queste due concrezioni vicendevolmente rafforzantisi. Esse, pur di mantenersi in auge, preferiscono troppe volte affermare le volontà delle varie lobby e potentati piuttosto che le nuove direzioni necessarie all'evoluzione ed al buon funzionamento sociale.

Analogamente a quanto è avvenuto in passato nei singoli Paesi, è giusto ed onorevole auspicare oggi il formarsi di un potere centrale europeo. Ci troviamo di fronte a tante e tali critiche situazioni in ambito globale che non si può davvero pensare di risolverle senza un potere che sia quantomeno all'altezza di quello delle altre formazioni. Tuttavia non si faccia l'errore, che stavolta noi cittadini europei non perdoneremmo non solo in ambito continentale ma a quel punto anche locale, di continuare ad affermare anche a livello di Unione un ottocentesco statalismo fatto di eletti ed assunti a vita piuttosto che una moderna gestione collettiva, periodicamente redistribuita e rinnovata, del crescente Bene Comune Europeo.

Una moderna società, che voglia essere davvero democratica, non può più disporre di una partecipazione popolare limitata al solo, triste perché impotente, momento elettorale. Al contrario occorre che una ben più operosa e lieta partecipazione si esprima innanzitutto nei milioni di ruoli della gestione di quanto appartiene ed è di pertinenza della collettività. L'Unione Europea ha oggi una opportunità di tutto rispetto, mettendo a frutto la quale potrebbe brillare ben oltre i confini del proprio continente. Quella di esser d'esempio nel far partecipi a rotazione della sua Cosa Pubblica, della Funzione Pubblica dell'Unione, tutti quei cittadini europei che lo volessero e disponessero dei requisiti necessari.

Come si può dar torto a coloro che oggi rinunciano al diritto e rifiutano il dovere di esercitare il proprio voto? Noi, che da tempo non votiamo, abbiamo piena ragione di tenerci lontani dai seggi perché è l'unico modo di cui disponiamo, quantificato, pubblico e pacifico, per dichiararci lontani dalla presente politica e generale amministrazione dei nostri Paesi e dell'Unione. Chi desidera che una valanga di voti si riversi finalmente nei seggi al prossimo appuntamento elettorale si dìa da fare con il cuore e la mente affinché la rotazione ci liberi per sempre dagli statali e dallo statalismo. Rimuovendo l'oscura banda degli statali, con la quale si circondano e proteggono gli accaparratori di potere, sarà impossibile per un politico professionista e per qualunque altro puzzone ottenere più spazio di quello che merita.

A quel punto, e non prima, sarà vera democrazia.
A quel punto, e non prima, l'Europa potrà divenire una poderosa realtà.

Danilo D'Antonio

Laboratorio Eudemonia
Piazza del Municipio
64010 Rocca S. M.
TE - Abruzzo

tel. 339 5014947