Rivista il mulino

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Reykjavik, 12/3/2009

rubrica
  • lettere internazionali

Size matters… L’Islanda, fra le nazioni più colpite dalla crisi finanziaria che si sta sviluppando a livello globale, è quanto di più vicino alla definizione di “Paese in bancarotta” si possa immaginare. L’ultima ferita sono le alquanto inusuali proteste sociali che hanno innescato una grave crisi politica, ennesimo strascico di un 2008 orribile culminato con il fallimento del sistema bancario,

di molti individui, e il ricorso all’aiuto del Fmi. Ex-post, è quasi banale capire cosa è andato storto ma certo mentre si gettavano le fondamenta del disastro, in modo non diverso da come accadeva nel resto del mondo peraltro, non è forse mai stata chiara la potenza distruttiva che si accumulava e si è lasciato fare. In poche parole, nel 2002 il sistema bancario (in pratica tre banche di portata nazionale) è stato privatizzato e deregolamentato: approfittando delle opportunità date dall’appartenenza allo Spazio Economico Europeo e delle condizioni da paradiso per i debitori nei mercati internazionali esso si è espanso con uno scellerato sfruttamento della leva finanziaria, finanziandosi ampiamente con debito a breve termine ed investendo in attività ad alto rischio, a lungo termine e poco liquide. La differenza col resto del mondo? l'Islanda conta 320 mila persone, una raccolta minuscola, che ha reso necessario, per espandere gli affari, indebitarsi e investire in valuta estera. Le passività estere hanno superato i 100 miliardi di dollari, le attività i 180, ma il Pil islandese è intorno ai 14. Semplicemente autorità fiscali e monetarie troppo piccole e dotate solo di valuta nazionale e riserve valutarie proporzionate alla dimensione economica, non potevano essere in grado di reggere l’urto epocale che ha colpito il sistema: il deterioramento globale delle condizioni di credito ha portato insormontabili difficoltà a rinnovare i finanziamenti e la sostanziale impossibilità di liquidare le posizioni attive, specie dopo il congelamento del mercato susseguente la caduta di Lehman B. Si è impietosamente messa a nudo la debolezza della banca centrale lilliput impossibilitata a fungere da prestatore o da market-maker di ultima istanza al Gulliver bancario, oltretutto a fronte di richieste non nella valuta nazionale. Ad aggravare il quadro, negli anni, anche le famiglie si sono date il loro bel daffare arrivando a indebitarsi fino al 213% del reddito disponibile (i vituperati americani per confronto sono al 140%) diversificando prudenzialmente fra le valute estere... peccato che la speculazione abbia stroncato la corona (deprezzata del 116 per cento fra inizio e fine anno, 40% nel solo ottobre) moltiplicando il debito espresso nella valuta di reddito degli islandesi. E ora il 2009 vedrà di un calo del pil in doppia cifra, inflazione oltre il 13% - per inciso molti debiti sono indicizzati all'inflazione - tassi di interesse oltre il 18%, la corona forse sarà stabile grazie al prestito Fmi ma sarebbe meglio dire che è una valuta morta sui mercati dei cambi; il deficit pubblico sarà oltre il 10%, il debito passerà dal 25 al 145% del Pil, la disoccupazione triplicherà; il sistema bancario è sotto tenda a ossigeno, completamente nazionalizzato, e il debito procapite con l'estero è stimato oltre 250 mila dollari. E gli islandesi sono dipinti come persone con belle case e belle auto ma la cui prima preoccupazione è il prossimo pasto.