Rivista il mulino

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle

Tel Aviv, 18/2/09

rubrica
  • lettere internazionali
tag

Israele dopo il voto. Un mosaico difficile da comporre sul momento ma di ancora più faticosa sostenibilità nel corso del tempo. Il rischio è quello di dare vita ad una coalizione destinata poi a frantumarsi sotto la pressione della contingenza. Questo è infatti il panorama politico che ci è consegnato dalle recenti elezioni israeliane.

Comunque andrà il governo sarà attraversato da profonde divisioni, destinate a manifestarsi nettamente non appena qualche questione fondamentale, in sé ineludibile (a partire dallo stesso processo di pace con i palestinesi), verrà affrontata. Il voto del 10 febbraio disegna uno Stato di Israele dove il dato della frammentazione partitica, già marcatamente presente nelle passate verifiche, conta adesso ancora di più. E tuttavia, in questa costanza di direzione, il quadro politico israeliano segnala anche nette e inequivocabili trasformazioni, maturate silenziosamente in questi ultimi anni.
Tre sono gli elementi più importanti, destinati a saltare subito agli occhi. Il primo è il crollo della sinistra, e in particolare dell'Avoda, il Labour di Ehud Barak, che è passato da 19 a 13 seggi, e del Meretz, che è sceso tra 5 a 3 mandati. Quella che del panorama politico israeliano ne aveva costituito l'ossatura imprescindibile fino agli anni Settanta, la sinistra istituzionale, oggi è pressoché scomparsa o, comunque, ridimensionata a numeri del tutto secondari. Il secondo elemento è l'ascesa della destra «muscolare» di Benjamin Netanyahu, il nuovo Likud, baricentrato ben più a destra di quello che fino al 2005 aveva ospitato anche Ariel Sharon e quanti, uscitine, avevano dato vita a Kadima. Mentre il Likud è passato da 12 a 27 seggi Kadima ne ha strappati 28, rivelando la sua natura non transitoria - come invece avevano predetto molti analisti nel 2006, anno in cui si era presentata per la prima volta alle elezioni - ma anche la sua funzione "cannibalica" rispetto a un elettorale di centrosinistra che a conti fatti l'ha preferito, votandolo, al Labour. La crisi di quest'ultimo ha radici proprie, interne ad Israele, essendo il prodotto della conclusione di un lungo ciclo esistenziale legato alla specificità della storia di quel Paese, ma è anche il risultato di una più ampia e complessa trasformazione che ha colpito quelle sinistre europee e mediterranee, ancora attardate a una concezione vetero-industrialista della società. Il terzo elemento è il notevole consolidamento (ma non l'exploit, che in realtà non c'è stato) di Avigdor Lieberman e della sua formazione, Yisrael Beiteinu, che ha raccolto 15 mandati. Interessante sarà valutare e analizzare i flussi elettorali in ingresso nella lista di Lieberman, che è andato ben al di là del suo tradizionale elettorato, quello etnico di origine russa. L'orientamento populista, con forti venature razziste, di cui si è fatto promotore presenta molti riscontri con alcuni partiti presenti nel panorama delle società europee, confermando l'assunto per cui Israele segue politicamente parte dei trend continentali. La destra, il cosiddetto «blocco nazionale», sulla carta conta ora 65 seggi, sufficienti a garantirle con un buon margine la maggioranza alla Knesseth, il Parlamento nazionale. E tuttavia è assai eterogenea al suo interno, dovendo scontare la tradizionale spaccatura tra laici e i religiosi dello Shas, il partito sefardita, che è in conflitto aperto con Lieberman.
Fin qui il panorama interno. Ma quanto incideranno le future scelte della nuova amministrazione americana, senz'altro propensa a un diverso atteggiamento rispetto all'agenda mediorientale? Poiché, con tutta probabilità, il punto di frattura potrebbe per Israele essere questo, di qui a non molto.